PUBLIO OVIDIO NASONE.
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METAMORFOSI.
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Parte 2.
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Titolo originale: Metamorphoseon.
Anno 7 Avanti Cristo. ROMA.
Traduzione di: Mario Ramous.
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          FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
       BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA LATINA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO OTTAVO.
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Gi, rischiarando di bagliori il giorno, Lucifero aveva
disperso le tenebre: cadde l'Euro e umide si alzarono
le nubi. Un placido Austro permise a Cfalo di prendere
con gli uomini di aco la via del ritorno e di raggiungere,
prima del tempo, il porto a cui tendevano, col favore del vento.
E ci mentre Minosse devastava le coste dei Llegi
e saggiava la forza del proprio esercito contro Alctoe.
Era, Alctoe, la citt di Niso, che alto sul capo,
fra la sua canizie venerata, aveva un capello
acceso di rosso, simbolo del proprio immenso potere.
Per la sesta volta era sorta ad oriente la falce della luna
e ancora incerte erano le sorti della guerra: da tempo ormai
tra l'una e l'altra schiera volava indecisa la vittoria.
A ridosso delle mura (ricche di suoni, perch, si diceva,
il figlio di Latona vi aveva posato la sua cetra d'oro,
trasmettendone la voce alle pietre) c'era la torre del re.
In cima a questa era solita salire sua figlia,
per battere con un sassolino, quando ancora c'era la pace,
quelle pietre armoniose; ma di lass, ora in piena guerra,
guardava incantata lo svolgersi cruento degli scontri.
E ormai, per il protrarsi della guerra, conosceva il nome
dei capi, le armi, i cavalli, le divise e le faretre cretesi;
ma prima degli altri e pi del necessario, conosceva l'aspetto
del condottiero, del figlio di Europa. A suo giudizio, se Minosse
nascondeva il capo sotto un elmo irto di penne,
era bello col cimiero; se imbracciava uno scudo
tutto riflessi d'oro, stava bene con lo scudo.
Se aveva, tendendo il braccio, scagliato un giavellotto smisurato,
la fanciulla esaltava l'eleganza legata alla forza;
se piegava un arco enorme con la freccia incoccata,
lei giurava che, i dardi in mano, cos s'atteggiava Febo;
se poi, togliendosi l'elmo di bronzo, scopriva il suo volto
e avvolto di porpora cavalcava su gualdrappe colorate
un bianco cavallo, governandone la bocca schiumante,
allora a stento, s, a stento la vergine figlia
di Niso non impazziva: chiamava fortunato il giavellotto
che lui toccava, fortunate le redini che impugnava.
L'impulso suo, se avesse potuto, sarebbe stato d'introdursi,
lei, una fanciulla, tra le schiere nemiche; o quello di gettarsi
dalla cima della torre nell'accampamento cretese,
di aprire al nemico le porte di bronzo, o di fare
qualsiasi cosa Minosse volesse. E mentre se ne stava l
a contemplare seduta le candide tende del re di Dicte:
"Devo rallegrarmi o dolermi", disse, "che si faccia questa guerra
luttuosa? Non so: mi dolgo perch Minosse  un nemico che amo,
ma se non ci fosse questa guerra, l'avrei mai conosciuto?
Per, se mi prendesse in ostaggio, potrebbe deporre le armi:
avrebbe me come compagna, me come pegno di pace.
Se la donna che t'ha partorito era bella come te, che sei
del mondo il pi bello,  giusto che di lei s'invaghisse un nume.
Tre volte felice sarei, se librandomi in volo
potessi posarmi nell'accampamento del re di Cnosso
e, rivelandogli chi sono e il mio amore, chiedergli qual prezzo
vorrebbe per essere mio, purch non esigesse la mia patria.
Sfumino pure le nozze sospirate, piuttosto che ottenerle
col tradimento! Anche se a volte la clemenza di chi vince,
per la mitezza sua, fin per favorire i vinti.
Giusta  certo la guerra che conduce per vendicare suo figlio,
forte  la sua causa, forti le armi con cui la difende,
e temo proprio che ci vincer. Ma se per la citt la sorte
 segnata, perch dovrebbe essere Marte ad aprirgli le mura
e non il mio amore? Meglio che vinca subito, senza stragi
e senza versare una goccia del suo sangue.
Almeno non tremer al pensiero che qualche folle
ferisca il tuo petto, Minosse: chi mai cos crudele sarebbe
di scagliarti allora contro, sapendo chi sei, un'asta mortale?
L'idea mi piace,  un fatto: sono decisa a consegnargli me stessa
e la mia patria in dote per porre fine alla guerra.
Ma volerlo non basta: sentinelle vegliano gli accessi
e le chiavi delle porte sono in mano a mio padre: solo lui,
ahim, io temo, solo lui ostacola il mio piano.
Volessero gli dei che fossi senza padre! Ma ognuno, lo sai,
 dio di s stesso e la fortuna sprezza le preghiere dei vili.
Un'altra donna, arsa da una passione come la mia,
avrebbe da tempo rimosso con gioia ogni ostacolo all'amore.
E perch un'altra dovrebbe avere pi coraggio? Tra fiamme e
spade saprei senza vilt gettarmi; ma qui fiamme e spade
son fuori luogo; a me serve solo un capello di mio padre,
prezioso per me pi dell'oro: quel capello color porpora
mi render felice, facendomi ottenere ci che sospiro".
Mentre parlava, sopraggiunse la notte, nutrice incontrastata
delle passioni, e con le tenebre crebbe l'audacia.
Era l'ora del riposo, l'ora in cui il sonno invade la mente
stanca dei diuturni affanni. In silenzio lei s'insinua nella camera
paterna e al padre proprio lei, la figlia, strappa (che delitto, ahim)
il capello fatale e, impadronitasi di quella preda infame,
fugge come un fulmine, stringendola a s. Uscita dalle mura,
avanzando tra i nemici (tanto  sicura d'essere elogiata!),
giunge al cospetto del re e a lui, che la guarda sbalordito, dice:
"Al delitto mi ha spinto l'amore. Io, Scilla, figlia di re Niso,
ti consegno la patria mia e le divinit del focolare.
Non chiedo premio all'infuori di te! Prendi come pegno d'amore
questo capello di porpora, e sappi che non un capello ti offro,
ma la testa di mio padre!". E con la destra gli porge
quel dono scellerato. Di fronte a questo Minosse si ritrasse
e, sconvolto alla vista di quel fatto inaudito, rispose:
"Che gli dei, o infamia del nostro tempo, ti bandiscano
dal loro mondo e a te si neghino la terra e il mare!
Non tollerer che un mostro come te metta piede a Creta,
no, a Creta che  la culla di Giove e il mondo mio!".
Cos disse; e dopo avere imposto ai nemici, che si erano arresi,
le condizioni che ritenne pi giuste, ordin che si sciogliessero
gli ormeggi alle navi da guerra e ai rematori di prendervi posto.
Quando Scilla vide le navi far vela solcando il mare,
senza che il condottiero la premiasse per il suo misfatto,
esaurite le preghiere, fu presa da una collera violenta
e tendendo furibonda le braccia, coi capelli scarmigliati:
"Dove fuggi," gli grid, "abbandonando chi t'ha soccorso?
Alla mia patria, a mio padre io t'ho preferito!
Dove fuggi, rinnegato, tu che hai vinto solo per colpa
e merito mio? Non il dono che ti ho dato o il mio amore
t'hanno commosso, neppure il pensiero che tutte le mie speranze
in te erano riposte! Dove vuoi che vada cos reietta?
In patria? Giace sconfitta; ma se anche non lo fosse,
mi  preclusa, perch ho tradito! Tornare al cospetto di mio padre,
che io ti ho consegnato? I cittadini mi odiano, e con ragione;
i vicini temono il mio esempio: tutto il mondo
mi sono preclusa, perch solo Creta mi si potesse aprire.
Ma se anche questa tu mi vieti e, ingrato, m'abbandoni,
tua madre non  stata certo Europa, ma la Sirte inospitale,
le tigri dell'Armenia o Cariddi flagellata dall'Austro.
E non sei figlio di Giove; da una chimera di toro tua madre
non fu rapita: la storia della tua nascita  una favola.
A generarti fu un toro, s, ma un toro vero, feroce,
e non certo innamorato d'una giovenca! O Niso, padre mio,
puniscimi! E voi mura che ho tradito, godete, godete
della mia sventura! L'ammetto, non merito che la morte.
Ma almeno mi sopprima chi ha subito veramente
la mia empiet. Perch tu, che grazie alla mia colpa hai vinto,
pretendi di punirla? Per mio padre e la patria questa  un delitto,
per te una grazia. Davvero ti  degna compagna chi ti ha tradito
con un toro in calore, abbindolato da un simulacro di legno,
e nel ventre si  portata un feto mostruoso! Ma alle tue orecchie
giunge la mia voce? O i venti, come spingono le tue navi,
se la portano via, priva di senso per quell'ingrato che sei?
Ormai, no, non  incredibile che Pasfae
t'abbia preferito un toro: ben maggiore  la tua ferocia.
Sventurata me! Comanda ai suoi di affrettarsi, l'onda sollevata
dai remi scroscia, e con me la mia terra svanisce ai suoi occhi.
Ma non ti servir; invano cerchi di scordare i meriti miei!
Se anche non vuoi, io ti seguir: avvinghiata all'ansa della poppa,
lungo il mare mi far trascinare!" E subito si getta in acqua,
inseguendo le navi con la forza che le accende la passione,
finch, sgradita compagna, si aggrappa alla chiglia del re cretese.
Quando suo padre, che, ormai trasformato in aquila marina,
si librava con ali fulve nell'aria, la vide,
si lanci per straziarla col becco adunco, appesa com'era.
Lei impaurita moll la poppa, e parve che l'aria leggera
nella caduta la reggesse, impedendole di sfiorare l'acqua;
una piuma: mutata in un uccello coperto di piume,
 detta Ciris per ricordare col nome il capello reciso.

Non appena sbarc dalla nave, toccando il suolo dei Cureti,
Minosse sciolse i voti fatti a Giove con l'offerta
di cento tori e decor la reggia appendendo i trofei di guerra.
Ma l'obbrobrio della sua stirpe cresceva: un mostro inaudito,
biforme, a denunciare l'immondo adulterio di sua madre.
Minosse decide di allontanare quel disonore da casa e
di rinchiuderlo nei ciechi recessi di un edificio insondabile.
Dedalo, famosissimo per il suo talento di costruttore,
esegue l'opera, rendendo incerti i punti di riferimento
e ingannando l'occhio con la tortuosit dei diversi passaggi.
Come nelle campagne di Frigia il Meandro si diverte a scorrere,
fluendo e rifluendo col suo imprevedibile corso,
e aggirando s stesso scorge l'acqua che ancora deve raggiungerlo,
o, rivolto qui verso la sorgente, pi in l verso il mare aperto,
tormenta indeciso il suo flusso; cos Dedalo dissemina
d'inganni quel labirinto di strade, al punto che persino lui,
tanto  l'intrico di quella dimora, stenta a trovarne l'uscita.

Qui fu rinchiuso il mostro mezzo uomo e mezzo toro,
che dopo essersi nutrito due volte di giovani ateniesi,
scelti ogni nove anni a sorte, la terza fu ucciso da Teseo
con l'aiuto della figlia di Minosse: riavvolgendo il suo filo,
lui guadagn l'uscita che nessuno prima aveva ritrovato;
poi rap la fanciulla e fece vela alla volta di Dia,
dove senza piet abbandon la sua compagna
lungo la spiaggia. In quella desolazione a lei che piangeva
venne in aiuto Libero col suo abbraccio e, per immortalarla
in una costellazione, le tolse dalla fronte il suo diadema
e lo scagli nel cielo. Vola quello leggero nell'aria
e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi,
che mantenendo l'aspetto di un diadema, vanno a fermarsi
a mezza strada tra l'Uomo in ginocchio e il Portatore di serpente.

Ma intanto Dedalo, insofferente d'essere confinato a Creta
da troppo tempo e punto dalla nostalgia della terra natale,
era bloccato dal mare. "Che Minosse mi sbarri terra ed acqua,"
rimugin, "ma il cielo  pur sempre aperto: passeremo di l.
Sar padrone di tutto, ma non dell'aria!". E subito
dedica il suo ingegno a un campo ancora inesplorato,
sovvertendo la natura. Dispone delle penne in fila,
partendo dalle pi piccole via via seguite dalle pi grandi,
in modo che sembrano sorte su un pendio: cos per gradi
si allarga una rustica zampogna fatta di canne diseguali.
Poi al centro le fissa con fili di lino, alla base con cera,
e dopo averle saldate insieme, le curva leggermente
per imitare ali vere. Icaro, il suo figliolo, gli stava
accanto e, non sapendo di scherzare col proprio destino,
raggiante in volto, acchiappava le piume che un soffio di vento
sollevava, o ammorbidiva col pollice la cera
color dell'oro, e cos trastullandosi disturbava il lavoro
prodigioso del padre. Quando all'opera fu data
l'ultima mano, l'artefice prov lui stesso a librarsi
con due di queste ali e battendole rimase sospeso in aria.
Le diede allora anche al figlio, dicendogli: "Vola a mezza altezza,
mi raccomando, in modo che abbassandoti troppo l'umidit
non appesantisca le penne o troppo in alto non le bruci il sole.
Vola tra l'una e l'altro e, ti avverto, non distrarti a guardare
Bote o lice e neppure la spada sguainata di Orone:
vienimi dietro, ti far da guida". E mentre l'istruiva al volo,
alle braccia gli applicava quelle ali mai viste.
Ma tra lavoro e ammonimenti, al vecchio genitore si bagnarono
le guance, tremarono le mani. Baci il figlio
(e furono gli ultimi baci), poi con un battito d'ali
si lev in volo e, tremando per chi lo seguiva, come un uccello
che per la prima volta porta in alto fuori del nido i suoi piccoli,
l'esorta a imitarlo, l'addestra a quell'arte rischiosa,
spiegando le sue ali e volgendosi a guardare quelle del figlio.
E chi li scorge, un pescatore che dondola la sua canna,
un pastore o un contadino, appoggiato l'uno al suo bastone
e l'altro all'aratro, resta sbalordito ritenendoli di
in grado di solcare il cielo. E gi s'erano lasciati a sinistra
le isole di Samo, sacra a Giunone, Delo e Paro,
e a destra avevano Lebinto e Calimne, ricca di miele,
quando il ragazzo cominci a gustare l'azzardo del volo,
si stacc dalla sua guida e, affascinato dal cielo,
si diresse verso l'alto. La vicinanza cocente del sole
ammorbid la cera odorosa, che saldava le penne,
e infine la sciolse: lui agit le braccia spoglie,
ma privo d'ali com'era, non fece pi presa sull'aria
e, mentre a gran voce invocava il padre, la sua bocca
fu inghiottita dalle acque azzurre, che da lui presero il nome.
Ormai non pi tale, il padre sconvolto: "Icaro!" gridava,
"Icaro, dove sei?" gridava, "dove sei finito?
Icaro, Icaro!" gridava, quando scorse le penne sui flutti,
e allora maledisse l'arte sua; poi ricompose il corpo
in un sepolcro e quella terra prese il nome dal sepolto.

Mentre Dedalo tumulava il corpo di quel figlio sventurato,
da un fosso fangoso lo scorse una pernice cinguettante,
che sbattendo le ali manifest la sua gioia con un trillo.
Mai vista in passato, era ancora un esemplare unico, un uccello
appena creato, ma per te, Dedalo, un'accusa senza fine.
Tua sorella infatti, ignorandone il destino, t'aveva affidato
il suo figliolo perch l'istruissi, un ragazzo di dodici anni
appena, ma d'ingegno aperto ai tuoi insegnamenti.
Questi, tra l'altro, notate le lische nel corpo dei pesci,
le prese a modello e intagli in una lama affilata
una serie di denti, inventando la sega.
E fu lui il primo che avvinse due aste metalliche
a un perno, in modo che rimanendo fissa tra loro la distanza,
l'una stesse ferma in un punto e l'altra descrivesse un cerchio.
Preso dall'invidia, Dedalo lo gett gi dalla sacra rocca
di Pallade, inventandosi che era caduto; ma la dea,
che protegge gli uomini d'ingegno, sostenne il giovinetto
e lo mut in uccello, vestendolo di penne ancora a mezz'aria.
Cos l'agilit che possedeva il suo straordinario ingegno
pass in ali e zampe, mentre il nome rimase qual era.
Tuttavia questo uccello non si leva molto in alto
e non fa il nido sui rami o in cima alle alture;
svolazza raso terra, depone le uova nelle siepi
e, memore dell'antica caduta, evita le altezze.
Dedalo intanto, affaticato, aveva raggiunto le terre
dell'Etna, dove Ccalo, che avrebbe preso le armi in suo favore,
gli era benigno. Gli ateniesi, d'altro canto, avevano finito
di pagare, grazie a Teseo, il tragico tributo:
inghirlandarono i templi, invocarono la battagliera
Minerva, Giove e tutti gli altri dei, e li adorarono
sacrificando vittime, offrendo doni e bruciando incenso.
Vagando per le citt dell'Argolide, la fama aveva sparso
notizia dell'impresa, e i popoli stanziati nella ricca Grecia,
in caso di pericolo, invocavano l'aiuto di Teseo.
E il suo aiuto chiese, con preghiere angosciate, anche Calidone,
che pure aveva tra i suoi Meleagro: causa della supplica
era un cinghiale, strumento di vendetta del rancore di Diana.
Si racconta infatti che Eneo, per l'esito felice del raccolto,
avesse offerto le primizie delle messi a Cerere,
a Bacco il suo vino, e il succo d'oliva alla bionda Minerva.
Onorate le divinit campestri, un ambto omaggio
fu reso a tutti gli altri dei; solo gli altari della figlia
di Latona, dimenticati, rimasero vuoti e senza incenso.
Lo sdegno coinvolse gli dei. "Non lo subir impunemente!
Potranno dirmi senza onori, mai senza vendetta!"
esclam Diana; e per vendicarsi dell'offesa mand
nei campi di Eneo un cinghiale, grande quanto nei prati d'Epiro
o nelle campagne di Sicilia non sono i tori.
Di fuoco gli brillano gli occhi iniettati di sangue; ispide
sul collo possente si ergono setole come rigidi aculei,
[come una palizzata di lunghe aste piantate al suolo;]
con rauco sfrigolio gli scorre lungo tutto il petto ribollente
la bava; le zanne sembrano quelle d'elefante indiano;
fiamme eruttano le fauci, che di vampate bruciano le foglie.
La belva qui calpesta le colture fresche di germogli,
l falcia le speranze mature del contadino in lacrime,
sottraendogli il pane sulle spighe: invano l'aia,
invano il granaio attenderanno un raccolto, ch'era ormai sicuro.
Fa strage di frutti maturi con i loro lunghi tralci,
di bacche d'ulivo coi loro rami sempreverdi.
E infuria contro le greggi: non c' pastore o cane contro quello,
non c' toro infuriato che possa difendere le mandrie.
La gente in fuga si rifugia dentro le mura della citt,
dove solo si sente sicura, finch per amore di gloria
Meleagro non raduna al suo fianco una scelta schiera di giovani:
i figli gemelli di Tndaro, ammirevole uno coi pugni,
l'altro a cavallo; Giasone, inventore della prima nave;
Teseo e Pirtoo, esempio di rara amicizia;
i due figli di Testio e quelli di Afareo, Linceo
e il veloce Ida; Cneo ormai non pi femmina,
il fiero Leucippo e Acasto, un campione nel lancio dell'asta;
Ipptoo, Driante e il figlio di Amintore, Fenice;
i figli gemelli di Actore e Fileo venuto dall'Elide.
E c'erano Telamone, il padre del grande Achille,
il figlio di Ferete, Iolao della Beozia; c'erano
l'infaticabile Eurizione, Echone imbattibile nella corsa,
Llege di Nrice, Panopeo e Ileo,
il fiero ppaso e Nstore ancora in verde et;
e gli uomini che Ippocoonte mand dall'antica Amicle,
il suocero di Penelope, Anceo della Parrasia,
il figlio indovino di Ampice, quello di Ecleo, non tradito ancora
dalla moglie; e Atalanta di Tegea, vanto dei boschi del Liceo,
che portava una veste fermata in cima da una fibbia brunita,
capelli raccolti senza ornamenti in un unico nodo,
appesa alla spalla sinistra una tintinnante faretra eburnea
per le frecce e, stretto sempre nella sinistra, l'arco:
abbigliata cos, l'avresti detta una fanciulla con l'aspetto
di un ragazzo o un ragazzo con quello di una fanciulla.
Meleagro, l'eroe di Calidone, non fece in tempo a vederla
che la desider, malgrado il divieto divino, e ardendo in cuore
d'amore: "Beato l'uomo, se mai ve ne sar uno," pens,
"che lei riterr degno!". Ma non ebbe il tempo n l'ardire
d'aggiungere altro. Pi grande impresa premeva: la grande caccia.
Un bosco fitto di fusti, incontaminato dal tempo dei tempi,
saliva dal piano dominando ai suoi piedi la campagna.
Quando gli uomini vi giunsero, alcuni tesero le reti,
altri sciolsero i cani e altri ancora si misero a seguire le orme
impresse nel suolo, smaniosi di scovare a proprio rischio il mostro.
C'era una valle profonda, dove confluivano i rivoli
dell'acqua piovana: il fondo paludoso era invaso
di salici flessuosi, tenere alghe, giunchi palustri,
vimini e piccole canne sovrastate da altre pi alte.
Snidato da qui, il cinghiale s'avventa con furia contro il nemico,
come una folgore che si sprigiona dallo scontro delle nubi.
E nella sua corsa, aprendosi con fragore la strada nel bosco,
fa strage di piante: i giovani lanciano grida e con mano ferma
tengono protese le lance brandendone il ferro minaccioso.
L'animale carica i cani e disperdendo quelli che si oppongono
alla sua furia, sbaraglia a zannate oblique la muta che latra.
A vuoto and la prima lancia, scagliata dal braccio
di Echone, che scalf leggermente il tronco di un acero.
La seconda, se il lanciatore non vi avesse impresso troppa forza,
parve che dovesse conficcarsi nel dorso a cui era diretta,
ma fin ben oltre; autore del tiro: Giasone di Pgase.
"Febo," sbott il figlio di Ampice, "se ti ho onorato e ti onoro,
concedimi di colpire al cuore il bersaglio col mio tiro!"
Per quel che pot, il nume l'esaud: il cinghiale fu colpito,
ma non rimase ferito; Diana aveva sfilato il ferro
dalla lancia durante il volo: il legno arriv, ma privo di punta.
Provocata, la belva s'infuria, esplode pi violenta di un fulmine:
sprizza scintille dagli occhi, sprigiona fiamme dalla bocca,
e come il macigno scagliato da una corda tesa vola dritto
contro le mura o le torri stipate di soldati,
cos sui giovani si getta con furia tremenda quel cinghiale
micidiale e abbatte Euplamo e Pelagone, che erano schierati
sull'ala destra: d'un balzo i compagni gli sottraggono i caduti.
Ma ai colpi mortali non sfugge Ensimo, il figlio di Ippocoonte,
che mentre trepidando si accingeva a volgergli le spalle,
ebbe recisi i tendini del ginocchio, che pi non lo sostenne.
E forse prima della guerra di Troia anche Nstore di Pilo
sarebbe morto, se puntando al suolo la sua lancia, con un salto
non si fosse lanciato sui rami di una quercia posta nei pressi,
per guardare di lass al sicuro il nemico al quale era sfuggito.
Inferocito il mostro, arrotando le zanne contro il tronco,
minaccia nuove stragi e, forte di quelle armi rese aguzze,
colpisce al femore, col suo grugno adunco, il grande Euritide.
Intanto i figli gemelli di Tndaro, prima d'essere stelle,
l'uno pi bello dell'altro, affiancati, cavalcavano cavalli
pi candidi della neve, brandendo entrambi nell'aria una lancia,
la cui punta vibrava ad ogni minimo sobbalzo;
e avrebbero colpito il villoso animale, se nel bosco fitto,
inaccessibile ad armi e cavalli, lui non si fosse cacciato.
Telamone l'insegu, ma nella fretta di correre
non vide la radice di una pianta, inciamp e cadde bocconi.
Mentre Peleo l'aiutava ad alzarsi, la fanciulla di Tegea
incocca veloce una freccia alla corda, incurva l'arco e la scaglia.
Conficcato sotto l'orecchio della bestia, il dardo lacera
la cute e qualche goccia di sangue arrossa le setole.
Ma se Atalanta fu felice di quel colpo fortunato,
di pi lo fu Meleagro, che pare l'avesse visto per primo
e, indicando per primo il fiotto di sangue ai compagni, le dicesse:
"Di questa impresa a buon diritto tu sola ne porterai l'onore!".
Gli uomini arrossirono, e per farsi coraggio, con grida di guerra
si esortano a vicenda e scagliano dardi alla cieca:
quella babele ostacola i tiri, impedendo che colgano il segno.
Ed ecco che, accecato dal destino, Anceo con in pugno una scure:
"Guardate come i colpi di un uomo valgano il doppio, o giovani,
di quelli di una donna!" grid. "Fatemi largo! guardatemi!
Armi alla mano, protegga quel mostro Diana stessa:
malgrado la figlia di Latona, la mia destra l'annienter!".
Con enfasi aveva tutto tronfio pronunciato queste parole,
e sollevando la scure con entrambe le mani,
si lev sulla punta dei piedi, le braccia tese sopra il capo:
la belva previene il temerario e gli pianta tutte e due le zanne
in alto all'inguine, dove pi rapida giunge la morte.
Anceo stramazza e grovigli di viscere gli colano dal ventre
in un fiume di sangue e di umori che intridono la terra.
Contro il nemico, brandendo con forza nella destra
una picca, si lancia allora Pirtoo, il figlio d'Issone.
"Scstati," gli grida il figlio di Egeo, "pi di me stesso mi sei caro!
Frmati, anima mia! Combattere a distanza non scema il valore:
guarda Anceo, vittima dissennata del suo coraggio!"
E detto questo, scaglia un'asta armata con una punta di bronzo:
dritta l'aveva vibrata e avrebbe potuto colpire il bersaglio,
se contro non avesse trovato il ramo frondoso di una quercia.
Anche il figlio di Esone lanci un giavellotto, ma sfortuna volle
che sviato centrasse un cane senza colpa: penetrato
nelle viscere, gliele trapass, conficcandosi al suolo.
Esito alterno hanno i tiri del figlio di Eneo: di due lance
che scaglia, la prima si pianta a terra, l'altra in mezzo al dorso.
Senza tregua, mentre la belva si dibatte, gira su s stessa,
vomita con un grugnito bava e fiotti di sangue,
il feritore gli  addosso, irrita e provoca il nemico
e affrontandolo gli immerge tra le scapole una picca fiammante.
Danno sfogo alla gioia i suoi compagni con applausi e grida,
fanno a gara per stringere la destra al vincitore,
e stupefatti contemplano l'immane bestia lungo distesa
sulla terra, e malgrado non ritengano ancora sicuro
toccarla, immergono le proprie armi nel suo sangue.
Meleagro, ponendovi sopra un piede, calpesta quella testa
micidiale e proclama: "Prenditi il trofeo che mi compete,
Atalanta, cos che con te sia spartita la mia gloria!".
E le dona le spoglie: la pelle irta di rigide
setole e il muso su cui spiccano due zanne enormi.
Felice  lei del dono e perch  lui che glielo dona.
Ma gli altri provano invidia e per tutto il gruppo corre
un mormorio. Fra questi, agitando le braccia e con voce rabbiosa
i figli di Testio gridano: "Lascia, donna, non toccare
ci che ci spetta! Non credere che la tua bellezza ti dia credito
o che l'amore del donatore possa servirti!".
E strappano a lei il dono, a lui il diritto di donarlo.
Meleagro non lo sopporta e digrignando i denti, gonfio d'ira,
grida: "Vi mostrer io, ladri della gloria altrui, che differenza
c' tra i fatti e le minacce!", e con la sua arma scellerata
trafigge il petto a Plessippo, senza che lui se l'aspettasse;
nemmeno a Tosseo permise di esitare a lungo, incerto com'era
tra la sete di vendicare il fratello e il timore
di condividerne la sorte: ancora fumante di strage,
torn a scaldare l'asta sua nel sangue del congiunto.

Mentre ai templi degli dei stava recando doni per la vittoria
del figlio, riportare vide Altea le salme dei propri fratelli.
Affranta riempie la citt dei suoi lamenti,
si batte il petto, muta le vesti dorate in nere;
ma quando apprende chi  l'autore della strage, il suo cordoglio
si dilegua e da pianto si converte in sete di vendetta.
Il giorno in cui Altea giaceva prostrata dal parto,
le Parche, che premendo il pollice filavano al figlio il destino,
avevano posto sul fuoco un ceppo con queste parole:
"Durata uguale di vita assegniamo al ceppo e a te,
che ora vedi la luce". Pronunciata questa profezia
le dee si allontanarono, e la madre subito strapp
il tizzone alle fiamme, spegnendolo con un getto d'acqua.
Da allora era rimasto nascosto in un angolo segreto
e, cos custodito, o giovane, t'aveva mantenuto in vita.
Di l lo trasse Altea, ordinando di affastellare rami e trucioli,
e a mucchio pronto, vi appicc per vendicarsi il fuoco.
Quattro volte fu sul punto di porre il ceppo sulle fiamme,
quattro volte si trattenne: sorella e madre combattono in lei
e le due nature in direzioni opposte trascinano il suo cuore.
Ora il volto si sbianca per timore del delitto che ha nell'animo,
ora l'ira che le ferve negli occhi glielo infiamma;
ora ha l'aspetto di chi minaccia le cose pi orrende,
ora, lo giureresti, quello di chi ha compassione;
e quando la furia selvaggia del suo animo secca le sue lacrime,
qualche lacrima trova ancora. E come una nave in balia
del vento e di una corrente che lo contrasta,
subisce entrambe le forze e fra quelle si dimostra incerta,
cos la figlia di Testio si dibatte tra impulsi avversi
e di volta in volta placa o riaccende la sua ira.
Ma a poco a poco comincia ad essere miglior sorella che madre
e per placare col sangue le ombre dei suoi fratelli,
si fa nell'empiet pietosa. Cos quando quel fuoco sinistro
prende vigore: "Che questo rogo bruci la carne mia!" esclama
e stringendo orribilmente in mano il legno incantato,
immobile davanti a quel funebre altare, disperata invoca:
"O dee della vendetta, Eumenidi, a questo rito infernale
volgete il vostro sguardo! Vendico una colpa
commettendone un'altra. Morte con la morte si deve scontare.
Si aggiunga delitto a delitto, funerale a funerale,
e si estingua questa stirpe malvagia sotto un cumulo di lutti.
Perch mai Eneo dovrebbe godersi il figlio che torna in trionfo
e Testio esserne privo? Che piangano entrambi, s,
questo  giusto! Anime dei fratelli miei, sorpresi dalla morte,
considerate il mio compito e accettate questa funebre offerta
che tanto mi costa, il frutto maligno del mio ventre.
Ahim, cosa mi prende? Abbiate piet, fratelli miei, d'una madre!
La mano si ribella. Certo, lui merita di morire,
lo riconosco, ma l'esser causa della sua morte mi ripugna.
Rester impunito allora, vivo, vittorioso, e in pi diverr,
tronfio dei suoi successi, re di Calidone, mentre solo un pugno
di cenere riposer di voi, gelide ombre, sottoterra?
Non lo permetter! no, muoia lo scellerato e nella rovina
con s trascini le speranze di suo padre, il regno e la sua patria!
E l'affetto materno? gli obblighi pietosi che hanno i genitori?
i travagli che sopportai per nove mesi? dove sono?
Oh, se appena nato tu fossi arso al primo fuoco
ed io l'avessi permesso! Per dono mio tu sei vissuto,
per colpa tua morirai. Prenditi il premio per ci che hai fatto:
restituisci la vita che due volte ti ho dato, partorendoti e
salvando il ceppo, o con i miei fratelli anche me metti a morte!
Vorrei, ma non posso. Che fare? Nei miei occhi ora ho le piaghe
dei miei fratelli e la visione di quella tremenda strage,
ora l'affetto e l'istinto materno mi spezzano il cuore.
Ahim! per disgrazia mia vincerete voi; ma s, vincete, s,
purch voi e chi sacrifico per placarvi io segua
nella morte!". Cos dice, e con mano tremante, girandosi
per non vedere, getta in mezzo al fuoco quel ceppo funereo.
Il legno manda un gemito, o almeno cos sembra, e le fiamme,
bench riluttanti, ghermendolo lo bruciano.
Lontano e ignaro, da quel fuoco  arso Meleagro:
sente le viscere seccarsi in preda a fiamme misteriose
e solo col suo coraggio pu sopportarne gli atroci dolori.
Ma di morte ingloriosa e incruenta si strugge di morire,
considera un privilegio le ferite di Anceo,
e in quegli ultimi istanti con un gemito invoca il suo vecchio,
i fratelli, le tenere sorelle, la sua compagna d'amore,
e forse anche la madre. Crescono il fuoco e lo strazio,
poi si attenuano: infine l'un l'altro insieme si estinguono
e a poco a poco l'anima sua nel vuoto dell'aria si dissolve,
a poco a poco un velo di cenere bianca ricopre la brace.

Prostrata  la nobile Calidone: piangono giovani e anziani,
gemono popolo e patrizi, e le donne nate in riva all'Eveno
si strappano i capelli, si percuotono le membra.
Il padre, steso al suolo, si cosparge di polvere la canizie,
il volto emaciato, maledicendosi d'essere ancora in vita:
per espiare il rimorso di quel suo gesto orrendo,
di sua mano la madre con un pugnale si era trafitta il petto.
Neppure se un nume mi desse cento bocche straripanti
di parole, ingegno fervido e tutta l'arte delle Muse,
potrei descrivere i lamenti e l'angoscia delle sorelle.
Incuranti del proprio aspetto s'infliggono lividi sul petto,
col loro abbraccio tentano di rianimare i resti del fratello,
li colmano di baci e di baci colmano il feretro sul rogo;
reso cenere, quella cenere raccolgono e stringono al petto,
si accasciano davanti al tumulo e avvinghiate alla lapide
che reca il suo nome, su quel nome spargono le lacrime loro.
Finalmente la figlia di Latona, paga d'aver sterminato
la stirpe di Partone, le solleva (tranne Gorge e della nobile
Alcmena la nuora) facendo spuntare penne sui loro corpi;
in lunghe ali modella le loro braccia, a becco
foggia la bocca e, cos mutate, le affida all'aria.

Teseo intanto, dopo avere assolto coi compagni la sua parte
nell'impresa, stava tornando alla rocca di Eretteo, sacra a Pallade.
Gonfio di pioggia, l'Achelo gli sbarr la strada, impedendogli
di proseguire. "Entra nella mia dimora, illustre erede
di Ccrope," gli disse, "e non esporti alla violenza dei miei flutti:
sradicano i tronchi pi robusti e con fragore immenso travolgono
i macigni in bilico. Ho visto, vicino alla riva, grandi stalle
trascinate via con tutto il bestiame, e non serv
agli armenti la forza, ai cavalli l'agilit.
E quando sui monti si sciolgono le nevi, l'impeto del fiume
ha inghiottito persino dei giovani nel turbine dei suoi gorghi.
 meglio che tu riposi, in attesa che il suo flusso torni a scorrere
negli argini e l'acqua, calando, rientri nell'alveo."

Il figlio di Egeo accett e rispose: "Mi varr del tuo consiglio
e della tua casa, Achelo". E si valse dell'uno e dell'altra.
Entr in un atrio dai muri di pomice spugnosa
e di ruvido tufo; molle e umido di muschio era il piancito,
il soffitto a cassettoni ornati di conchiglie e di mrici.
E ormai il sole aveva superato i due terzi del giorno;
Teseo e i suoi compagni d'avventura si stesero sui triclini:
da questa parte il figlio d'Issone, dall'altra Llege,
l'eroe di Trezene, dalle tempie ormai brizzolate;
poi tutti gli altri che il fiume dell'Acarnania, felice d'avere
un ospite cos importante, aveva degnato di pari onore.
Subito ninfe a piedi scalzi apparecchiarono le tavole,
riempiendole di vivande, poi, al termine del banchetto,
servirono vino in coppe di gemma. Allora quell'eccelso eroe,
guardando in lontananza la distesa del mare: "Che luogo
 quello?" chiese indicando col dito. "Dimmi, qual  il nome
di quell'isola, anche se non mi sembra che sia una sola?".

"Ci che vedete, non  un'isola sola," rispose il fiume,
"sono cinque lingue di terra: la distanza ne confonde i limiti.
Ma perch ci che fece Diana offesa non ti sembri enorme,
quelle un tempo erano Naiadi: immolati dieci giovenchi
e invitati alla funzione gli dei della campagna, in festa
avevano intrecciato le loro danze, ignorandomi del tutto.
Gonfio di rabbia, come mai quando straripo nelle piene
pi furiose, questo ero: con impeto immane e immane alluvione
sradico foresta da foresta, campo da campo,
e insieme a loro le ninfe, che finalmente m'ebbero presente,
precipitandole in mare. I suoi flutti e i miei asportarono
un lembo di terraferma, frantumandolo in tante parti
quante son quelle che si scorgono al largo: le Echnadi.
Come per tu stesso vedi, laggi c' un'isola pi discosta,
un'isola che mi  cara: i marinai la chiamano Perimele.
A costei, che amavo, avevo rapito la verginit;
suo padre, Ippodamante, non lo toller e gi da uno scoglio
spinse la figlia perch perisse negli abissi del mare.
Io l'afferrai e reggendola a galla: "O tu che armato di tridente
hai avuto in sorte il secondo regno del mondo, il mare agitato,"
dissi, ["dove noi fiumi divini scorrendo al termine finiamo,
vieni e ascolta benigno, o Nettuno, la mia preghiera.
Disonorata ho costei che sorreggo; se suo padre Ippodamante
fosse stato mite e giusto o meno spietato con sua figlia,
avrebbe dovuto averne piet e perdonare chi l'offese.]
Vienmi in aiuto, Nettuno, ti prego, e a lei, che annega per ferocia
paterna, concedi un luogo o che un luogo lei stessa diventi.
[Anche cos io continuer ad abbracciarla". Il re del mare
chin il capo e in segno d'assenso agit tutte le sue onde.
Si spavent la ninfa, ma seguit a nuotare; e mentre nuotava
io le accarezzavo il seno che palpitava d'emozione;
ma stringendola a me sentii il suo corpo, tutto il suo corpo,
irrigidirsi e il petto fasciarsi di terra.] Parlavo, parlavo:
la terra, sorta dal nulla, le avvilupp in mezzo ai flutti le membra,
si rapprese e crebbe sul suo corpo, trasformandola in isola."

Qui il fiume tacque. Quel prodigio aveva emozionato tutti.
Ma il figlio d'Issone si prese beffa di chi ci credeva
e, miscredente e insolente com'era, disse:
"Racconti frottole, Achelo, e giudichi troppo potenti
gli dei, se pensi che possano dare e togliere il volto alla gente".
Gli altri allibirono, disapprovando simili parole,
e Llege, pi maturo di tutti per giudizio ed anni,
cos disse: "Immensa e senza limiti  la potenza
del cielo: ci che vogliono gli dei, sia quel che sia, si compie.
E per toglierti i dubbi, c' sui colli di Frigia una quercia,
con accanto un tiglio e intorno un basso muro di cinta;
ho visto il luogo io stesso: fu quando Pitteo mi mand
nelle terre su cui un giorno aveva regnato suo padre Plope.
Non lontano da l c' uno stagno, un tempo terra abitabile,
ora distesa d'acqua affollata di smerghi e folaghe palustri.
Qui, sotto aspetto umano, venne Giove e insieme a lui
il nipote di Atlante, privo d'ali e con la sua bacchetta magica.
A mille case bussarono, in cerca di un luogo per riposare;
mille case sprangarono la porta. Una sola infine li accolse:
piccola, piccola, con un tetto di paglia e di canne palustri,
ma l, uniti sin dalla loro giovinezza, vivevano
Bauci, una pia vecchietta, e Filemone, della stessa et,
che in quella capanna erano invecchiati, alleviando la povert
con l'animo sereno di chi non si vergogna di sopportarla.
Non ha senso chiedersi chi  il padrone o il servitore: la famiglia
 tutta l, loro due; comandano ed eseguono tutti e due.
Quando i celesti, arrivati a questa povera casa,
entrarono chinando il capo per l'angustia della porta,
il vecchio li invit ad accomodarsi, accostando una panca,
sulla quale Bauci stese con premura un ruvido panno; lei,
poi, smosse sul focolare la cenere tiepida, ravviv
il fuoco del giorno avanti, alimentandolo con foglie e corteccia,
e ne fece scaturire fiamme con quel poco fiato che aveva.
Da un ripostiglio trasse scaglie di legno e rametti secchi,
li spezzett e li pose sotto un piccolo paiolo;
spicc le foglie ai legumi raccolti dal marito
nell'orto bene irrigato, mentre lui con un forcone staccava
la spalla affumicata di un suino appesa a una trave annerita:
di quella spalla a lungo conservata taglia una porzione
sottile, che pone a lessare nell'acqua bollente.
Intanto ingannano il tempo che si frappone conversando,
[perch non si avverta la noia dell'attesa. Appesa a un gancio
per il suo manico ricurvo, vi  una tinozza di faggio:
la riempiono d'acqua tiepida e vi immergono i piedi
per ristorarli. Al centro, sopra un letto dalla sponda
e dalle gambe di salice, c' un giaciglio d'erbe morbide.]
Sprimacciano il giaciglio d'erba morbida di fiume,
posto sopra il letto dalla sponda e dalle gambe di salice.
Lo coprono con una coltre, che hanno l'abitudine di stendere
solo nei giorni di festa; ma anche questa coltre era vecchia
e logora, giusto adatta a un letto di salice.
Gli dei si adagiano. La vecchia, con la veste raccolta, apparecchia
vacillando la tavola; ma delle sue tre gambe una  corta:
un coccio la pareggia; infilato sotto elimina la pendenza,
e il piano viene poi ripulito con un ciuffo di menta verde.
Sopra vi pone olive verdi e nere, sacre alla schietta Minerva,
corniole autunnali aromatizzate con salsa di vino,
indivia, radicchio, una forma di latte cagliato, e
uova girate leggermente nel tepore della cenere;
il tutto in terrine. Poi porta in tavola un cratere cesellato
nello stesso 'argento', bicchieri di faggio intagliato
che hanno la superficie interna spalmata di bionda cera.
Dopo non molto, giungono dal focolare le vivande calde,
si mesce un'altra volta il vino (certo non d'annata),
poi, messo il tutto un poco in disparte, si fa posto alla frutta.
Ed ecco noci, fichi secchi misti a datteri grinzosi,
prugne, mele profumate in larghi canestri,
grappoli d'uva colti da tralci purpurei.
Al centro un candido favo. Ma a tutto questo si accompagnano
facce buone, sollecitudine sincera e generosa.
E qui i due vecchi si accorgono che il boccale, a cui si  attinto
tante volte, si riempie da solo, che il vino da solo ricresce;
turbati dal prodigio, Bauci e il timido Filemone son presi
dal terrore e con le mani alzate al cielo si mettono a pregare,
chiedendo venia per la povert del cibo e della mensa.
C'era un'unica oca a guardia di quella minuscola cascina,
e loro erano pronti ad immolarla per quegli ospiti divini.
Ma l'oca starnazzando scappa in barba a quei lenti vecchietti,
beffandoli di continuo, finch fu vista rifugiarsi
proprio accanto agli dei, che proibiscono di ucciderla, dicendo:
"Numi del cielo noi siamo, e i vostri empi vicini avranno
la punizione che meritano; a voi invece d'esserne immuni
sar concesso. Lasciate solo la vostra casa,
seguite i nostri passi e venite con noi in cima
a quel monte!". I due obbediscono e, appoggiandosi al bastone,
salgono lungo il pendio a fatica, passo passo.
Distavano ormai dalla vetta il tragitto che pu percorrere
una freccia: volgono gli occhi e vedono che gi tutto  sommerso
da una palude, tutto tranne la loro dimora.
E mentre guardano stupiti, piangendo la sorte dei vicini,
quella vecchia capanna, piccola anche per i suoi padroni,
si trasforma in un tempio: colonne vanno a sostituire i pali,
vedono la paglia del tetto assumere riflessi d'oro,
le porte ornarsi di fregi e il suolo rivestirsi di marmo.
E allora con voce serena il figlio di Saturno cos parla:
"O buon vecchio e tu, donna degna del tuo buon marito,
esprimete un desiderio". Consultatosi un po'con Bauci,
Filemone partecipa agli dei la loro scelta:
"Chiediamo d'essere sacerdoti e di custodire il vostro tempio;
e poich in dolce armonia abbiamo trascorso i nostri anni,
vorremmo andarcene nello stesso istante, ch'io mai non veda
la tomba di mia moglie e mai lei debba seppellirmi".
Il desiderio fu esaudito: finch ebbero vita,
custodirono il tempio. Ma un giorno mentre, sfiniti dallo scorrere
degli anni, stavano davanti alla sacra gradinata, narrando
la storia del luogo, Bauci vide Filemone coprirsi
di fronde e il vecchio Filemone coprirsene Bauci.
E ancora, quando la cima raggiunse il loro volto,
fra loro, finch poterono, continuarono a parlare: "Addio,
amore mio", dissero insieme e insieme la corteccia come un velo
suggell la loro bocca. Ancor oggi gli abitanti della Frigia
mostrano l'uno accanto all'altro quei tronchi nati dai loro corpi.
Queste cose mi furono narrate da vecchi degni di fede
e che non avevano ragione di mentire. Del resto ho visto
io stesso ghirlande appese ai rami e io ne ho appese, dicendo:
"Divino sia chi fu caro agli dei e abbia onore chi li onor"".

La storia, per l'autorit di Llege, aveva commosso tutti,
specialmente Teseo. E a lui, che non si saziava d'udire
i prodigi degli dei, il fiume dell'Etolia, appoggiato al gomito,
cos si rivolse: "Vi sono creature, valoroso eroe,
che dopo un mutamento hanno mantenuto la forma assunta;
ve ne sono altre che hanno la facolt d'assumerne diverse,
come te, Prteo, creatura del mare che circonda la terra.
A volte infatti ragazzo ti sei mostrato, altre volte leone;
ora violento cinghiale, ora serpente che non si ha il coraggio
di toccare; a volte le corna t'hanno reso toro;
altre avresti potuto sembrare una pietra, altre ancora una pianta;
talora, imitando l'aspetto liquido dell'acqua,
sei stato fiume, talaltra, al contrario, fuoco.
Anche la moglie di Autlico ha questa facolt. Suo padre,
Erisctone, era un essere che spregiava le divinit
e mai nulla bruciava sugli altari in loro onore.
Si dice che avesse violato addirittura un bosco consacrato
a Cerere, profanandone con la scure la macchia inviolata.
L si ergeva una quercia immensa, secolare, ch'era lei da sola
un bosco, e aveva tutto intorno al fusto addobbi di nastrini,
di ex voto e di ghirlande, a ricordo di grazie ricevute.
Ai suoi piedi un'infinit di volte avevano danzato in festa
le Driadi, in cerchio, mano nella mano, intorno al tronco,
che per le sue mostruose dimensioni chiedeva quindici braccia
e passa a circondarlo. Sotto questa quercia il resto della selva
scompariva, cos come scompare l'erba ai piedi d'ogni pianta.
Eppure il figlio di Tropa lontano non ne tenne il ferro:
ordin ai servitori di tagliare la sacra quercia alla base,
ma vedendo che esitavano ad obbedire, quello scellerato
ad uno di loro strapp la scure, sbraitando:
"Quand'anche non fosse solo cara alla dea, ma la dea in persona,
tra poco a terra si schianter con tutta la sua cima frondosa".
Disse e, bilanciando l'arma, stava per vibrare colpi di sbieco:
tutta trem la quercia di Cerere ed emise un lamento;
nel medesimo istante fronde e ghiande insieme cominciarono
a sbiancare ed un pallore si diffuse sui lunghi rami.
Appena l'empia mano ebbe inflitta una ferita al tronco,
dalla corteccia scheggiata fiott il sangue, cos come
sgorga dalla nuca squarciata di un toro possente,
quando vittima immolata stramazza davanti all'altare.
Tutti allibiscono; fra loro solo un temerario cerca
di sventare il sacrilegio, di fermare quella scure impazzita.
Erisctone lo fissa: "Eccoti il premio del tuo sacro zelo",
gli dice e, rivolgendo il ferro dalla pianta contro l'uomo,
gli mozza il capo; poi torna ad accanirsi contro la quercia,
quando dal cuore del fusto si leva una voce che mormora:
"Sotto questa scorza vive una ninfa, io, prediletta di Cerere,
e in punto di morte io ti predco che per questo misfatto
il tuo castigo incombe, e ci mi conforta della mia fine".
Ma lui insiste nella sua infamia, e alla fine, stroncato
da un'infinit di colpi e tirato dalle funi,
l'albero crolla e con la sua mole travolge gran parte del bosco.

Annichilite di fronte alla rovina del bosco e loro,
le Driadi, tutte le sorelle insieme, vestite di nero,
vanno in pianto da Cerere, invocando il castigo di quell'infame.
Lei acconsente e annuendo col suo bellissimo capo,
scuote i campi carichi di messi lussureggianti,
escogitando un genere di pena che muoverebbe a piet,
se mai si potesse avere piet di un simile malvagio:
farlo divorare dai morsi della Fame. Ma poich non pu
recarsi da lei in persona (i fati non consentono che Cerere
e Fame s'incontrino), la dea si rivolge a una divinit
minore dei monti, a un'ombrosa Orade, dicendole:
"C' nelle estreme contrade della Scizia un luogo gelato,
una terra desolata, sterile, priva d'alberi e di messi;
abitano l l'inerte Gelo, il Pallore, il Brivido
e la Fame digiuna: ordinale di annidarsi nelle viscere
scellerate di quel sacrilego; profusione di cibo
non la vinca e nella contesa con le mie risorse abbia la meglio!
La lontananza non deve spaventarti; prendi il mio cocchio,
prendi i miei draghi: con le briglie li guiderai lungo il cielo".
E glieli diede. Quella, trasportata attraverso l'aria dal cocchio,
giunse in Scizia, e sulla sommit d'una montagna ghiacciata,
chiamata Caucaso, liber dai finimenti i colli dei draghi.
E mentre la cercava, scorse in una pietraia la Fame,
intenta a svellere con unghie e denti i rari fili d'erba.
Ispidi aveva i capelli, occhi infossati, viso pallido,
labbra sbiancate dall'inedia, gola rsa dall'arsura,
rinsecchita la pelle, diafana al punto da mostrare le viscere;
ossa scarne spuntavano dalle sue anche spigolose,
del ventre aveva la cavit, non il ventre; il torace sembrava
sospeso, sorretto soltanto dalla colonna dorsale.
La magrezza esaltava le articolazioni, rotule e malleoli
tumefatti sporgevano come gibbosit mostruose.
Quando la vide, l'Orade, non osando avvicinarsi,
le rifer da lontano il messaggio della dea; e subito,
malgrado si tenesse a distanza e fosse appena arrivata,
sent i morsi della fame, o cos le parve, e allora con le redini,
in volo verso l'Emonia, spinse i draghi sulla via del ritorno.
La Fame, pur contraria per principio all'opera di Cerere,
esegu l'ordine: si fece portare dal vento nello spazio
sino alla casa indicata, entr senza indugio nella camera
del sacrilego e, immerso in un sonno profondo
nel cuore della notte, l'avvinse tra le sue braccia e in corpo
gli infuse s stessa, respirandogli in bocca, in gola, nei polmoni,
e diffondendogli sin nelle vene i morsi della fame.
Assolta la missione, lasci le regioni fertili del mondo
e torn alla sua squallida dimora, al suo covo di sempre.
Un molle sonno ancora cullava Erisctone tra le sue morbide
piume, e nel sogno  assalito dal desiderio di mangiare,
muove a vuoto la bocca, tormentando dente contro dente,
stanca la gola delusa con cibi inesistenti
e in luogo di vivande, senza frutto, divora folate d'aria.
Quando poi si desta, la smania di mangiare divampa furiosa
e domina la gola insaziabile, le viscere in fiamme.
Non pu attendere: ci che produce il mare, la terra, il cielo,
tutto esige e davanti a tavole imbandite geme per inedia,
fra le vivande chiede vivande, e ci che a intere citt,
a un popolo intero potrebbe bastare, a lui, un uomo, non basta:
quanto pi ingurgita nel ventre, tanto pi lui brama.
Come il mare assorbe i fiumi di tutto il mondo, senza mai saziarsi
d'acqua, e assimila anche le correnti dei luoghi pi lontani;
come il fuoco nell'ingordigia sua non rifiuta alimento alcuno,
bruciando un'infinit di tronchi, e pi gliene danno,
pi ne vuole, reso ancor pi vorace dalla quantit;
cos la bocca dell'empio Erisctone inghiotte vivande a iosa
e altre ancora ne reclama; per lui il cibo chiama
cibo: mangia, mangia, ma in lui sempre un vuoto si forma.

Ormai con la sua fame e con l'abisso senza fondo del suo ventre
aveva assottigliato il patrimonio paterno, ma neanche allora
la mostruosa fame s'era attenuata, e la gola implacabile
seguitava a spasimare. Alla fine, divorate le sostanze,
gli restava solo la figlia, che non meritava un padre simile.
In miseria, la vendette; ma lei, nobile, rifiuta un padrone
e in riva al mare, tendendo le mani alle sue onde:
"Liberami dalla servit," dice, "tu che hai avuto l'onore
di rapirmi la verginit!". Era Nettuno ad averlo avuto.
E lui non resta sordo alla preghiera: bench il padrone, tenendola
sott'occhio, la segua, ne mut l'aspetto in quello di un uomo,
abbigliandola come si conviene a un pescatore. A quella vista,
il suo padrone l'interpella: "O tu, che sotto un po'di cibo
celi un amo appeso e manovri la tua lenza, t'auguro
che il mare sia calmo, che il pesce sott'acqua sia tanto ingenuo
da accorgersi dell'amo solo quando ha abboccato;
ma dimmi: quella che, mal vestita e coi capelli scomposti,
si trovava su questa spiaggia (ed io l'ho vista che vi si trovava),
dov' finita? Oltre qui non se ne vedono pi le impronte".
Lei cap allora che la grazia del nume aveva avuto effetto
e felice che le chiedesse di s stessa, cos gli rispose:
"Chiunque tu sia, perdonami: non ho mai distolto i miei occhi
da quest'acqua, voltandomi, intento com'ero al mio lavoro.
E se hai dei dubbi, lo giuro sul dio del mare, che m'assista
in questo mestiere: nessuno, eccetto me, da tempo
ha messo piede su questa spiaggia, e tanto meno una donna".
Quello le credette e tornato sui suoi passi, calcando la rena
se ne and gabbato; e lei riacquist la forma primitiva.
Ma quando suo padre si rese conto d'avere una figlia
col dono della metamorfosi, la vendette ad altri padroni.
E lei se ne liberava di volta in volta come uccello, vacca,
cavalla o cervo, procurando all'ingordo padre cibi immeritati.
Alla fine, per, quando la violenza del male ebbe bruciato
tutte le risorse, fornendo nuovo alimento alla sua molestia,
Erisctone, lacerandole a morsi, cominci a divorarsi
le membra e, con strazio, a nutrirsi rosicando il proprio corpo.
Ma perch mi soffermo sugli altri? Anch'io ho il potere,
o giovani, di mutare il mio corpo, sebbene non pi di tanto.
A volte sono come mi vedete, altre mi attorco in serpente;
altre ancora, a capo dell'armento, prendo forza dalle mie corna:
dalle corna, finch ho potuto! Met della mia fronte ora  priva,
come vedi, di un'arma". E alle parole seguirono i suoi sospiri.
...
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...
LIBRO NONO.
...
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...
Teseo, l'eroe caro a Nettuno, chiese ad Achelo di Calidone
perch gemesse e avesse un corno rotto. E il dio, con i capelli,
semplicemente incoronati d'erbe, cos prese a dire:
"Triste grazia mi chiedi. Chi racconta volentieri
le battaglie perdute? Ma te le narrer punto per punto,
e del resto, pi che un'onta la sconfitta, fu un onore combattere
e di grande conforto mi  l'autorit di chi mi vinse.
Forse per sentito dire  giunto alle tue orecchie il nome
di Deianira: era una fanciulla di bellezza senza pari,
desiderata e contesa da molti pretendenti.
Entrato insieme a loro nella dimora del vagheggiato suocero,
cos gli dissi: "Scegli me come genero, o figlio di Partone".
E cos disse Alcide. Di fronte a noi gli altri cedettero il campo.
Per s lui vantava di offrire Giove come suocero e la gloria
delle fatiche che, impostegli da Giunone, aveva superato.
Io ribattei: "Mai sia detto che un dio ceda a un mortale."
(Ercole nume non era ancora.) "In me tu vedi il sovrano
del fiume che, serpeggiando, scorre lungo il tuo regno.
E con me non avrai uno straniero venuto d'oltre confine
come tuo genero, ma uno della tua terra, uno dei tuoi.
Unica cosa, e spero non mi nuoccia: la regina degli dei
non mi odia e nessuno per castigo mi ha imposto fatiche.
In pi, figlio di Alcmena, tu che vanti la tua discendenza,
Giove non  tuo padre o lo  per via di una colpa:
per averlo come tale accusi tua madre d'adulterio. Scegli:
preferisci che non lo sia o l'esser nato con vergogna?".
Mentre parlavo, gi da un pezzo lui mi fissava con occhi torvi
e acceso d'ira si dominava a stento, finch di botto
mi rispose: "Ho il braccio migliore della lingua:
vincimi pure a chiacchiere, a me basta superarti nella lotta!".
E mi si avvent contro inferocito. Dopo l'arroganza mia,
non potevo pi ritirarmi: strappai dal corpo la veste verde,
mettendomi in guardia, le braccia tese, i pugni stretti
davanti al petto, e mi preparai al combattimento.
Lui, raccolta una manciata di polvere, me la getta negli occhi,
e a sua volta, coperto di sabbia d'oro, diviene tutto biondo.
Ora cerca d'afferrarmi il collo, ora le gambe che via gli sfuggono,
o finge d'afferrarmi, e dove gli  possibile m'attacca.
La mia solidit mi protegge e vani riescono i suoi assalti;
come accade a una roccia, che con gran fragore i flutti
investono: immobile resta l, difesa dal suo stesso peso.
Ci stacchiamo per un attimo, poi di nuovo ci scontriamo in lotta,
saldi nella nostra posizione, decisi a non cedere, piede
puntato contro piede, ed io, curvato in avanti con tutto il petto,
incalzo, dita contro dita, fronte contro fronte.
Allo stesso modo ho visto scontrarsi tori immani,
quando la posta del combattimento  la pi bella femmina
di tutto il pascolo: l'armento intorno guarda spaurito,
chiedendosi a chi andr la vittoria di cos vasto dominio.
Tre volte, senza esito, Ercole tent di respingere
da s il mio petto che gli resisteva, ma alla quarta
si svincol, sciolse l'intrico delle braccia intorno a s
e, dandomi uno strappo con le mani (ho promesso di dire il vero),
d'un tratto mi gir, avvinghiandomi le spalle con tutto il suo peso.
Dovete credermi (s, non cerco gloria esagerando le cose),
mi sentivo oppresso come se addosso avessi avuto una montagna.
Con gran fatica riuscii infine a insinuare le braccia, grondanti
di sudore, e a sciogliermi dal corpo quella morsa d'acciaio;
ansimavo, ma lui non cedeva, impedendomi di prender fiato;
e mi agguant alla nuca, costringendomi a toccare il suolo
con le ginocchia, finch, faccia a terra, non morsi la rena.
Battuto sul piano della forza bruta, ricorsi alle mie arti
e gli sgusciai via mutandomi in un lungo serpente.
L'eroe di Tirinto, vedendomi flettere il corpo in spire
sinuose e vibrare con sibili selvaggi la lingua a due punte,
scoppi in una risata e, beffandosi dei miei trucchi:
"Vincere i serpenti  un gioco che facevo gi nella culla,"
disse; "e se anche tu, Achelo, superassi qualsiasi drago,
cosa potresti essere, da solo, in confronto al mostro di Lerna?
Dalle sue stesse ferite si riformava e, delle cento teste
che aveva, non ce n'era una che si potesse mozzare
senza che sul collo, pi sano di prima, due gliene rispuntassero.
E quel mostro, che mutilato si ramificava in nuove serpi
e dalle piaghe ricresceva, io lo domai e, vinto, lo bruciai.
Cosa credi di fare, tu che mutato in finto serpente
sfoggi armi non tue, tu che ti celi sotto una forma illusoria?".
Cos disse, e le sue dita si chiusero in alto intorno al mio collo,
come un cappio: soffocavo, come se mi stringesse una tenaglia,
e a viva forza cercavo di sottrarre la gola a quelle mani.
Sconfitto anche cos, non mi restava che la foggia minacciosa
di un toro: mutatomi in quello, riprendo la lotta.
Lui dal fianco sinistro mi circonda con le braccia la giogaia
e seguendo il mio slancio mi trascina, m'inginocchia conficcando
le corna nella dura terra e m'abbatte in mezzo alla polvere.
E non basta: mentre m'afferra inferocito un corno, rigido
com'era, lui me lo spezza e lo strappa, mutilandomi la fronte.
Le Naiadi colmano il mio corno di frutti e fiori profumati,
rendendolo sacro, corno prodigioso dell'Abbondanza".
Qui tacque. Una ninfa, che fungeva da ancella, nella veste
succinta di Diana, con i capelli sciolti sulle spalle,
fece il suo ingresso, recando al termine del pranzo il corno
traboccante di tutti i frutti deliziosi dell'autunno.
E spunta l'aurora: appena il primo sole lambisce i monti,
i giovani si congedano. Non attendono che il fiume
ritrovi pace, il suo placido fluire, e che le acque
calino del tutto. L'Achelo immerge nei flutti
il suo rustico volto e il capo dal corno divelto.

Anche se avvilito per il guasto che gli ha sciupato il volto, lui,
per,  incolume; e lo sfregio sul capo si pu sempre celare
con fronde di salice o corone di canne.
Ma a te, feroce Nesso, la passione per quella fanciulla
 costata la vita, trafitto alla schiena da una freccia in volo.
Il figlio di Giove stava tornando alle mura della sua patria
con la giovane sposa, quando giunse alle rapide dell'Eveno.
Il fiume, cresciuto per le bufere invernali, era pi del solito
gonfio, pieno di vortici e quasi impossibile da attraversare.
Ad Ercole, che per s non temeva, ma era in ansia per la moglie,
si accosta Nesso, muscoloso e pratico di guadi:
"Provvedo io, Alcide, a deporre costei sull'altra sponda,"
gli dice. "Tu, con la tua forza, puoi passare a nuoto".
E l'eroe dell'Aonia gli affida la fanciulla sgomenta,
che, pallida in volto, guarda con lo stesso timore il fiume e Nesso.
Poi, cos com'era, con addosso faretra e pelle di leone
(clava ed arco allentato li aveva scagliati sulla riva opposta),
dice: "Giunto sin qui, si superi anche questo fiume".
E senza esitazione alcuna, senza cercare il punto pi calmo,
rifiutando d'abbandonarsi al flusso della corrente, si tuffa.
Gi sull'altra sponda, mentre raccoglie l'arco che aveva scagliato,
sente la moglie che l'invoca e vede Nesso che s'appresta
a sottrargli chi gli aveva affidato: "Dove t'illudi", gli grida,
"di poter fuggire, insolente? Dico a te, mostro biforme!
Ascoltami, non osare strapparmi ci che m'appartiene!
Se non ti frena il minimo riguardo nei miei confronti, da un coito
illecito dovrebbe almeno distoglierti il supplizio paterno.
Anche se confidi nelle risorse equine, non mi sfuggirai:
non con i piedi, ma con un colpo ti raggiunger!". Detto questo,
lo prova: scaglia una freccia che trafigge la schiena
al fuggiasco. Con la punta gli esce il ferro dal petto
e quando se lo strappa, da entrambi gli squarci, col pus velenoso
del mostro di Lerna, sgorga a fiotti il suo sangue.
Nesso ne afferra il valore, mormorando fra s: "Non morir
senza vendicarmi!", e a colei che voleva rapire, come sprone
all'amore, dona la propria veste intrisa di sangue bollente.

Pass molto tempo, durante il quale il grande Ercole
riemp il mondo delle sue gesta, saziando l'odio della matrigna.
Tornato vittorioso da Eclia, lui stava per rendere grazie
a Giove Ceno: la Fama, che gode con le sue calunnie
a confondere vero e falso, e che dal nulla si dilata
per forza di menzogna, lo precorse, recando alle tue orecchie,
Deianira, una voce: Ercole si  invaghito di Iole.
L'innamorata ci crede e, atterrita da questa rivelazione,
all'inizio si abbandona al pianto e sfoga avvilita il suo dolore
in un mare di lacrime; ma poi: "Perch mai piango?" si domanda.
"Queste lacrime faranno soltanto piacere alla mia rivale.
E poich si far viva, devo sbrigarmi a inventare qualcosa,
finch sono in tempo e l'intrusa ancora non dispone del mio letto.
Dolermi o tacere? Tornare a Calidone o restarmene qui?
Andarmene di casa o, se non c' di meglio, accettare la sfida?
E se invece, ricordando d'essere tua sorella, Meleagro,
preparassi una vendetta esemplare e, sgozzando la mia rivale,
dimostrassi cosa pu il rancore di una donna oltraggiata?".
Fra un pensiero e l'altro vacilla la sua mente, ma fra tutti
sceglie di mandare ad Ercole la veste intrisa del sangue
di Nesso, perch ridia forza all'amore che langue,
e all'oscuro della propria rovina, l'affida a Lica, che ignora
cosa reca, incaricandolo con le sue blandizie, sventurata,
di consegnare quel dono al marito. Ercole prende la veste
e senza saperlo indossa il veleno dell'idra di Lerna.
Mentre pregando spargeva incenso sul fuoco appena acceso
e dal calice versava vino sugli altari di marmo,
il veleno, sciolto al calore delle fiamme, prese forza
e colandogli sul corpo si disperse per tutte le sue membra.
Finch pot, col suo solito coraggio represse i gemiti;
ma quando intollerabili divennero le sofferenze,
rovesci gli altari e con le sue urla riemp le selve dell'Eta.
Senza indugio tenta di strapparsi di dosso la veste mortale:
dove la tira, tira anche la pelle e, orribile a dirsi, la veste
resta incollata al corpo malgrado gli sforzi per staccarla,
o gli lacera le carni mettendo a nudo le sue ossa enormi.
E il sangue stride, come lama incandescente immersa
in acqua gelida, e si secca al fuoco del veleno.
Non c' rimedio: avide le fiamme divorano il petto,
un sudore livido scorre su tutto il suo corpo,
combusti stridono i tendini, e lui, con le midolla sfatte
da quella peste occulta, levando le mani al cielo:
"Ntriti della mia sventura, figlia di Saturno!" grida;
"ntriti e, contemplando dall'alto, malvagia, questo strazio,
sazia il tuo cuore feroce! Ma se anche a un nemico strappo piet
(e dico a te!), troncami questa vita in preda ai tormenti pi atroci,
una vita odiosa, nata solo per i travagli.
Un dono mi sar la morte, un dono che s'addice a una matrigna!
Non fui io a domare Busride che lordava i templi
col sangue degli stranieri? a privare il malvagio Anteo delle forze
che gli infondeva sua madre? a fronteggiare i tre corpi
del pastore d'Iberia o i tuoi tre corpi, Cerbero?
Non ho con voi, mani mie, piegato le corna di quel toro immane?
con voi compiuto le imprese dell'Elide, della gora di Stnfalo,
dei boschi del Partenio? in virt vostra non fu conquistata
la cintura scolpita nell'oro del Termodonte,
non furono conquistati i pomi custoditi dal drago insonne?
Non  a me che non poterono resistere i Centauri
o il cinghiale che devastava l'Arcadia? Non  per me che all'idra
non serv ricrescere dalle ferite, raddoppiando le forze?
E che dire di quando vidi i cavalli del re di Tracia
gonfi di sangue umano e le greppie colme di corpi fatti a pezzi?
a quella vista le distrussi e uccisi padrone e cavalli.
Da queste braccia giace soffocata la belva immane di Nemea,
su queste spalle ho sostenuto il cielo. Stancata si  d'intimare
l'implacabile Giunone: mai io mi son stancato d'eseguire.
Ma una peste inaudita ora m'assale, a cui non si resiste
con valore o armi: nel profondo del mio petto serpeggia un fuoco
che tutto divora e di tutte le membra si nutre.
Eppure Euristeo  vivo e vegeto! E c' chi crede all'esistenza
degli dei!". Cos dice, e piagato si trascina sui gioghi
dell'Eta, come un toro che porti confitta in corpo
una picca, mentre chi l'ha colpito  corso a rifugiarsi.
Gemere l'avresti visto, gridare il proprio sdegno,
tentare di strapparsi ancora una volta la veste,
sradicare tronchi, sfogare la sua rabbia
contro le rocce o tendere le braccia verso il cielo di suo padre.

Ed ecco che scorge Lica nascondersi sconvolto nell'anfratto
d'una rupe; con tutta la collera accumulata dal dolore:
"Lica," gli grida, "a te dunque devo questo dono mortale?
A te dovr imputare la mia morte?". Quello, pallido, atterrito,
trema, balbettando attenuanti in sua difesa.
Mentre balbetta e cerca di abbracciargli le ginocchia,
Ercole l'afferra, lo fa roteare tre, quattro volte
e, con pi violenza di una fionda, lo scaglia nel mare d'Eubea.
Sospeso nello spazio Lica si congela: come ai venti gelidi
vedi rapprendersi la pioggia, trasformarsi in neve,
e poi in un turbinio condensare i suoi morbidi fiocchi,
che ispessendosi si addensano in grandine, cos,
scagliato nel vuoto dalle braccia possenti di Ercole,
esangue per il terrore, senza pi una goccia di umore,
Lica, come racconta la leggenda, si trasforma in dura roccia.
Ancor oggi sopra i gorghi profondi del mare d'Eubea affiora
un piccolo scoglio che serba il profilo di forma umana:
i marinai, quasi fosse sensibile, esitano a porvi piede
e lo chiamano Lica. Intanto tu, illustre virgulto di Giove,
tagliati gli alberi, dei quali s'ammantava in vetta l'Eta,
per costruire il rogo, disponi che il figlio di Peante
si prenda l'arco, la capace faretra e le frecce, destinate
a rivedere ancora una volta il regno di Troia, e gli ordini
d'appiccare il fuoco. E mentre le fiamme inghiottono la pira,
sulla sua cima tu stendi la pelle del leone di Nemea
e, appoggiato il capo sulla clava, ti sdrai supino,
con lo stesso volto che avresti se ti adagiassi a banchetto
tra coppe colme di vino e inghirlandato di fiori.

E gi impetuosa, divampando tutt'intorno e lambendo il suo corpo,
crepitava la fiamma tra la quieta indifferenza dell'eroe:
sgomento provarono gli dei per il difensore della terra.
E allora, rendendosene conto, Giove Saturnio, lieto in volto,
cos a loro si rivolse: "Questo vostro timore mi rallegra,
celesti, e dal profondo del cuore mi congratulo con me stesso
d'esser chiamato signore e padre di una stirpe riconoscente
e perch la mia progenie pu contare sul vostro affetto.
E anche se lui se l' guadagnato con le sue gesta immani,
ve ne sono grato ugualmente. Ma il vostro cuore fedele
non si sgomenti inutilmente, non temete queste fiamme!
Colui che tutto vinse, vincer anche il fuoco che vedete,
e non subir il potere di Vulcano, se non per ci che  nato
da sua madre; ci che da me gli viene  eterno, invulnerabile,
non conosce la morte e non c' fiamma che possa distruggerlo.
Questa essenza, al termine della vita, io l'accoglier in cielo
e confido che questa mia decisione a tutti gli dei
torner gradita. Se tuttavia qualcuno dovesse dolersi
che Ercole divenga un nume, per quanto il premio gli dispiaccia,
dovr riconoscere che  meritato e suo malgrado approvarlo".
Gli dei assentirono; e anche la regale consorte di Giove
parve non contrariata a quel discorso, salvo alle ultime parole,
che accolse, sentendosi colpita, con volto duro.
Intanto, tutto ci che era devastabile dalle fiamme,
Vulcano l'aveva distrutto: impossibile riconoscerlo;
di ci che aveva preso dalla madre il suo aspetto
non conservava pi nulla; solo l'impronta di Giove serbava.
Come il serpente, abbandonata con la pelle la vecchiaia,
prende nuovo vigore nello sfavillio delle sue fresche squame,
cos l'eroe di Tirinto, lasciate le spoglie mortali,
rinasce con la parte migliore di s, sembra farsi pi grande,
assumendo un'aria sacra e solenne, degna di venerazione.
Il padre, che tutto pu, lo nasconde nelle spire di una nube
e con un cocchio a quattro cavalli lo porta fra gli astri radiosi.

Ne avvert il peso Atlante. Ma il figlio di Stnelo, Euristeo,
ancora in preda all'ira, l'odio che portava ad Ercole, implacabile
lo rivolse contro i suoi figli. E Alcmena d'Argo, tormentata
da tutti quegli assilli, non aveva che Iole per lamentarsi
come fan le vecchie, per raccontare (testimone il mondo)
le imprese del figlio e le proprie croci. Per volont di Ercole
Illo aveva accolto nel proprio cuore Iole come sposa
e l'aveva fecondata col suo nobile seme.
Alcmena cos le parla: "Che almeno a te gli dei siano propizi
e ti abbrevino le doglie, quando al parto invocherai Ilita,
la dea delle trepide partorienti, che con me
fu cos disumana per far piacere a Giunone.
Nell'imminenza del parto, quando il sole incombeva
sul decimo segno, un gran peso tendeva il mio ventre
e il fardello che dentro vi portavo era tale, da non potersi
dubitare che il padre di Ercole, destinato a tante fatiche,
fosse Giove. Ormai pi non resistevo alle doglie del parto
e, anche ora che te ne parlo, un brivido di gelo
percorre il mio corpo, e averne memoria  un po'come soffrire.
Straziata per sette notti e altrettanti giorni,
sfinita dal male, tendendo al cielo le braccia, non feci
che invocare a gran voce Lucina e le dee che agevolano i parti.
Lucina venne, s, ma, istigata in precedenza contro di me,
con la mira d'immolare la mia vita alla crudele Giunone.
E come ud i miei gemiti, si sistem su quell'altare,
l davanti alla porta e, accavallando le gambe, la destra
sulla sinistra, intrecciando le dita a mo'di pettine,
differ il mio parto; poi, pronunciando a mezza voce
formule magiche, con quelle ne blocc del tutto il corso.
Io mi sforzo e fuor di senno accuso senza ragione Giove
d'essere un ingrato, supplico di morire e mi lamento
con accenti da far piangere i sassi. Le donne di Cadmo
m'assistono, fanno voti e mi rincuorano nella sofferenza.
Mi assisteva anche un'ancella, una ragazza del popolo, Galanti,
bionda di capelli, infaticabile ad eseguire gli ordini,
e che per il suo zelo mi era cara. Lei intu che per colpa
di Giunone qualcosa stava accadendo, e nel suo andirivieni,
dentro e fuori della porta, vide la dea appostata sull'ara,
che con le dita intrecciate teneva le braccia intorno ai ginocchi,
e le disse: "Chiunque tu sia, rallegrati con la mia padrona;
Alcmena d'Argo ha partorito: esaudito ha la puerpera i suoi voti".
Balz in piedi la dea dei parti sbigottita
e disgiunse le mani: sciolto il nodo, io partorisco.
Pare che Galanti scoppiasse a ridere per questa beffa,
ma la dea incattivita al suo riso l'afferr per i capelli
gettandola a terra, e mentre lei cercava di alzarsi,
le inarc il corpo e le mut le braccia in zampe.
La sveltezza originaria le rimase qual era e il dorso
non perse il suo colore:  l'aspetto che non  pi lo stesso.
Per aver con bocca mendace recato aiuto a una partoriente,
si sgrava dalla bocca e, come prima, frequenta le nostre case".

Tacque e, commossa al ricordo di quell'ancella,
sospir. A lei, vedendola in pena, cos si rivolse la nuora:
"A turbarti  la metamorfosi, madre mia, di una donna
estranea alla nostra famiglia. Ma se ti narrassi l'incredibile
storia di mia sorella, che diresti? Anche se lacrime e dolore
m'intrigano impedendomi di parlare. Drope era figlia unica
(nostro padre mi ebbe da un'altra donna) ed era per bellezza
la donna pi famosa d'Eclia. Perduta la verginit
per la violenza subita dal dio che regna su Delfi e su Delo,
fu presa in moglie da Andrmone, che, dicono, ne fosse felice.
C' un lago la cui sponda in pendio forma una specie di spiaggia
in leggera salita; un mirteto, in cima, gli fa corona.
Qui era venuta Drope, ignara della sua sorte, per offrire,
cosa pi commovente ancora, ghirlande alle ninfe.
In braccio, dolce fardello, portava un bimbo, che nemmeno
aveva compiuto un anno, e lo nutriva col suo tiepido latte.
Non lontano dallo stagno fioriva, promettendo bacche,
con gli stessi colori della porpora di Tiro, un loto d'acqua.
Drope ne aveva colto i fiori, per donarli al figlio
come trastullo; ed io pensavo di fare lo stesso
(c'ero infatti anch'io): vidi gocce di sangue cadere
dai fiori e i rami palpitare percorsi da un brivido.
Cos, ti dico: come apprendemmo troppo tardi dai contadini,
in quella pianta si era nascosta, per sfuggire alle voglie oscene
di Pripo, la ninfa Loti, mutando aspetto ma non il nome.
Mia sorella l'ignorava e, mentre atterrita voleva tornarsene
indietro e allontanarsi dalle ninfe che adorava,
i piedi misero radici. Cerca, s, di svellerli,
ma ne muove solo la parte in alto. Dal suolo, poi, cresce
una corteccia tenera, che a poco a poco avvolge tutto il ventre.
Come se ne accorge, tenta di strapparsi con le mani i capelli,
ma se le ritrova piene di foglie: tutto il capo ne era invaso.
E Anfisso, il bambino (questo era il nome che gli aveva dato
il nonno urito), sente il seno della madre indurirsi
e il flusso del latte esaurirsi, malgrado si sforzi di succhiare.
Io assistevo alla tua fine atroce, senza nulla poter fare
per recarti aiuto, sorella mia; cercavo con tutte le forze
di ritardare, abbracciandoti, la crescita del tronco e dei rami:
lo confesso, avrei voluto sparire sotto la stessa corteccia.
Ed ecco qui giungere il marito Andrmone e il padre in lacrime:
cercano Drope, Drope cercano ed io a loro non posso
che mostrare quel loto. Prostrati baciano il legno ancora tiepido,
si aggrappano alle radici di quella pianta che  parte di loro.
E tu, sorella cara, nulla avevi che non fosse albero,
se non il viso: lacrime rigano le foglie spuntate
da quel corpo sventurato; e finch  possibile, finch la bocca
permette un varco alla voce, Drope sparge nell'aria i suoi lamenti:
"Se anche gli sventurati son degni di fede, giuro sugli dei
di non aver meritato questa infamia: senza colpa ne soffro.
Nell'innocenza sono vissuta; se mento, ch'io mi secchi e perda
tutte le foglie che ho e, tagliata con la scure, mi si bruci.
Ma almeno strappate questo bambino ai rami di sua madre,
affidatelo a una nutrice e fate in modo che sotto il mio albero
beva il suo latte tutti i giorni e sotto il mio albero giochi.
E quando sapr parlare, fate che venga a salutarmi,
mormorando accorato: 'In questo tronco si cela mia madre'.
Ma si guardi dagli stagni e non colga fiori dalle piante:
ricordi che in ogni arbusto pu nascondersi il corpo di una dea.
Addio marito mio, addio sorella, padre addio.
Se avete un po'd'affetto, difendete le mie fronde
dai colpi taglienti della falce, dai morsi delle mandrie.
E poich sino a voi non mi  consentito chinarmi,
tendetevi sino a me per ricevere i miei baci,
finch  possibile baciarci, e sollevate il mio bambino.
Non posso pi parlare: una membrana sottile serpeggia
lungo il mio candido collo, serrandomi fin sopra il capo.
Toglietemi dagli occhi le mani: lasciate che sia la corteccia,
non la vostra piet, a velarmi in punto di morte la luce".
Le labbra smisero di parlare e di esistere: per lungo tempo,
dopo la metamorfosi, i germogli ne serbarono il tepore".

Mentre Iole narrava il prodigioso evento e mentre Alcmena,
accostando le dita, asciugava le lacrime alla figlia di urito
(ma anche lei piangeva), un avvenimento inatteso fug
la loro tristezza. Nell'ampio vano della porta apparve,
quasi fanciullo, con le guance coperte da un'ombra di peluria,
Iolao, restituito alle fattezze dei suoi anni giovanili.
Questo dono glielo aveva concesso Ebe, figlia di Giunone,
vinta dalle preghiere del marito. E stava per giurare
che a nessun altro avrebbe accordato favore uguale,
quando Temi, protestando, le disse: "A Tebe si prepara
una guerra intestina, e Capaneo non potr esser vinto
che da Giove; pari saranno due fratelli nel darsi la morte;
un indovino, inghiottito dal suolo, vedr ancora vivo
le ombre dei morti; un figlio con atto insieme virtuoso e criminale,
punir la madre per vendicare il padre
e, oppresso dal rimorso, fuori di senno, esiliato dalla patria,
sar braccato dal volto delle Furie e dall'ombra della madre,
finch la moglie non gli chieder la collana fatale
e la spada di Fegeo non s'immerger nel corpo del congiunto.
E allora Callroe, figlia di Achelo, pregher l'eccelso Giove
di concedere ai propri figli ancora imberbi un'et pi matura,
perch la morte del vendicatore non restasse invendicata.
Commosso, Giove accorder per primo i doni tuoi, Ebe, figliola
e nuora sua, rendendoli adulti nell'et dell'infanzia".

Quando Temi, che conosce il futuro, giunse al termine
del suo presagio, gli dei in subbuglio si misero a disputare,
chiedendosi irritati perch mai non fosse lecito concedere
ad altri lo stesso dono. La figlia di Pallante si lamenta
che troppo vecchio  suo marito, la mite Cerere che Iasione
incanutisce; Vulcano pretende che Erictonio
torni a vivere da capo; e anche Venere, angustiata dal futuro,
si mette a patteggiare perch ad Anchise si calassero gli anni.
Ogni nume ha qualcuno da proteggere, cos il tumulto cresce
in disputa di favori, finch Giove non apre bocca e dice:
"Abbiate un po'di rispetto per me! Siete impazziti?
Qualcuno di voi crede forse di essere cos potente
da poter vincere il destino? Per volere del fato  tornato
Iolao a rivivere i suoi anni; per volere del fato i figli
di Callroe diventeranno adulti, non con intrighi o conflitti.
Anche voi dipendete dal destino, e anch'io, se ci
pu consolarvi. Se avessi il potere di mutarlo,
il mio aco non sarebbe ingobbito dal progredire degli anni
e Radamanto avrebbe il dono dell'eterna giovinezza,
come il mio Minosse, che per l'amaro peso della sua vecchiaia
ora  disprezzato e non governa pi come un tempo".
Le parole di Giove convinsero gli dei e nessuno
os lamentarsi, vedendo Radamanto, aco e Minosse
stremati dagli anni. E Minosse, finch era stato in pieno vigore,
aveva fatto tremare interi popoli col solo suo nome;
ora, infiacchito, tremava davanti al figlio di Deione,
Mileto, che vantava prestanza giovanile e sangue di Febo;
e pur essendo convinto che costui tramasse un colpo di stato
contro la sua corona, non osava intimargli l'esilio.
Ma fosti tu, Mileto, a decidere la fuga, solcando
il mare dell'Egeo a forza di remi, e a fondare in terra d'Asia
una citt che da te, costruttore delle mura, prende il nome.
E qui incontrasti, mentre seguiva le anse della riva paterna,
la figlia del Meandro, che continuamente torna su s stesso:
Cinea, una fanciulla dalle forme stupende,
che ti partor due gemelli, Bibli e Cuno.

Monito  Bibli a voi, fanciulle: amate solo chi  lecito amare.
Bibli, travolta da passione per l'apollineo fratello,
l'am non come una sorella, ma come non avrebbe dovuto.
In verit, all'inizio lei non comprende il senso di quella fiamma,
non pensa di peccare quando troppo spesso bacia suo fratello,
quando gli getta le braccia intorno al collo, e per lungo tempo
inganna s stessa col velo artificioso di un semplice affetto.
Ma a poco a poco l'amore si fa strada: per vedere il fratello
si agghinda tutta, troppo brama d'apparirgli bella,
e se al suo fianco ve n' un'altra pi bella, la guarda di mal occhio.
Non ne  consapevole ancora e, oppressa da quel fuoco,
ancora non formula voti, anche se dentro arde tutta.
Comincia, s, a chiamarlo signore, a odiare i nomi che ne svelano
il sangue, a preferire che lui la chiami Bibli anzich sorella;
per, quando  sveglia, non lascia che il cuore si abbassi
a speranze lascive; quando invece cade in braccio al sonno,
sogna l'oggetto del suo amore, immagina d'unire il suo corpo
a quello del fratello e si fa rossa, bench giaccia addormentata.
Svanito il sonno, a lungo tace, rivive il suo sogno
e col cuore tormentato dai dubbi, mormora fra s:
"Ahim, che vuol dire questa visione nel silenzio della notte,
e che vorrei non si avverasse? Perch mai ho fatto questo sogno?
Certo lui, anche ad occhi malevoli, s, i pi malevoli,  bello
e mi piace; se non fosse mio fratello, potrei amarlo,
e di me sarebbe degno; ma il guaio  che sono sua sorella.
Purch io non tenti di commettere simili cose da sveglia,
torni, torni pure la stessa immagine a visitarmi nei sogni!
Non ha testimoni il sonno e il piacere non  lontano dal vero.
O Venere, o Cupido, che voli intorno alla tua tenera madre,
che godimento ho provato, che volutt autentica m'ha pervaso,
abbandonata al languore, sfibrata sino all'anima.
Che ricordo delizioso, anche se il piacere  stato breve
e fugace la notte per invidia dei nostri disegni.
Oh, se fosse possibile unirsi cambiando nome,
che nuora ideale potrei essere, Cuno, per tuo padre!
e che genero ideale potresti essere tu per il mio!
Volessero gli dei che tutto avessimo in comune,
tranne i nostri vecchi! Io vorrei che tu fossi pi nobile di me.
Cos invece, splendore mio, renderai madre non so chi,
e per me che, maledetta, ho avuto in sorte i tuoi stessi genitori,
tu non sarai che un fratello: in comune abbiamo soltanto divieti.
Che senso hanno allora le mie visioni? Che peso per me
possiedono i sogni? Ma possiedono un peso i sogni?
Fortunati gli dei! loro possono unirsi alle sorelle.
Saturno spos Opi, del suo stesso sangue;
Oceano Teti e il re dell'Olimpo Giunone.
Ma gli dei hanno leggi proprie: perch pretendo di uniformare
i costumi umani alle norme del cielo, che son diverse?
O questa passione illecita sar sradicata dal mio cuore,
o, se non vi riesco, ch'io possa qui morire e, morta,
composta sul letto, l distesa, venga a baciarmi mio fratello!
Ma  un'unione, questa, che richiede il consenso d'entrambi.
Metti che a me sia gradita: a lui potr sembrare un'infamia.
Eppure i figli di Eolo non sdegnarono il letto delle sorelle.
Ma dove l'ho appreso? Perch sono ricorsa a questo esempio?
Dove son spinta? Via, lontano da me, fuoco immondo:
solo nel modo concesso a una sorella sia amato il fratello!
Ma se fosse stato lui a innamorarsi di me per primo,
chiss, forse avrei potuto abbandonarmi alla sua passione.
E poich non l'avrei respinto, se fosse stato lui a cercarmi,
sar io a cercarlo? Potrai parlargli? potrai aprirti a lui?
Per amore, s che potr! o, se il pudore mi chiuder la bocca,
sar in segreto una lettera a rivelare il fuoco che nascondo!".

Questa idea le piace e prevale sui dubbi della sua mente.
Si solleva sul fianco e, appoggiata sul gomito sinistro:
"Giudichi lui," si dice; "confessiamo questo folle amore.
Ahim, dove rovino? Quali deliri genera la mia mente?".
E, studiando le parole, con mano tremante si mette a scrivere;
la destra stringe lo stilo, l'altra regge la tavoletta vergine.
Comincia ed esita; scrive e si pente di quello che ha scritto;
segna e cancella; corregge, rifiuta e approva;
prende la tavoletta e la depone; la depone e la riprende.
Non sa ci che vuole, e ci che ha in mente di fare non le piace;
sul suo volto  dipinta un'audacia mista a vergogna.
Aveva scritto 'sorella'; decide di cancellare 'sorella'
e di incidere sulla cera spianata queste parole:
"Quel bene che, se non sarai tu a darglielo, lei non avr mai,
a te l'augura chi t'ama. Arrossisco, arrossisco a dire il mio nome!
Se mi chiedi ci che bramo, avrei voluto trattare la mia causa
senza rivelare il nome ed esser conosciuta come Bibli,
finch certa non fosse l'attuazione dei miei voti.
Ma che il mio cuore fosse ferito potevano indicarteli
il pallore, lo sfinimento, l'espressione e gli occhi, cos spesso
velati di pianto, i sospiri emessi senza ragione apparente,
i continui abbracci e i baci che (forse l'hai notato)
non era possibile confondere con quelli d'una sorella.
Io per, pur avendo in cuore una ferita insopportabile,
pur avendo dentro una passione di fuoco, tutto ho fatto
(gli dei mi son testimoni) per giungere a guarire;
a lungo, disperata, ho lottato per sottrarmi alle armi tremende
di Cupido; e ho sofferto pene maggiori di quelle che, a tua mente,
potrebbe sopportare una fanciulla. Ma vinta devo purtroppo
confessarmi e chiedere il tuo aiuto, osando appena confidarvi:
tu sei l'unico che possa salvare o perdere colei che t'ama.
Scegli tu cosa vuoi fare. Non  certo una nemica a pregarti,
ma una donna che, pur legatissima a te, spasima d'esserlo
ancor di pi e d'unirsi a te con vincolo ancora pi stretto.
Lasciamo agli anziani il verdetto su ci che  permesso,
su ci che  lecito o no, indagando e pesando a fondo la legge:
in amore alla nostra et convien essere temerari.
Del resto cosa  lecito? non lo sappiamo: crediamo che tutto
sia permesso, seguendo l'esempio che ci danno gli dei dal cielo.
Non ci fermeranno severit paterna, scrupoli
di buon nome o paura. Ma poi paura di che?
Ai dolci convegni far da schermo il nome che ci lega:
io sono pur libera di appartarmi con te per parlarti,
stringendoti fra le braccia e baciandoti di fronte a tutti.
E poi che manca? Abbi piet di chi confessa il suo amore:
non lo confesserebbe se non l'obbligasse una passione estrema.
Non far s che per la mia morte ti si accusi d'esserne la causa".

Mentre vergava questo vaniloquio, vennero a mancare
le tavolette ormai colme e l'ultima riga fu tracciata in margine.
Subito firma la sua condanna imprimendovi il sigillo
inumidito con le lacrime (la lingua le si era seccata);
e tutta vergognosa chiama uno dei suoi servi; rincuorando
quel tremebondo, gli dice: "Per la fede che mi porti, consegna
questa lettera a mio..." e solo dopo una vita aggiunge: "fratello".
Ma nel dargliele, le tavolette le sfuggono, cadendo a terra.
Pur turbata dal presagio, le manda ugualmente; e l'araldo, colta
l'occasione, avvicina Cuno, porgendogli il messaggio segreto.
Sconvolto, il giovane nipote di Meandro s'infiamma di collera,
getta le tavolette appena ricevute, senza quasi leggerle,
e trattenendosi a stento dallo schiaffeggiare il servo atterrito:
"Finch puoi, sciagurato mezzano d'una lussuria spudorata,
sparisci!" gli grida. "Se la tua fine non trascinasse nel fango
il mio buon nome, me la pagheresti con la vita".
Quello fugge sgomento e riferisce alla padrona la rabbiosa
risposta. Sentendo che Cuno ti respinge, tu, Bibli, allibisci
e il tuo corpo s'impietrisce, invaso da un brivido glaciale.
Ma quando torna la ragione, tornano anche le smanie
e con voce che appena risuona nell'aria, mormora:

" giusto! perch son stata tanto temeraria da rivelargli
le mie piaghe? perch con tanta fretta ho affidato a una lettera
avventata parole che dovevano restar segrete?
Prima dovevo sondare il suo animo, parlandogli
con frasi ambigue. Per evitare che non mi secondasse,
dovevo controllare che vento spirava, almeno
con qualche vela, e mettermi a navigare solo con mare buono,
mentre ho spiegato tutte le vele al vento, senza averlo saggiato.
Cos son sbattuta contro gli scogli e il mare intero mi travolge
rovinandomi addosso, senza aver modo d'invertire la rotta.
Del resto un presagio inequivocabile non mi vietava
d'indulgere al mio amore, quando le tavolette, all'ordine
di portarle, mi caddero, annunciando il crollo delle mie speranze?
Non avrei dovuto mutare giorno o addirittura tutto il piano?
No, no, meglio il giorno: proprio una divinit m'ammoniva,
mi dava segni certi, se cieca non fosse stata la mia mente.
E comunque non dovevo affidarmi a una lettera, ma parlargli
io stessa e di persona rivelargli i miei deliri.
Avrebbe visto le mie lacrime, il volto di chi l'adora;
avrei potuto dirgli pi cose di quelle entrate nella lettera.
Potevo gettargli le braccia al collo, anche se non voleva,
e, se m'avesse respinto, far finta d'essere in punto di morte,
abbracciargli le ginocchia e, stesa ai suoi piedi, implorargli la vita.
Tutti i mezzi avrei usato e, se ognuno in s non avesse potuto
vincere il suo puntiglio, tutti insieme vi sarebbero riusciti.
E forse un po'di colpa ce l'ha pure il servitore che ho mandato:
non deve averlo avvicinato bene, aver scelto il momento
adatto, suppongo, o atteso un'ora in cui avesse la mente sgombra.
Ecco cosa mi ha nuociuto: lui non  nato da una tigre,
il suo cuore non ha l'asprezza d'una pietra, la tempra del ferro
o dell'acciaio, lui non ha succhiato il latte d'una leonessa.
Lo vincer; torner all'attacco e mai avr posa
di provare e riprovare, finch mi rimarr un soffio di vita.
Per primo, se mai potessi annullare ci che ho fatto, non avrei
dovuto cominciare; ma a questo punto devo portarlo a termine.
Del resto neppure lui, anche se rinunciassi alle mie speranze,
potr mai dimenticare ci che ho avuto l'impudenza di fare;
e se desister, sembrer che abbia agito da sventata
o che abbia voluto metterlo alla prova tendendogli un'insidia;
comunque penser ch'io non sia stata vinta dalla tirannia
del nume, che strazia e brucia il mio cuore, ma dalla lussuria.
Infine non posso negare d'aver commesso un'infamia:
gli ho scritto e l'ho supplicato, mostrando intenzioni perverse;
anche se ora mi fermassi, non potrei pi dirmi innocente.
Lunga la strada che si frappone ai miei voti, ma breve alla colpa".
Cos dice, e tanta confusione e incertezza v' nella sua mente,
che, pur pentita d'aver tentato, vuol tentare di nuovo, e perde
il senso della misura, esponendosi, ahim, a continui rifiuti.

Infine Cuno, poich lei non gli d tregua, fugge dalla patria
e da quell'abominio e fonda una nuova citt in terra straniera.
Allora, s, la figlia di Mileto perde per l'angoscia
del tutto la ragione, allora, s, come una furia
si strappa dal petto la veste e si percuote, si dice, le braccia.
Ormai  pazza, non c' dubbio; parla a tutti della sua speranza
d'amore ed essendole vietata, lascia la patria e i suoi penati
fattisi odiosi, e parte alla ricerca del fratello fuggitivo.
La vedono correre urlando per la distesa dei campi
le donne di Bbaso, come quando, ossessionate dal tuo tirso,
figlio di Smele, le baccanti di Tracia celebrano
ogni tre anni i tuoi riti. Lasciata Bbaso,
vaga tra i Cari, tra i Llegi e per la Licia.
Gi s' lasciata il Crago e il Lmire alle spalle, i flutti dello Xanto
e l'altura sulla quale abit Chimera, che dal ventre spira
fiamme e ha petto e muso di leonessa, coda di serpente.
Si diradano i boschi, quando tu, sfinita a forza d'inseguirlo,
cadi e rimani distesa con i capelli sparsi, Bibli,
sulla dura terra e col viso che preme le foglie morte.
Pi volte,  vero, con dolcezza le ninfe della terra dei Llegi
tentano di sollevarla; pi volte, per guarirla dall'amore,
l'incoraggiano, ma a una mente spenta non serve il loro conforto.
Muta giace Bibli, tra le unghie stringe l'erba verde
e inonda tutto il prato d'un mare di lacrime.
Da quelle, si racconta, le Naiadi fecero sgorgare
una polla, che mai si potesse seccare: c' dono migliore?
Subito, come la resina gocciola dalla corteccia incisa,
o come vischioso trasuda il bitume dal grembo della terra,
o come ai primi lievi soffi del Favonio, l'acqua,
cristallizzata dal gelo, si scioglie al sole,
cos struggendosi in lacrime, Bibli, nipote di Febo,
si trasforma in fonte, che ancor oggi in quelle vallate
porta il nome della sua signora e sgorga ai piedi di un leccio scuro.

La notizia di quel prodigio avrebbe forse sconcertato
tutte e cento le citt di Creta, se proprio a Creta poco prima
non ne fosse accaduto un altro: la metamorfosi d'Ifi.
Nella regione di Festo, che  vicina al regno di Cnosso,
viveva un certo Ligdo, un plebeo d'oscura famiglia,
ma libero. Non era pi ricco di quanto fosse nobile,
ma era sempre vissuto onestamente e senza macchia.
Alla moglie, incinta e ormai vicina al giorno del parto,
costui rivolse questo ammonimento: "M'auguro
due cose sole: che tu partorisca soffrendo il meno possibile
e metta al mondo un maschio. In caso contrario sarebbe un guaio,
perch purtroppo abbiamo pochi mezzi. Perci, se per malasorte
(e spero non avvenga) tu partorissi una femmina, bench
mi ripugni, ingiungo (il cielo mi perdoni) che venga uccisa".
Questo disse, e fiumi di lacrime rigarono il volto di chi
proferiva l'ordine, come di lei che lo riceveva.
Invano Teletusa preg e ripreg il marito
di non porre limitazioni al sospirato evento.
Ligdo fu irremovibile. E ormai lei a stento
reggeva il peso del ventre maturo, quando
nel cuore della notte, mentre dormiva, le apparve
davanti al letto, o sogn che le apparisse, la figlia di naco,
accompagnata da tutto il suo sguito. Sulla fronte portava
le corna lunari, con spighe sfavillanti d'oro puro,
e le insegne regali. Al suo fianco latrava Anubi
e c'erano la santa Bubasti, Api dal manto a chiazze,
e il nume che spegne la voce e invita col dito al silenzio.
E poi i sistri, Osiride cos a lungo cercato,
e il serpente esotico gonfio di veleno che procura il sonno.
E a Teletusa, che netto tutto vedeva, quasi fosse sveglia,
la dea cos parl: "O tu, che mi sei devota,
smetti di preoccuparti ed eludi l'ordine di tuo marito.
Quando Lucina t'avr sgravato, non esitare: accogli
come tuo chi nascer. Io sono una dea pietosa e a chi m'invoca
vengo in aiuto: non potrai dire d'aver pregato
una divinit ingrata". Dato questo consiglio, usc di camera.
Felice la donna cretese si alz dal letto e, levando agli astri
le mani senza macchia, preg che la sua visione s'avverasse.
Poi le doglie crebbero e il feto venne alla luce senza fatica:
era una femmina, ma il padre non lo seppe, e la madre ordin
che fosse allevata dicendo che era un maschio. Fu creduta
e nessuno fu edotto dell'inganno, se non la nutrice.
Il padre ringrazi gli dei e le impose il nome del nonno:
Ifi, come il nonno appunto. La madre si rallegr di quel nome
che s'adattava a maschio e femmina, senza creare inganni.
Grazie a questo dolce artificio, la menzogna rimase nascosta:
l'abbigliamento era di un fanciullo; i lineamenti, che li assegnassi
a una femmina oppure a un ragazzo, erano belli in entrambi i casi.

Passarono cos tredici anni, quando tuo padre
ti promise in moglie, Ifi, la bionda Iante, figlia
di Teleste del Dicte, ch'era fra quelle di Festo
la vergine pi ammirata in virt della bellezza sua.
Pari d'et e di bellezza, dagli stessi maestri
apprendevano i primi rudimenti della loro educazione.
Fu cos che un reciproco amore sbocci nei loro cuori ingenui
ferendoli entrambi; ma gli auspici erano diversi:
Iante non vede l'ora che venga il tempo delle nozze promesse,
convinta che colei che crede un uomo sar suo marito;
Ifi spasima per una che sa di non poter mai possedere e
questo aggrava la passione, ardendo lei, vergine, per una vergine.
E trattenendo a stento le lacrime: "Che fine mai far," dice,
"presa come sono da una passione, cos mostruosa e inaudita,
che mai nessuno ha provato? Se gli dei volevano risparmiarmi,
risparmiarmi dovevano; altrimenti se volevano distruggermi,
m'avessero almeno dato una pena giusta secondo natura!
Non spasima giovenca per giovenca, n cavalla per cavalla;
ma pecora per l'ariete, cerva per il suo cervo.
Cos s'accoppiano anche gli uccelli, e fra tutti gli animali
non v' femmina che sia travolta da delirio per altra femmina.
Vorrei non esistere!  vero che le mostruosit pi incredibili
accadono a Creta: la figlia del Sole s'innamor di un toro,
ma erano pur sempre femmina e maschio. Il mio amore, a dire
il vero,  assai pi insensato. E tuttavia lei pot appagare
la sua smania amorosa: con l'inganno, dentro una forma di vacca,
in s accolse il toro, ed era un amante che veniva ingannato.
Ma anche ammesso che qui si riunissero gli ingegni del mondo intero,
che qui, volando con le sue ali di cera, Dedalo tornasse,
che potrebbe fare? Trasformarmi forse da vergine in ragazzo
con arti occulte? o forse mutare te, Iante?
Perch allora non ti fai coraggio, Ifi, e non torni in te,
liberandoti di questa fiamma sconsiderata e stolta?
Donna sei nata: convinciti, se non vuoi ingannare te stessa,
e aspira a ci che  lecito, ama quel che deve amare una donna.
 la speranza che affascina,  la speranza a nutrire l'amore.
Ma a te la realt la nega. Non  un guardiano a impedirti
l'amplesso che brami, non  il controllo di un marito sospettoso
o la severit di un padre; n al tuo desiderio lei si nega,
ma tu non puoi possederla, e anche se tutto andasse come deve,
tu non puoi essere felice, per quanto uomini e dei s'ingegnino.
Fino ad ora non c' mio desiderio che sia caduto nel vuoto,
e gli dei, benevoli, m'hanno dato tutto quello che han potuto,
e ci ch'io voglio, lo vuole mio padre, lei stessa e il futuro suocero.
Ma non lo vuole la natura: pi potente di tutti costoro,
 la mia sola nemica! Il momento sospirato si avvicina,
arriva il giorno delle nozze, e Iante finalmente sar mia,
ma averla non potr: moriremo di sete in mezzo all'acqua.
Perch, Giunone, dea delle nozze, perch, Imeneo, venite
a questa festa? Qui non c' lo sposo, ma solo due spose".
E spense la sua voce. Ma l'altra vergine non  meno
smaniosa e supplica che tu venga presto, Imeneo.

E Teletusa, temendo ci che Iante agogna, rinvia la data,
prende tempo fingendo un malore, adducendo presagi e visioni
a pretesto. Ma alla fine non rimangono scuse
da inventare: la data delle nozze, rinviata,
 di nuovo imminente, non resta che un giorno. E allora
a s e alla figliola lei toglie dal capo la benda che annoda
i capelli, e con le chiome sparse, abbracciata all'ara:
"Iside, che vivi a Paretonio, nei campi di Mrea, di Faro
e in quelli del Nilo, che si dirama in sette foci,
aiutaci, ti prego," dice, "liberaci dai nostri timori!
Io ti ho vista, o dea, ti ho vista e riconosciuta con le tue insegne
e tutto il resto, il tuo sguito, le fiaccole e il suono
dei sistri, e porto impressi nella mente i tuoi precetti.
Se mia figlia  in vita ed io non sono punita,
 per consiglio e dono tuo. Abbi piet di entrambe
e portaci soccorso!". Poi in pianto si sciolsero le parole.
Parve che la dea scuotesse il proprio altare (e l'aveva scosso);
tremarono le porte del tempio, sfavillarono corna
simili a falce di luna e risuon il crepitio dei sistri.
Non ancora tranquilla, ma allietata da quel fausto auspicio,
la madre usc dal tempio. Al suo fianco Ifi la segue,
ma con passo pi lungo di prima; il suo viso non ha pi il colore
candido d'un tempo, il corpo si  irrobustito, ed ora i lineamenti
sono pi duri e pi corta  la chioma sparsa al vento.
C' pi vigore nella sua persona, di quand'era femmina:
tu ch'eri tale, sei ora un maschio. Recate doni ai templi,
esultate con tutta la vostra fede! Portano doni ai templi
e aggiungono un'epigrafe: contiene un solo verso:
'Scioglie un uomo con questi doni il voto, che fece Ifi da femmina'.
Il giorno dopo, quando i raggi del sole illuminarono il mondo,
Venere, Giunone e Imeneo si unirono alla cerimonia
nuziale ed Ifi, il giovane Ifi, conquist la sua Iante.
...
.
...
LIBRO DECIMO.
...
.
...
Di l, avvolto nel suo mantello dorato, se ne and Imeneo
per l'etere infinito, dirigendosi verso la terra
dei Cconi, dove la voce di Orfeo lo invocava invano.
Invano, s, perch il dio venne, ma senza le parole di rito,
senza letizia in volto, senza presagi propizi.
Persino la fiaccola che impugnava sprigion soltanto fumo,
provocando lacrime, e, per quanto agitata, non lev mai fiamme.
Presagio infausto di peggiore evento: la giovane sposa,
mentre tra i prati vagava in compagnia d'uno stuolo
di Naiadi, mor, morsa al tallone da un serpente.
A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta
del Rdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti,
non esit a scendere sino allo Stige per la porta del Tnaro:
tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse
alla presenza di Persefone e del signore che regge
lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde
della lira, cos disse: "O dei, che vivete nel mondo degl'Inferi,
dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire,
se  lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi
di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare
le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole,
irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa.
Causa del viaggio  mia moglie: una vipera, che aveva calpestato,
in corpo le iniett un veleno, che la vita in fiore le ha reciso.
Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato:
ha vinto Amore! Lass, sulla terra,  un dio ben noto questo;
se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero:
se non  inventata la novella di quell'antico rapimento,
anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi,
per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno,
vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice!
Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra,
presto o tardi tutti precipitiamo in quest'unico luogo.
Qui tutti noi siamo diretti; questa  l'ultima dimora, e qui
sugli esseri umani il vostro dominio non avr mai fine.
Anche Euridice sar vostra, quando sino in fondo avr compiuto
il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono.
Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo  certo:
io non me ne andr: della morte d'entrambi godrete!".
Mentre cos si esprimeva, accompagnato dal suono della lira,
le anime esangui piangevano; Tantalo tralasci d'afferrare
l'acqua che gli sfuggiva, la ruota d'Issone s'arrest stupita,
gli avvoltoi pi non rosero il fegato a Tizio, deposero l'urna
le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno.
Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta
si bagnassero allora di lacrime le guance. N ebbero cuore,
regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera,
e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava,
e venne avanti con passo reso lento dalla ferita.
Orfeo del Rdope, prendendola per mano, ricevette l'ordine
di non volgere indietro lo sguardo, finch non fosse uscito
dalle valli dell'Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono.
In un silenzio di tomba s'inerpicano su per un sentiero
scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile.
E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,
quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla,
l'innamorato Orfeo si volse: sbito lei svan nell'Averno;
cerc, s, tendendo le braccia, d'afferrarlo ed essere afferrata,
ma null'altro strinse, ahim, che l'aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero
(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d'essere amata?);
per l'ultima volta gli disse 'addio', un addio che alle sue orecchie
giunse appena, e ripiomb nell'abisso dal quale saliva.
Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie,
cos come colui che fu terrorizzato nel vedere Cerbero
con la testa di mezzo incatenata, e il cui terrore non cess
finch dall'avita natura il suo corpo non fu mutato in pietra;
o come Oleno che si addoss la colpa e volle
passare per reo; o te, sventurata Letea, troppo innamorata
della tua bellezza: cuori indivisi un tempo nell'amore,
ora soltanto rocce che si ergono tra i ruscelli dell'Ida.
Invano Orfeo scongiur Caronte di traghettarlo un'altra volta:
il nocchiero lo scacci. Per sette giorni rimase l
accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere:
dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo.
Poi, dopo aver maledetto la crudelt dei numi dell'Averno,
si ritir sull'alto Rdope e sull'Emo battuto dai venti.
Per tre volte il Sole aveva concluso l'anno, finendo nel segno
acquatico dei Pesci, e per tutto questo tempo Orfeo non aveva
amato altre donne, forse per il dolore provato, forse
per averne fatto voto. Eppure molte erano le donne ansiose
d'unirsi al poeta, ma altrettante piansero d'essere respinte.
Gli uomini della Tracia poi ne trassero pretesto per stornare
l'amore verso i fanciulli, cogliendo i primi fiori
di quella breve primavera della vita che  l'adolescenza.

C'era un colle, e sul colle una radura pianeggiante
che germogli d'erba coprivano di verde.
Non c'era ombra in quel luogo, ma quando il divino poeta
vi venne a sedere e trasse dalla lira un accordo,
l'ombra l si diffuse: apparve l'albero della Caonia,
e con quello il bosco delle Eliadi, il rovere svettante,
i tigli flessuosi, il faggio, il vergine alloro,
le fragili avellane, il frassino che serve per le lance,
l'abete senza nodi, il leccio appesantito dalle ghiande,
il platano fastoso, l'acero di diversi colori,
e insieme a loro i salici di fiume, il loto d'acqua,
il bosso sempreverde, le tenere tamerici,
il mirto di due colori e il timo con le sue bacche azzurre.
E voi pure veniste, edere dalle radici aggrovigliate,
e le viti piene di pampini, gli olmi avviluppati di viti,
e ornielli, pcee, corbezzoli carichi di frutti
rosseggianti, tranquille palme che si danno in premio ai vincitori,
e il pino che si erge con la sua chioma arruffata raccolta in cima,
il pino, caro a Cibele, la madre degli dei, se  vero
che per lei Attis si spogli del suo corpo per fissarsi in quel tronco.

A questa folla si aggiunse il cipresso, che ricorda il sonno eterno,
albero adesso, ma un giorno fanciullo amato da quel dio
che padroneggia la corda dell'arco e quelle della cetra.
Nelle campagne di Cartea, sacro alle ninfe di quel luogo,
viveva un cervo gigantesco, che con le sue corna
smisurate velava d'ombra profonda il suo stesso capo.
D'oro splendevano le corna, e monili di gemme,
appesi al collo tornito, gli scendevano lungo il petto.
Sulla fronte, legata a un laccetto, gli ciondolava
una borchia d'argento, e sin dalla nascita sulle tempie,
pendendo dalle orecchie, luccicavano due perle.
Rinunciando all'innata timidezza, senza alcun timore
entrava nelle case di chiunque, porgendo il suo collo,
per farsi accarezzare, anche alle mani degli sconosciuti.
Ma pi che ad altri era caro a te, Ciparisso, a te,
il pi bello della gente di Ceo. Tu lo menavi a sempre nuovi
pascoli, agli specchi d'acqua delle fonti pi pure;
tu fra le corna gli intessevi ghirlande di fiori variopinti
oppure, salendogli in groppa, lo cavalcavi pieno di gioia
qua e l, frenando la sua bocca compiacente con briglie di porpora.
C'era una grand'afa sul far del mezzogiorno; alla vampa del sole
ardevano le curve chele del Cancro che ama le spiagge.
Stanco, il cervo adagi il suo corpo sul terreno erboso,
godendosi la frescura che gli veniva dall'ombra degli alberi.
E qui, senza volere, Ciparisso lo trafisse con la punta
del giavellotto: come lo vide morente per l'aspra ferita,
decise di lasciarsi morire. Quante parole di conforto
non gli disse Febo, esortandolo a non disperarsi in questo modo
per l'accaduto! Ma lui non smette di gemere e agli dei,
come dono supremo, mendica di poter piangere in eterno.
Cos, esangui ormai per quel pianto dirotto,
le sue membra cominciarono a tingersi di verde
e i capelli, che gli spiovevano sulla candida fronte,
a mutarsi in ispida chioma che, sempre pi rigida,
svetta, assottigliandosi in cima, verso il cielo trapunto di stelle.
Mand un gemito il nume e sconsolato disse: "Da me sarai pianto
e tu, accanto a chi soffre, piangerai gli altri".

Questo era il bosco adunato da Orfeo, che vi sedeva in mezzo,
circondato da una torma d'animali selvatici e d'uccelli.
E quando, pizzicandole col pollice, ebbe accordato le corde
e sent che le note, pur nella diversit dei suoni,
erano in giusto rapporto fra loro, diede inizio a questo canto:
"Madre Musa, da Giove (tutto alla sua potest s'inchina),
fai iniziare il mio canto! Gi del suo potere pi volte
ho detto: con accenti pi solenni ho cantato i Giganti
e i fulmini vittoriosi scagliati sui campi Flegrei.
Ma ora pi tenue dovr essere la lira: cantiamo i fanciulli
amati dagli dei e le fanciulle che, stravolte da passioni
proibite, furono punite per la loro lussuria.
Ci fu una volta che il re degli dei, invaghito di Ganimede,
scov un essere, diverso da quel che lui era,
in cui prefer mutarsi: un uccello. Ma fra tutti
accett d'essere solo quello in grado di reggere i suoi fulmini.
Detto fatto, battendo l'aria con penne non sue, rap
il giovinetto della stirpe d'Ilo, che ancora gli riempie i calici
e gli serve il nttare, malgrado la stizza di Giunone.

Anche tu, figlio di Amicla, saresti stato posto in cielo
da Febo, se l'avverso destino gli avesse permesso di farlo.
Ma eterno sei, questo s: ogni volta che la primavera
allontana l'inverno e l'Ariete succede alla pioggia dei Pesci,
ogni volta tu in fiore rinasci tra il verde delle zolle.
Nessuno pi di te fu amato da mio padre, e Delfi,
posta al centro del mondo, rimase senza il suo nume tutelare,
finch lungo l'Eurota, a Sparta priva di mura, venne a trovarti
Febo. Pi nulla gli importava della cetra e delle frecce:
dimentico di s stesso, non disdegnava di portare reti,
di custodire i cani, di accompagnarti per le balze di monti
impervi, alimentando con la lunga intimit la sua passione.
E gi il sole era a mezza strada tra la notte ormai trascorsa
e quella in arrivo, a uguale distanza dall'una e dall'altra:
Febo e Giacinto si spogliano e, tutti luccicanti d'olio,
danno inizio a una gara di lancio col disco.
Per primo Febo, dopo averlo soppesato, lo scaglia nell'aria
e quello, irrompendo nel cielo, squarcia le nubi che incontra.
Solo dopo lungo tempo ricade per il peso sulla crosta
della terra, mostrando quanto pu la perizia unita alla forza.
Sbito, spinto dal gusto del gioco, senza ragionare,
il fanciullo del Tnaro corre a raccoglierlo; ma la durezza
del suolo all'urto fa rimbalzare il disco proprio contro il tuo volto,
Giacinto. Impallid il ragazzo e accanto a lui il nume,
che sorregge il corpo afflosciato e cerca in qualche modo,
tamponando la brutta ferita, di farti rinvenire,
di trattenere la vita che fugge con impiastri d'erbe.
Ma non c' arte che giovi, non c' rimedio per quella ferita.
Come quando qualcuno in un giardino irriguo calpesta papaveri,
viole o gigli sostenuti dai loro fulvi steli,
quei fiori sbito appassiscono, reclinando languido il capo,
e volgono, incapaci di reggersi, la corolla verso il suolo,
cos il volto del morente si piega e il collo, privo di vigore
e ormai per lui un peso insopportabile, gli cade sulla spalla.
"Frodato del fiore di giovinezza, tu, Eblide, ti spegni,"
dice Febo, "ed io vedo questa tua ferita che mi accusa.
Specchio del mio dolore, questo sei! Colpevole della tua morte
 questa mano mia, a ucciderti io sono stato!
Ma  una colpa la mia? Sempre che si possa chiamare colpa
l'aver giocato, o chiamare colpa l'averti amato.
Oh, se potessi almeno pagare con la vita e con te
morire! Ma poich la legge del destino me lo vieta,
sempre nel cuore t'avr e sempre sulle mie labbra sarai.
Ti celebreranno i miei canti al suono della lira
e in te, rinato fiore, porterai scolpiti i miei lamenti.
Verr poi un giorno che anche un eroe senz'altri pari
a te si unir in questo fiore, mostrando sui petali il suo nome."
Mentre aprendo il suo cuore Apollo dice queste cose,
il sangue, che sparso al suolo aveva rigato il prato,
ecco che sangue pi non , e un fiore pi splendente della porpora
di Tiro spunta, prendendo la forma che hanno i gigli, solo
che purpureo  il suo colore, mentre argenteo  quello del giglio.
Non ancora contento, Febo, autore di questo onore a Giacinto,
verga sui petali di propria mano il suo lamento: AI AI,
cos sul fiore  scritto, lettere che esprimono cordoglio.
Sparta non si vergogna d'aver dato i natali al fanciullo
e ancor oggi l'onora: ogni anno tornano le feste di Giacinto,
che per tradizione si celebrano con solenni processioni.

Ma chiedi ad Amatunte, citt ricca di metalli, se sia lieta
d'aver dato i natali alle Proptidi: lo negherebbe,
come d'averli dati un tempo ai Cerasti, cos chiamati
perch la loro fronte era guastata da due corna.
Davanti alle loro porte sorgeva l'ara di Giove Ospitale:
il forestiero, che ignaro dello scempio la vedeva macchiata
di sangue, avrebbe potuto credere che vi avessero
sgozzato vitelli di latte o pecore del posto.
Un ospite era invece l'ucciso. Offesa da questi riti infami,
persino la grande Venere stava per lasciare le citt
e i campi della sua Ofiusa. "Ma che male hanno mai fatto", disse,
"questi cari luoghi e le mie citt? Che colpa ne hanno loro?
Sia piuttosto quest'empia gente a pagarne il fio con l'esilio,
con la morte o con qualcosa che stia tra la morte e l'esilio.
E quale pu essere questa pena, se non una metamorfosi?"
Mentre  incerta in cosa mutarli, lo sguardo le cade
sulle corna; pensa che a loro queste possano restare
e trasforma le loro grandi membra in quelle di truci giovenchi.
Ma le dissolute Proptidi giunsero al punto di negare
che Venere fosse una dea. Per l'ira del nume, si dice
che fossero le prime a prostituire il corpo e le grazie loro;
e come persero il pudore e il sangue si secc nel loro volto,
che fossero mutate, con pochi tratti, in rigide pietre.

Avendole viste condurre vita dissoluta, Pigmalione,
disgustato dei vizi illimitati che natura
ha dato alla donna, viveva celibe, senza sposarsi, e
senza una compagna che dividesse il suo letto a lungo rimase.
Ma un giorno, con arte invidiabile scolp nel bianco avorio
una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna
vivente  in grado di vantare; e s'innamor dell'opera sua.
L'aspetto  quello di fanciulla vera, e diresti che  viva,
che potrebbe muoversi, se non la frenasse ritrosia:
tanta  l'arte che nell'arte si cela. Pigmalione ne  incantato
e in cuore brucia di passione per quel corpo simulato.
Spesso passa la mano sulla statua per sentire
se  carne o avorio, e non vuole ammettere che sia solo avorio.
La bacia e immagina che lei lo baci, le parla, l'abbraccia,
ha l'impressione che le dita affondino nelle membra che tocca
e teme che la pressione lasci lividi sulla carne.
Ora la vezzeggia, ora le porge doni graditi
alle fanciulle: conchiglie, pietruzze levigate,
piccoli uccelli, fiori di mille colori,
gigli, biglie dipinte e lacrime d'ambra stillate
dall'albero delle Eliadi. Le addobba poi il corpo di vesti,
le infila brillanti alle dita e al collo monili preziosi;
piccole perle le pendono dalle orecchie e nastrini sul petto.
Tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella.
L'adagia su tappeti tinti con porpora di Sidone,
la chiama sua compagna e delicatamente,
quasi sentisse, le fa posare il capo su morbidi cuscini.
E venne il giorno della festa di Venere, festa in tutta Cipro
grandissima: gi giovenche con le curve corna fasciate d'oro
erano cadute, trafitte sul candido collo,
e fumava l'incenso, quando Pigmalione, deposte le offerte
accanto all'altare, timidamente disse: "O dei, se  vero
che tutto potete concedere, vorrei in moglie" (non os
dire: la fanciulla d'avorio) "una donna uguale alla mia d'avorio".
L'aurea Venere, presente alla propria festa, coglie il senso
di quella preghiera e, come segno del suo favore, per tre volte
fa palpitare una fiamma, che con la sua punta guizza nell'aria.
Tornato a casa, corre a cercare la statua della sua fanciulla
e chinandosi sul letto la bacia: sembra che emani tepore.
Accosta di nuovo la bocca e con le mani le accarezza il seno:
sotto le dita l'avorio s'ammorbidisce e, perduto il suo gelo,
cede duttile alla pressione, come al sole torna morbida
la cera dell'Imetto e, plasmata dal pollice, si piega
ad assumere varie forme, adattandosi a questo impiego.
Stupito, felice, ma incerto e timoroso d'ingannarsi,
pi e pi volte l'innamorato tocca con la mano il suo sogno:
 un corpo vero! sotto il pollice pulsano le sue vene.
Allora il giovane di Pafo a Venere rivolge
parole traboccanti di gioia per ringraziarla, e con le labbra
preme labbra che pi non sono finte. Sente la fanciulla
quei baci, arrossisce e, levando intimidita gli occhi
alla luce, insieme al cielo vede colui che l'ama.
La dea assiste alle nozze che ha reso possibili. E quando
per nove volte la falce della luna si  chiusa in disco pieno,
la sposa genera Pafo, del quale l'isola conserva il nome.
Da Pafo nacque Cnira che, se fosse rimasto senza prole,
si sarebbe potuto annoverare fra le persone felici.
Cose orrende canter. Allontanatevi, figlie, e voi, padri.
Ma se allettati dal mio canto voi restate, voglio
che non mi prestiate fede, che non crediate a ci che vi racconto,
o, se volete credervi, che anche al castigo voi crediate.
Se poi natura permette che si assista a un tale misfatto,
io mi congratulo con le genti di Tracia e il nostro mondo,
mi congratulo con questa terra per essere distante
dalle contrade che produssero tanta empiet. Sia pure ricca
di amomo la terra di Pancaia, produca, s, cannella,
profumi, incenso che trasuda dal legno, e tutti i fiori che vuole;
ma la mirra, perch? quest'albero strano non meritava tanto.
Cupido stesso nega, o Mirra, d'averti ferito
con le sue frecce e del tuo crimine scagiona le sue fiaccole.
Con una torcia dello Stige e con serpenti velenosi
fu una Furia ad appestarti. Delitto  odiare il padre,
ma questo amore  delitto peggiore dell'odio. Patrizi e nobili
d'ogni luogo ti desiderano, giovani di tutto l'Oriente
vengono a contendersi la tua mano. Scegline uno fra questi,
Mirra, ma che non sia quell'uno solo che vuoi per marito!
Lei se ne rende conto e cerca di vincere quell'amore infame,
dicendo fra s: "Dove mi porta l'indole? Cosa sto facendo?
O dei, piet filiale, vincoli sacri dei parenti, vi supplico:
impedite quest'empiet, opponetevi al mio crimine,
ammesso che sia un crimine. Ma non pare che il rispetto
condanni questa unione. Gli altri animali si accoppiano
senza pensarci e non si ritiene turpe che una giovenca
si faccia montare dal padre; il cavallo sposa la figlia,
il capro si unisce alle capre che ha generato e la stessa femmina
degli uccelli concepisce da chi l'ha concepita.
Felici loro, che possono farlo! Gli scrupoli umani
hanno creato leggi perfide e princpi astiosi vietano
ci che natura ammette. Eppure si racconta che vi siano genti
tra cui la madre si accoppia al figlio, la figlia al padre,
e l'affetto tra i congiunti cresce per questo sommarsi d'amore.
Misera me, che non ho avuto in sorte di nascere l,
ma dove non ho pace. Una continua ossessione, perch?
Via, via, sogni proibiti! Cnira  degno, s,
d'essere amato, ma come padre. Se non ne fossi dunque
la figlia, potrei giacere accanto a lui; ora invece,
poich lui  mio, mio non pu essere: nasce da questo legame
di sangue la mia sventura. Se fossi di un altro, sarei pi libera.
Vorrei andarmene di qui, lasciare il suolo della patria,
per sottrarmi all'infamia, ma l'ardore del mio male mi trattiene,
perch con tutto il mio amore io possa guardare Cnira, toccarlo,
parlargli e baciarlo, se altro non mi  concesso.
Perch? oseresti, vergine empia, sperare forse di pi?
Ti rendi conto quante leggi e norme tu sovverti?
Vuoi essere rivale di tua madre e amante di tuo padre?
esser chiamata sorella di tuo figlio e madre di tuo fratello?
Non hai timore delle Furie con le chiome nere di serpenti,
che appaiono a chi  in colpa e con torce crudeli si avventano
contro gli occhi e il viso? Ma, visto che il tuo corpo  ancora puro,
non concepire empiet con la mente e non violare
con un amplesso vietato le leggi che ha imposto natura.
Se anche lo volessi, la realt lo vieta, perch lui  pio,
virtuoso. Oh, come vorrei che il mio stesso furore vibrasse in lui!".

Si era sfogata; ed ecco che Cnira in dubbio sul da farsi,
tanti sono i pretendenti degni di lei, le chiede,
dopo averle elencato i nomi, di chi vuol essere sposa.
Lei sulle prime tace e, fissando il volto del padre
col cuore in fiamme, gli occhi le si velano di calde lacrime.
Cnira, credendo che ci sia dovuto a verginale pudore,
l'esorta a non piangere, le asciuga le guance e s'accosta a baciarla.
Troppo ne gode Mirra, e alla domanda come vorrebbe che fosse
suo marito, "Uguale a te" risponde. Lui l'elogia per ci che dice,
non comprendendone il senso riposto: "Resta sempre
cos rispettosa!". Sentendo nominare il rispetto filiale,
la vergine, sapendosi colpevole, abbassa lo sguardo.
Nel cuore della notte corpi e pensieri sono placati
dal sonno. Ma non dorme la figlia di Cnira, che, rosa
da un fuoco implacabile,  ripresa dalle sue folli smanie,
e ora si dispera, ora  decisa a tentare, si vergogna
e brama, senza trovar soluzione. Come un grosso tronco
centrato dalla scure, quando non resta che il colpo estremo,
non si sa dove cada, disseminando il terrore,
cos la sua mente, fiaccata da tanti tormenti, oscilla
nei dubbi qua e l in balia ora di un senso ora dell'altro.
E altro freno all'amore, altra requie non vede che la morte.
Ecco, la morte: si alza e decide di porre la gola in un laccio.
Dopo aver sistemata la cintura alla sommit dello stipite:
"Addio, amato Cnira, e chiaro t'appaia perch sono morta!"
dice, e al suo collo esangue adatta il cappio.
Si racconta che il suo mormorio giungesse alle orecchie attente
della nutrice, che sorvegliava la soglia della sua pupilla.
Balza in piedi la vecchia, spalanca la porta, e come vede
quei preparativi di morte, lancia un grido e a un tempo
si percuote, si strappa la veste, sfila il collo dal cappio,
fa a pezzi il laccio. Solo allora si abbandona al pianto,
la stringe fra le braccia, domandandole il motivo di quel cappio.
La fanciulla non fiata, immobile fissa il suolo, angosciata
che per gli indugi il tentativo di darsi la morte sia fallito.
La vecchia insiste e, scoprendosi la canizie e il seno esausto,
la scongiura, per averla nutrita nella culla, di svelarle
la sua pena, qualunque sia. Ma lei elude le domande
girandosi e gemendo. La nutrice per  decisa a sapere
e non si limita a promettere discrezione. "Parla," le dice,
"lascia ch'io t'aiuti. Sono vecchia,  vero, ma non inutile:
se  follia, conosco una donna che la guarisce con erbe e incanti;
se t'hanno fatto il malocchio, un rito magico te l'annuller;
se collera  dei numi, con sacrifici si pu placare.
Cos'altro posso supporre? Nulla ti manca e in casa tua
tutto procede per il meglio, tua madre  viva e cos tuo padre."
Mirra, alla parola padre, dal petto emette un profondo sospiro;
eppure la nutrice  ancora lungi dal supporre
un crimine, malgrado intuisca che d'amore si tratta.
Ostinata, la sprona a rivelarle il suo tormento,
qualunque cosa sia, la prende lacrimante in grembo
e stringendola fra le sue deboli vecchie braccia:
"Capisco, sei innamorata," le dice; "ma non temere,
la mia premura ti sar d'aiuto, e nulla mai sapr
tuo padre". Furibonda insorge Mirra: "Vattene, ti prego, abbi
piet della vergogna che soffro", le grida, col viso premuto
sui cuscini. Ma lei non le d tregua. "Vattene," ripete, "o smetti
di chiedere cosa mi strazia!  un'empiet, ci che tu vuoi sapere."
La vecchia inorridisce, tende le mani tremanti d'anni
e sgomento, si accascia supplice ai piedi della fanciulla,
e ora la blandisce, ora la spaventa perch lei confessi,
minacciando di rivelare il suo tentativo di uccidersi
col cappio, promettendo di aiutarla se le confida chi ama.
Mirra solleva il capo e inonda il petto della sua nutrice
con un mare di lacrime; pi volte  sul punto di confessare,
e altrettante si trattiene; poi, nascondendo il volto con la veste
per la vergogna, sospira: "Beata te, mamma, che l'hai sposato!".
Non dice altro e geme. Un brivido di gelo corre per il corpo
della nutrice, che ormai ha capito, fin dentro le ossa, e sul capo
le si rizzano i capelli, arruffando tutta la canizie.
E ora a lungo le parla per scacciare, se pu, quella scellerata
passione: la fanciulla sa che quegli ammonimenti sono giusti,
ma  pur decisa a morire, se non pu soddisfare quell'amore.
"E vivi allora," le dice, "avrai tuo..." e non osando dire 'padre',
si ammutolisce, ma conferma la promessa con un giuramento.

Le donne del luogo stavano celebrando devote le feste
di Cerere, in cui ogni anno, avvolte in vesti bianche come neve,
offrono alla dea le primizie dei loro raccolti, serti
di spighe, e per nove notti considerano vietato l'amore
e il contatto con l'uomo. Tra la folla vi  Cencride,
la moglie del re: anche lei partecipa ai sacri misteri.
Ed ecco che, mentre la legittima consorte diserta il letto,
la nutrice con sciagurato zelo scova Cnira stordito
dal vino, gli rivela tutto di quell'amore, omettendo il nome, e
vanta la bellezza della fanciulla. Alla domanda di quant'anni
abbia: "L'et di Mirra" risponde, e all'ordine di condurla,
corre da lei esclamando: "Gioisci, figlia mia, abbiamo vinto!".
Non  gioia piena quella che prova l'infelice
vergine: in cuore  presa da un triste presentimento,
ma pur anche gioisce, tanto discordi sono i suoi sentimenti.
Era l'ora in cui tutto tace e, tra le stelle dell'Orsa, Bote,
volgendo il timone, aveva inclinato il corso del suo carro.
Mirra si avvia al misfatto. Fugge dal cielo la luna dorata,
nuvole plumbee coprono le stelle che dileguano,
priva di luci  la notte. E Icario, con Ergone immortalata
per l'amor filiale che gli port, fu il primo a nascondere il volto.
Per tre volte il piede, inciampando, l'ammonisce di ritrarsi,
per tre volte il funebre gufo l'avverte col suo verso di morte.
Ma lei va: le tenebre della notte attenuano la sua vergogna.
Con la sinistra stringe la mano della nutrice, con la destra
esplora a tentoni il buio cammino. E gi alla soglia della camera
 giunta, apre la porta, viene introdotta; e a lei tremano
le gambe, mancano le ginocchia, dal volto vita
e sangue si dileguano e, mentre avanza, il coraggio l'abbandona.
Pi si avvicina all'infamia, pi rabbrividisce, si pente
della sua audacia e vorrebbe non vista potersene fuggire.
Esita, ma la vecchia la tira per la mano e accostandola
al grande letto, nel darla al padre, dice: "Prendila, Cnira:
ecco,  tua"; e unisce i due corpi nella dannazione.
Lui in quel letto immondo accoglie la carne della sua carne,
e rincuorandola l'aiuta a vincere i suoi timori di vergine.
Forse anche per la sua tenera et, la chiama 'figlia',
e lei 'padre', perch all'incesto nulla mancasse, nemmeno i nomi.
Gravida di suo padre usc Mirra da quel letto, portandosi
nel ventre maledetto l'empio seme, il frutto della colpa.
La notte successiva l'infamia si ripet, e ancora, ancora,
finch Cnira, ansioso di vedere chi fosse l'amante
dopo tanti amplessi, accost una lampada e insieme scopr
la figlia e il crimine commesso: ammutolito dal dolore,
dal fodero appeso accanto in un lampo sguain la spada.
Fugg Mirra, e col favore delle tenebre a notte fonda
pot sottrarsi alla morte. Vagando in aperta campagna
lasci l'Arabia ricca di palme e le contrade della Pancaia.
Nove volte riapparve la falce della luna mentre fuggiva,
finch alla fine si ferm sfinita in terra di Saba, reggendo
a stento il peso del suo ventre. E allora non sapendo a chi votarsi,
combattuta tra il timore della morte e il disgusto della vita,
formul questa preghiera: "Se c' un dio che ascolta chi ammette
le proprie colpe, questa , s, la fine angosciosa che merito,
e non la rifiuto. Ma perch io non profani vivendo i vivi
e morta i trapassati, cacciatemi dal regno di entrambi:
fate di me un'altra cosa, negandomi vita e morte!".
Un dio che ascolta i rei confessi c'; o almeno un nume che esaud
l'ultima parte dei suoi voti. Mentre ancora parla,
la terra avvolge le sue gambe, le unghie dei piedi si fendono,
diramandosi in radici contorte, a sostegno di un lungo fusto;
le ossa si mutano in legno e, restando all'interno il midollo,
il sangue diventa linfa, le braccia grandi rami,
le dita ramoscelli; la pelle si fa dura corteccia.
E gi, crescendo, la pianta ha fasciato il ventre gravido,
ha sommerso il petto e sta per coprirle il collo:
non tollerando indugi, lei si china incontro al legno
che sale e il suo volto scompare sotto la corteccia.
Ma bench col corpo abbia perduto la sensibilit di un tempo,
continua a piangere e dalla pianta trasudano tiepide gocce.
Lacrime che le rendono onore: la mirra, che stilla dal tronco,
da lei ha nome, un nome che mai il tempo potr dimenticare.
Ma sotto il legno la creatura mal concepita era cresciuta
e cercava una via per districarsi e lasciare la madre.
A met del tronco il ventre della madre si gonfia,
tutto teso dal peso del feto. Ma il dolore non ha parole,
la partoriente non ha voce per invocare Lucina.
Tuttavia la pianta sembra avere le doglie, curva su di s
manda fitti gemiti e tutta  imperlata di stille.
Lucina, impietosita, si ferma davanti a quei rami dolenti,
accosta le sue mani e pronuncia la formula del parto.
Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l'albero fa nascere
un essere vivo, un bimbo che piange: le Naiadi lo depongono
su un letto d'erba e lo ungono con le lacrime della madre.
Persino Invidia ne loderebbe la bellezza: il suo corpo
 come quello dei nudi Amorini dipinti nei quadri;
unica differenza, se volete, la faretra sbarazzina:
ma puoi toglierla a loro, oppure aggiungerla al bambino.

Senza che lo si avverta, vola via come un fulmine il tempo:
niente  pi rapido degli anni. Quel bambino, figlio di sorella
e nonno, quello che un attimo fa era racchiuso in un tronco,
che un attimo fa hai visto nascere e farsi bellissimo fanciullo,
ormai  un giovane, un uomo, che gi supera s stesso in bellezza,
che piace persino a Venere e vendica la passione materna.
Mentre baciava sua madre, Cupido le scalf senza volere
il petto con una freccia che sporgeva dalla faretra:
offesa, Venere scost con la mano il figlio, ma la ferita,
ingannando persino lei, era profonda, anche se non pareva.
Sedotta dalla bellezza di Adone, delle spiagge di Citera
non le importa pi nulla, ignora Pafo cinta dal mare profondo,
la pescosa Cnido e Amatunte piena di metalli;
diserta persino il cielo: al cielo preferisce quel giovane.
Gli sta accanto, l'accompagna ovunque; lei, avvezza a godersi
l'ombra per curare e accrescere la propria bellezza,
ora si aggira per gioghi e selve, tra rocce e cespugli spinosi,
con la veste succinta oltre il ginocchio cos come Diana,
e aizza i cani, inseguendo animali di facile preda:
lepri che schizzano via, cervi dalle corna eccelse,
oppure camosci. Si guarda invece dai forti cinghiali,
evita i lupi predatori, gli orsi muniti di artigli
e i leoni che si sfamano facendo strage di armenti.
E invita anche te, Adone, a temerli, sperando che possa
giovarti l'ammonimento: "Sii prode con gli animali che fuggono!"
ti dice. "Il coraggio con quelli coraggiosi  pieno di pericoli.
Non essere temerario, ragazzo, con rischio anche mio;
non sfidare belve a cui natura ha dato armi d'offesa:
la tua gloria mi costerebbe cara! L'et tua,
la bellezza e ci che ha incantato me, Venere, non incantano
i leoni, i cinghiali irsuti, gli occhi e il cuore delle belve.
I crudeli cinghiali hanno il fulmine nelle zanne adunche;
violenta e smisurata  l'ira dei fulvi leoni:
una razza che detesto." E a lui che le chiede perch mai, risponde:
"Te lo dir: ti stupir il prodigio che pun una vecchia colpa.
Ma questa insolita fatica mi ha stancata: guarda,
guarda quel pioppo: con la sua ombra ci invita a rilassarci
e l'erba ci offre un giaciglio. Qui voglio con te riposarmi".
E a terra, sull'erba, si adagia, stringendosi al giovane;
poi col capo posato sul petto di Adone, che  steso supino,
alternando baci alle parole, cos racconta:

"Avrai forse sentito dire di una donna che vinceva
nelle gare di corsa gli uomini pi veloci. Non  una favola:
li vinceva davvero. E non avresti saputo dire se fosse
pi ammirevole per la sua destrezza o il dono della sua belt.
A lei, che lo consultava sulle nozze, l'oracolo rispose:
'Tu non hai alcun bisogno di un marito, Atalanta. Evitalo!
Ma purtroppo non vi sfuggirai e, viva, non sarai pi te stessa'.
Atterrita da quel responso, va a vivere sola nell'intrico
dei boschi e si sbarazza della petulanza dei suoi pretendenti
con questa dura condizione: 'Nessuno potr avermi, se prima
non m'avr vinto nella corsa. Misuratevi con me:
chi sar veloce abbastanza, avr in premio me come sposa;
i lenti pagheranno con la morte. Questo  il patto della gara'.
Spietata, certo; ma, tale  lo stimolo della bellezza,
che una folla  quella che accetta di affrontare il patto per averla.
Fra questa, spettatore di quella folle corsa, sedeva Ippmene,
che aveva detto: 'Possibile rischiare tanto per una moglie?'
e aveva biasimato il fanatismo dei giovani spasimanti.
Ma quando lei, sciogliendo la veste, mostr il suo corpo splendido
(come il mio o il tuo, se tu divenissi femmina),
rimase sbalordito e levando le mani esclam: 'Perdonatemi,
voi che un istante fa rimproveravo! Non sapevo a quale premio
aspiravate!'. E mentre l'ammira, s'infiamma di passione,
si augura che nessuno sia pi veloce di lei
e teme per invidia. 'Ma perch non tento la fortuna
e non partecipo anch'io a questa gara?'rimugina.
'Gli dei aiutano gli audaci'. Mentre Ippmene tra s
cos ragiona, la vergine corre come se avesse le ali.
E lui, giovane dell'Aonia, per quanto stupito di vederla
filare come una freccia degli Sciti, ancor pi ne ammira
l'avvenenza, che quella corsa rende ancor maggiore.
Resa alata dall'impeto dei piedi, porta sandali dorati;
fluttuano i suoi capelli sulle spalle d'avorio, come le bende,
con i bordi ricamati, che fasciano le sue ginocchia;
di rosa  soffuso il candore verginale del suo corpo:
cos una tenda di porpora, in un atrio di marmo,
trasmette, come un velo d'ombra, al bianco il suo colore.
Mentre l'ospite l'osserva, Atalanta taglia vittoriosa
il traguardo e viene incoronata con un serto festoso.
Gemono gli sconfitti, subendo la pena convenuta.
Ippmene per non  distolto dalla loro sorte;
si fa avanti e, fissando la vergine in volto, dice:
'Perch cerchi facile gloria vincendo gente incapace?
Gareggia con me e, se la fortuna mi assister,
non ti lamenterai d'essere stata vinta da un mio pari.
Mio padre  Megareo di Onchesto, e suo nonno  Nettuno:
perci io sono pronipote del re degli oceani e il mio valore
non smentisce la stirpe. Se sar sconfitto, il fatto d'aver vinto
Ippmene ti procurer fama grande e imperitura'.
Mentre parla, la figlia di Scheneo lo guarda illanguidita
e pi non sa cosa preferire, se vincere o essere vinta.
E pensa: 'Quale dio, nemico della bellezza, vuol perdere
costui, spingendolo a chiedere la mia mano, a rischio
della sua vita preziosa? Non penso di valere tanto!
E non  la sua bellezza a toccarmi (anche se toccarmi potrebbe),
ma il fatto che  ancora un ragazzo. Non mi turba lui, ma l'et sua.
Ma poi,  tanto prode da non tremare al pensiero della morte?
 veramente il quarto nella discendenza dal nume del mare?
e ancora, mi ama e brama di sposarmi sino al punto
di morire, se una sorte crudele dovesse negarmi a lui?
Vattene, straniero, finch puoi; rinuncia a queste nozze di sangue.
Matrimonio crudele  il mio. Nessuna rifiuter di sposarti,
troverai sicuramente una fanciulla saggia che ti desideri.
Ma perch per te mi angoscio, dopo averne mandati a morte tanti?
Vedr lui! Che muoia dunque, se la strage di tanti pretendenti
non gli  servita di lezione e in tale disgusto tiene la vita.
Ma allora morir, perch con me voleva vivere,
e sconter con una morte ingiusta la colpa d'avermi amato?
La mia vittoria non sar certo tale da suscitare invidia.
Ma non  colpa mia. Avessi tu almeno il senno di rinunciare!
o, visto che non ragioni pi, fossi almeno pi veloce!
Oh, che sguardo virgineo in quel suo viso di fanciullo!
Povero Ippmene, come vorrei che tu non m'avessi mai visto!
Meritavi di vivere; e se pi fortunata io fossi,
se un destino inesorabile non m'impedisse le nozze,
tu eri l'unico, che avrei voluto avere accanto nel mio letto'.

Cos ragiona, e inesperta com', toccata dal suo primo amore,
non sapendo che cosa sia, ama e non si rende conto d'amare.
Gi il popolo e suo padre reclamano la gara di rito,
quando con voce concitata il discendente di Nettuno,
Ippmene, m'invoca dicendo: 'Che Venere mi assista
in questa impresa, assecondando la passione che m'ha infuso!'.
Il vento benigno mi rec quella toccante preghiera
ed io mi commossi, lo confesso: non c'era tempo per gli indugi.
Vi  un campo (Tmaso lo chiama la gente del luogo),
che  la parte pi bella dell'isola di Cipro e che a me
 stato consacrato dagli antichi, i quali vollero
che al mio tempio fosse donato. In mezzo al campo spicca
un albero dalla fulva chioma e dai rami crepitanti d'oro.
Io per caso da l venivo, portando in mano tre mele d'oro
che avevo colto. Invisibile a tutti fuorch a lui,
mi avvicinai a Ippmene, addestrandolo all'uso di quelle mele.
Squilli di tromba danno il via: protesi in avanti scattano entrambi
dalla barriera e i loro piedi sfiorano appena la sabbia.
Diresti che potrebbero lambire il mare a piedi asciutti,
correre su un campo giallo di grano senza piegare le spighe.
Urla e applausi incoraggiano il giovane, con gli incitamenti
di chi grida: 'Forza, forza, questo  il momento di attaccare,
Ippmene! Corri! Mettici tutta la tua forza!
Non esitare, avanti! Vincerai!'. E non si sa se queste grida
facciano pi piacere all'eroico Ippmene oppure ad Atalanta.
Oh, quante volte lei, potendo sorpassarlo, rallent
e, dopo aver contemplato il suo viso, a malincuore lo lasci!
Dalla bocca affannata usciva secco il suo respiro
e il traguardo era ancora lontano. Allora l'erede di Nettuno
decise di lasciar cadere uno dei tre frutti.
Si stup la vergine e, incantata dallo splendore di quel pomo,
devi dal tracciato e raccolse la sfera d'oro in corsa.
Ippmene la sorpassa: dalle tribune si leva un applauso.
Lei, correndo veloce, rimedia all'indugio, al tempo
perduto, e di nuovo si lascia il giovane alle spalle.
Rimasta indietro un'altra volta al lancio di un secondo pomo,
lo insegue ancora e lo sorpassa. Non restava che l'ultimo tratto.
'O dea che m'hai offerto il dono', disse, 'd'assistermi  tempo!'
e con tutto il suo vigore lanci di fianco, al bordo della pista,
quell'oro splendente, perch lei impiegasse pi tempo a tornare.
La vergine parve incerta se raccoglierlo o no. Io la costrinsi
a farlo e, quando l'ebbe raccolto, ne accrebbi il peso,
ostacolandola cos, oltre che con la sosta, anche col carico.
Ma perch il mio racconto non sia pi lungo di quella corsa:
la vergine fu battuta e il vincitore si prese il premio in palio.
Non meritavo, Adone, che lui mi ringraziasse, che mi onorasse
con l'incenso? Scordatosi di me, non solo non mi ringrazi,
ma nemmeno mi offerse incenso. M'assale allora un accesso d'ira:
ferita da quello spregio, per non farmi in futuro ancora offendere,
decido di dare un esempio, aizzando me stessa contro entrambi.
Mentre passavano davanti al tempio, che il nobile Echone
aveva, nel folto di un bosco, eretto per voto alla Madre
degli dei, il lungo cammino li invogli a riposarsi.
L, ispirata dal mio potere divino, una voglia
inopportuna di accoppiarsi invade all'improvviso Ippmene.
Vicino al tempio vi era un antro dove la luce filtrava appena,
simile a una grotta con la volta di pietra viva,
consacrato da devozione antica: il sacerdote
aveva l radunato le statue in legno degli antichi dei.
Ippmene vi entra, profanando con atto infame il luogo sacro.
Le icone volsero altrove lo sguardo e la Madre turrita
fu sul punto d'affogare i colpevoli nell'onda dello Stige.
Ma la pena le parve irrisoria: cos fulve criniere velano
i loro colli un tempo glabri, le dita s'incurvano in artigli,
le braccia si mutano in zampe, il centro di equilibrio
si sposta verso il petto, e con la coda sferzano la sabbia.
Il volto s'inferocisce; non parlano, ma emettono ruggiti;
si accoppiano nelle foreste e, spaventosi per chiunque,
leoni, aggiogati ormai, serrano tra i denti il morso di Cibele.
Tu, amore mio, cerca di evitarli e con loro tutte quelle belve
che non offrono le spalle in fuga, ma il petto per combattere,
perch il tuo ardimento non sia di danno ad entrambi".

Venere l'aveva dunque ammonito e, aggiogati i suoi cigni, in cielo
si era involata. Ma l'ardire non accetta moniti.
Per caso i cani, seguendone col loro fiuto la traccia,
avevano stanato un cinghiale, e il figlio di Cnira,
mentre stava uscendo dal bosco, lo trafisse al fianco con un colpo.
Fulmineo il truce cinghiale, rotando il grugno, si strapp la picca
intrisa del proprio sangue e, inseguendo Adone, che disorientato
cercava scampo, nell'inguine gli cacci tutte le zanne,
facendolo stramazzare ormai moribondo sulla bionda rena.
Portata lungo il cielo, sul suo cocchio leggero, dalle ali
dei cigni, Venere non era ancora giunta a Cipro:
da lontano riconobbe il gemito del morente e invert il volo
dei bianchi uccelli. E come dall'alto intravide il corpo
che in fin di vita si torceva nel suo stesso sangue,
si precipit gi, strappandosi veste e capelli,
percotendosi il petto con le mani, come non le era costume.
Lamentandosi poi col fato, disse: "No, non potr la tua legge
disporre d'ogni cosa. Imperituro rimarr il ricordo,
Adone, del mio lutto: ripetuta ogni anno, la scena
della tua morte testimonier in eterno il mio dolore.
Ma il tuo sangue si muter in un fiore. Se a te fu permesso,
Persefone, di trasformare il corpo di una donna in una pianta
di menta profumata, perch mi si dovrebbe rimproverare,
se muto l'eroico figlio di Cnira?". Detto questo, nel sangue
vers nttare odoroso e il sangue al contatto cominci
a fermentare, cos come nel fango, sotto la pioggia,
si formano bolle iridescenti. Nemmeno un'ora
era passata: dal sangue spunt un fiore del suo stesso colore;
un fiore, come quello del melograno, i cui frutti celano
sotto la buccia sottile i suoi semi. Ma  fiore di vita breve:
fissato male al suolo e fragile per troppa leggerezza,
deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali".
...
.
...
LIBRO UNDICESIMO.
...
.
...
Mentre con questo canto il poeta di Tracia ammaliava le selve,
l'animo delle fiere, e a s attirava le pietre,
ecco che le donne dei Cconi in delirio, col petto coperto
di pelli selvatiche, scorgono Orfeo, dall'alto di un colle,
che accompagnava il suo canto col suono delle corde.
E una di loro, scuotendo i capelli alla brezza leggera,
grid: "Eccolo, eccolo, colui che ci disprezza!" e scagli il tirso
contro la bocca melodiosa del cantore di Apollo, ma il tirso,
fasciato di frasche, gli fece appena un livido, senza ferirlo.
Un'altra lancia una pietra, ma questa, mentre ancora vola,
 vinta dall'armonia della voce e della lira,
e gli cade davanti ai piedi, quasi a implorare perdono
per quel suo forsennato ardire. Ma ormai la guerra si fa furibonda,
divampa sfrenata e su tutto regna una furia insensata.
Il canto avrebbe potuto ammansire le armi, ma il clamore
smisurato, i flauti di Frigia uniti al corno grave,
i timpani, gli strepiti e l'urlo delle Baccanti
sommersero il suono della cetra. E cos alla fine i sassi
si arrossarono del sangue del poeta, che non si udiva pi.
Per prima cosa le Mnadi fecero strage di tutti
gli innumerevoli uccelli, ancora incantati dal canto di Orfeo,
e dei serpenti, delle fiere che erano vanto del suo trionfo.
Poi con le mani grondanti di sangue, contro lui si volsero,
accalcandosi come uccelli che avvistano un rapace notturno
disorientato dalla luce; e il poeta pareva il cervo
condannato a morire all'alba nell'arena, preda
dei cani che l'assediano sul campo. Nel loro assalto gli scagliano
contro i tirsi, virgulti di foglie non certo creati per questo.
Alcune lanciano zolle, altre rami divelti dagli alberi,
altre ancora pietre. E perch armi al loro furore non mancassero,
alcuni buoi, col vomere affondato, aravano l quella terra,
e non lontano, preparandosi con molto sudore il raccolto,
muscolosi contadini vangavano le dure zolle;
alla vista di quell'orda, costoro fuggirono abbandonando
i loro attrezzi: disseminati sui campi deserti rimasero
cos sarchielli, rastrelli pesanti e lunghe zappe.
Quelle forsennate se ne impossessarono e, fatti a pezzi i buoi,
che le minacciavano con le corna, si gettarono a finire
il poeta che, tendendo le braccia, per la prima volta
parlava al vento e nulla, nulla pi ammaliava con la sua voce:
come scellerate lo massacrarono, e da quella bocca, o Giove,
ascoltata persino dai sassi e intesa dai sensi delle fiere,
con l'ultimo respiro, l'anima si disperse nel vento.
Ti piansero afflitti gli uccelli, Orfeo, ti piansero branchi di belve,
le rocce immobili e le selve che un tempo seguivano il tuo canto:
senza pi foglie, spogli, con la chioma rasa, gli alberi
espressero il loro lutto; e si dice che anche i fiumi crebbero
a furia di piangere, e che Naiadi e Driadi indossarono manti
velati di nero, lasciando spiovere sciolti i loro capelli.
Disperse intorno giacciono le membra: capo e lira li accogliesti
tu, Ebro;  un prodigio: mentre fluttuano in mezzo alla corrente,
la lira, non so come, flebile si lamenta, la lingua esanime
mormora un flebile gemito e flebili rispondono le rive.
Trasportati sino al mare, lasciano il fiume della loro patria
per arenarsi a Metimna sulle coste di Lesbo:
qui un feroce serpente si avventa contro il capo che, gettato
su quella spiaggia straniera,  ancora intriso di gocce fra i capelli.
Ma a quel punto Febo interviene e lo blocca mentre si appresta
a mordere, immobilizzando in roccia quelle fauci
spalancate, pietrificandolo, cos com', a bocca aperta.
Sottoterra scende l'ombra di Orfeo, e tutti riconosce i luoghi
che aveva visto prima; poi, cercandola nei campi dei beati,
ritrova Euridice e la stringe in un abbraccio appassionato.
Qui ora passeggiano insieme: a volte accanto, a volte lei davanti
e lui dietro; altre volte ancora  invece Orfeo che la precede
e, ormai senza paura, si volge a guardare la sua Euridice.

Bacco per non permise che lo scempio rimanesse impunito:
addolorato per la perdita del cantore dei suoi misteri,
sbito con grovigli di radici inchiod nelle selve tutte
le donne di Tracia che avevano partecipato al sacrilegio.
Ad ognuna allung, l dov'era al termine dell'inseguimento,
le dita dei piedi e ne conficc le punte nella dura terra.
Come un uccello che posa le zampe sulla rete, con astuzia
occultata dal cacciatore, sentendosi preso si dibatte
e agitandosi convulsamente non fa che stringere le maglie,
cos ognuna di loro, quando confitta al suolo vi ader,
atterrita cercava invano di fuggire, ma tenace
la tratteneva la radice, impedendole i movimenti.
Mentre si chiede dove siano le dita, dove i piedi e le unghie,
vede ognuna salire il legno lungo le sue gambe affusolate,
e nel tentativo di battersi la coscia in segno di dolore,
picchia sul legno: e in legno si trasforma pure il petto,
in legno le spalle, e se tu avessi scambiato le braccia protese
per rami veri, non avresti sbagliato nel giudicare.

Non contento di ci, Bacco abbandon anche quelle contrade
e con seguaci pi miti si rec nei vigneti del suo Tmolo,
vicino al Pactolo, fiume che a quel tempo non era ancora aurifero
e non era fonte di cupidigia per la sua sabbia preziosa.
L si radun il suo solito sguito di Satiri e Baccanti;
mancava solo Sileno. Barcollante per gli anni e il vino,
l'avevano sorpreso i contadini della Frigia e inghirlandato
l'avevano condotto dal re Mida, che dal tracio Orfeo
e dall'ateniese Eumolpo era stato iniziato ai riti di Bacco.
Riconosciuto il vecchio amico e compagno di culto, Mida,
per la felicit del suo arrivo, aveva indetto una gran festa,
in onore dell'ospite, di dieci giorni e dieci notti.
E gi in cielo per l'undicesima volta aveva Lucifero
disperso le stelle, quando, raggiante, nelle campagne di Lidia
giunse il re per riconsegnare Sileno al suo giovane pupillo.
Felice d'aver ritrovato il suo maestro, Bacco invit Mida
a scegliersi un premio: facolt lusinghiera, ma pericolosa,
perch il re non se ne avvalse con saggezza, dicendo: "Fa'
che tutto quello che tocco col mio corpo si converta in oro fulvo".
Bacco esaud il desiderio, sdebitandosi con quel dono, presto
fonte di guai, ma si rammaric che non avesse scelto meglio.
Lieto, godendo a suo danno, se ne and via l'eroe di Frigia
e prese a toccare ogni cosa per saggiare la parola data.
Quasi non credendo a se stesso, stacc dal ramo di un basso leccio
una frasca verdeggiante, e quella divent d'oro.
Da terra raccolse un sasso e anche quello prese il colore dell'oro.
Tocca allora una zolla: al suo magico tocco la zolla diventa
una pepita d'oro; coglie aride spighe di grano:
un raccolto d'oro; stringe un frutto colto da un albero:
lo si direbbe un dono delle Espridi; se poi accosta
le dita in cima a uno stipite, quello appare tutto sfolgorante.
Persino quando si lava le mani in acqua limpida,
quell'acqua, fluendo dalle sue mani, potrebbe ingannare Dnae.
Immaginando d'oro ogni cosa, non riesce pi a nascondere
le sue speranze. E mentre esulta, i servi gli apparecchiano
la tavola, imbandendola di vivande e pane tostato.
Ma, ahim, ora, come tocca i doni di Cerere
con la mano, quei doni diventano rigidi; se poi
avidamente cerca di lacerare coi denti una vivanda,
appena l'addenta una lamina d'oro ricopre la pietanza;
mischia ad acqua pura il vino del suo benefattore Bacco:
oro liquido gli avresti visto colare in bocca.
Sgomento per quell'inattesa sciagura, ricco e povero insieme,
vuol sottrarsi all'opulenza e odia ci che aveva un tempo sognato.
Tanta abbondanza non pu sedargli la fame, arida di sete
gli arde la gola e, come  giusto,  tormentato dall'odio per l'oro.
E allora, levando al cielo le mani e le braccia brillanti, esclama:
"Perdonami, padre Bacco, ho peccato, ma abbi compassione,
ti scongiuro, liberami da questa fastosa indigenza!".
Mite  il verdetto divino: poich riconosce d'aver sbagliato,
Bacco lo rende com'era, annullando il dono concesso per obbligo.
E gli dice: "Perch tu non rimanga invischiato nell'oro
mal desiderato, rcati al fiume vicino alla grande Sardi
e cammina in senso contrario alla corrente, verso i gioghi
del monte, finch tu non giunga alla sorgente, e l,
dove sgorga pi intensa, poni il capo sotto gli zampilli
della fonte e lava insieme al corpo la colpa".
Il re ubbid andando sotto l'acqua: l'aurifera facolt
color la corrente e dal corpo umano pass al fiume.
Ancor oggi le rive, assorbito il germe di quell'antica vena,
si ergono dure e pallide con le loro zolle impregnate d'oro.
Tediato dalla ricchezza, Mida viveva in campagna e tra i boschi,
onorando Pan, che ha la sua dimora negli antri dei monti.
Ma era sempre un essere grossolano e per la testa gli passavano
tali sciocchezze che, come innanzi, gli avrebbero attirato guai.
Dominando dall'alto la vastit del mare, ripido si erge
in altezza il monte Tmolo e con le sue pendici estese, da un lato
si spinge sino a Sardi, dall'altro sino alla minuscola Ipepe.
Qui Pan, un giorno che, vantando alle tenere ninfe i propri carmi,
modulava sulle canne della zampogna un'aria di canzone,
os spregiare, a suo paragone, la musica di Apollo,
e cos giunse (Tmolo come giudice) a una sfida, ahim, rischiosa.
Assiso sulla sua montagna, il vecchio giudice scost
gli alberi dalle orecchie; cinse la sua chioma cerulea soltanto
di quercia e con qualche ghianda che pendeva intorno alle tempie;
quindi, rivolto al dio delle greggi, disse: "Il giudice  pronto:
si cominci". E Pan si mise a suonare la sua rustica zampogna,
incantando col suo canto selvaggio Mida, che per caso
gli era accanto. Quand'ebbe finito, il sacro Tmolo rivolse il volto
verso quello di Febo e tutto il bosco ne segu lo sguardo.
Febo, col capo biondo cinto dall'alloro del Parnaso,
sfiorava il suolo con un mantello sfolgorante di porpora,
e con la sinistra reggeva la cetra tempestata di gemme
e intarsiata d'avorio; nell'altra mano teneva il plettro.
La sua posa rivelava l'artista. E allora col pollice esperto
fece vibrare le corde con tanta dolcezza che, affascinato,
Tmolo invit Pan a dare vinta dalla lira la sua zampogna.
Il verdetto del venerato monte fu approvato
da tutti; eppure Mida, lui solo, lo biasim,
definendolo ingiusto. Il dio di Delo non si rassegn
che quelle stolide orecchie conservassero forma umana,
e cos gliele allung, ricoprendole di peli grigi,
e le rese mobili alla base, perch potessero agitarsi.
Umano rimase il resto: in quell'unica parte fu lui punito,
ritrovandosi con le orecchie di un pigro asinello.
Nel tentativo di nascondere quella vergogna,
Mida cerc di coprire le tempie con una tiara purpurea.
Ma il servo, che era solito tagliargli con la lama i capelli
troppo lunghi, le vide, e smanioso di divulgare la notizia,
non osando rivelare la deformit che aveva scoperto,
eppure non riuscendo a tacere, si appart e, scavata una buca,
con un filo di voce, mormorando, rifer alle viscere
della terra che razza di orecchie aveva visto al padrone.
Poi seppell il segreto rivelato, coprendo com'era prima
il terreno, e occultata quella buca, se ne and alla chetichella.
Ma in quel luogo cominci a spuntare una fitta macchia
di canne tremule, che in capo a un anno fu tutto un rigoglio
e trad il seminatore: agitata dalla brezza, riferiva
le parole sepolte, divulgando che orecchie aveva il padrone.

Vendicatosi cos, il figlio di Latona lasci il monte Tmolo
e, volando nell'aria limpida, si ferm prima dello stretto
di Elle, la figlia di Nfele, nella terra di Laomedonte.
A destra del Sigeo e a sinistra del profondo mare Reteo
c' un antico altare consacrato al tonante nume degli oracoli.
Da l Febo vede Laomedonte che sta erigendo le mura
di Troia, appena fondata, e vede che la grande impresa procede
con sovrumana fatica e richiede non poche risorse.
E allora, col nume del tridente e delle profondit marine,
assume sembianze umane e, pattuito un compenso in oro,
edifica le mura per il monarca di Frigia.
L'opera  finita: ma il re nega d'aver concordato un compenso e,
per colmo di perfidia, alla menzogna aggiunge lo spergiuro.
"La sconterai!", grid il nume del mare e scaten
cumuli d'acqua contro le spiagge di quell'avara Troia,
inond la regione come fosse un mare, e ai contadini
tolse ogni loro avere, seppellendo i campi sotto i flutti.
E questa pena non fu sufficiente: pretese anche che la figlia
del re fosse data a un mostro marino. Legata a uno scoglio, Esone
fu salvata da Ercole, che poi pretese i cavalli promessigli
in premio. Ma come gli venne negato il compenso per l'impresa,
assal ed espugn le mura di Troia, due volte spergiura.
E fra i guerrieri, Telamone non ritorn senza onori:
ottenne che sua fosse Esone. Peleo invece era gi famoso
per aver sposato una dea, e se era fiero di suo nonno,
non meno lo era del suocero, poich se non era il solo ad essere
nipote di Giove, il solo era ad avere in moglie una dea.

A Teti infatti l'anziano Prteo aveva predetto: "O dea dell'onda,
spsati: sarai madre di un giovane, che nel pieno delle forze
superer le gesta del padre e di lui sar detto pi grande".
Allora Giove, perch il mondo nulla avesse pi grande di s,
sebbene in petto covasse una fiamma tutt'altro che tiepida
per la marina Teti, evit d'accoppiarsi a lei,
e dispose che suo nipote, il figlio di aco, lo sostituisse
come amante e si unisse in matrimonio con la vergine del mare.
C', nell'Emonia, un'insenatura che s'incurva in forma di falce;
due bracci si stendono avanti e l, se pi profondo fosse il mare,
vi sarebbe un porto; ma l'acqua copre appena il fondo della rena.
La spiaggia  compatta, cos che tracce non vi restano,
e non ritarda la marcia o la rende incerta per alghe celate.
A ridosso c' una macchia di mirti, piena di bacche cangianti,
e al centro una grotta, che non si sa se sia opera di natura
o scavata ad arte (ma  pi probabile questo). Qui tu venivi
spesso, Teti, tutta nuda, guidando in groppa il tuo delfino.
Fu qui che Peleo, mentre giacevi vinta dal sonno,
ti sorprese e, poich tu non cedesti alle sue preghiere, tent
di violentarti, avvinghiandosi con entrambe le braccia al tuo collo.
E sarebbe riuscito nell'intento, se tu, ricorrendo
alle tue arti, non ti fossi trasformata di continuo;
ma ora tu eri un uccello, e un uccello lui stringeva;
ora eri un albero robusto, e lui a un albero stava aggrappato.
La terza forma che tu assumesti fu quella di tigre striata:
questa volta, atterrito, Peleo sciolse dal corpo le braccia.
E allora si mise a pregare gli dei del mare, spargendo vino
sui flutti, offrendo visceri d'agnello e vapori d'incenso,
finch Prteo, l'indovino di Crpato, in mezzo ai gorghi gli disse:
"Figlio di aco, l'amplesso che desideri tu l'otterrai;
basta solo che, quando riposa in quell'antro tenebroso,
tu l'avvinca, senza che se ne accorga, con funi ben strette.
E non sorprenderti, se assume l'apparenza di cento figure:
stringila, qual che sia, finch non riassuma il suo vero aspetto".
Cos disse Prteo, nascondendo il volto nell'acqua
e lasciando che i flutti coprissero le sue ultime parole.
Il sole era al tramonto e col suo carro inclinato sfiorava ormai
il mare d'Esperia, quando la bella Nereide, lasciati
gli abissi dell'oceano, entr nel suo consueto rifugio.
Appena Peleo aggred il suo corpo immacolato,
lei mut forma e forma, finch non sent le membra
immobilizzate e le braccia divaricate ai suoi lati.
Gemendo, allora disse: "Non  senza l'aiuto di un dio che vinci",
torn ad essere Teti e a lui si arrese. L'eroe l'abbracci,
esaud le sue brame e la rese madre del grande Achille.

Padre felice, felice marito, se tu, Peleo, non avessi
commesso il delitto di sgozzare Foco, d'ogni favore
avresti goduto. Ma per esserti macchiato di sangue
fraterno, fosti cacciato di casa e trovasti rifugio in terra
Trachinia. Qui senza violenza, senza stragi, regnava Cece,
che, nato da Lucifero, recava in volto tutto lo splendore
di suo padre; ma in quell'epoca, irriconoscibile e triste,
piangeva la perdita del proprio fratello. Il figlio di aco,
quando arriv, stanco per il proprio travaglio e il lungo viaggio,
lasciati non lontano dalle mura, in una valle ombrosa,
gli armenti e le greggi che portava con s, entr in citt
seguito da pochi compagni. Poi, non appena fu ammesso
alla presenza del sovrano, offrendo supplichevole
un ramoscello d'ulivo fasciato di bende, spieg chi era
e di chi fosse figlio. Nascose solo la propria colpa,
mentendo sulla causa dell'esilio, e chiese di trovare asilo
in citt o in campagna. E il re di Trachine con voce affabile
cos gli rispose: "Anche la gente comune pu godersi i beni
che offre il paese, Peleo: il nostro regno non  inospitale.
A questa disponibilit aggiungi i tuoi meriti: sei famoso
e discendi da Giove. Non dilungarti in preghiere:
avrai tutto ci che vuoi e qualunque cosa vedi,
puoi dirla in parte tua. Volesse il cielo che tu vedessi di meglio!".
E piangeva. Peleo e i suoi compagni chiesero
quale fosse la causa di tanto dolore e lui cos rispose:

"Forse quell'uccello, che vive di rapina e tutti gli altri uccelli
atterrisce, voi credete che abbia avuto sempre le penne:
era un uomo un tempo e, tanto  stabile l'indole, gi allora
era intrepido, fiero in guerra e pronto alla violenza;
si chiamava Dedalione, nato come me da colui
che desta l'aurora ed esce per ultimo dal cielo.
Io ho il culto della pace e sempre ho cercato d'averla per me
e mia moglie; a mio fratello invece piaceva il rischio della guerra.
Col suo valore sottomise re e popoli;
ora, mutato com', sgomina le colombe di Tisbe.
Aveva una figlia, Chone, che per la sua bellezza eccezionale
aveva gi da ragazza, a quattordici anni, mille pretendenti.
Tornando per caso Febo dalla sua Delfi,
e il figlio di Maia, Mercurio, dalla cima del Cillene,
insieme la videro e insieme se ne accesero.
Febo rimanda alle ore della notte il progetto di possederla,
ma l'altro non tollera indugi e tocca le labbra della fanciulla
con la bacchetta ipnotica. A quella magia lei si addormenta
e subisce la violenza del nume. La notte cosparge il cielo
di stelle: Febo si trasforma in vecchia e coglie piaceri gi colti.
Quando la gestazione ebbe compiuto il suo dovuto corso,
dal seme del dio alato nacque un fanciullo astuto,
Autlico, in grado di commettere qualsiasi furfanteria,
sempre pronto a mutare il nero in bianco e il bianco
in nero, degno erede della furbizia paterna.
Da Febo invece (Chone infatti mise al mondo due gemelli)
nacque Filammone, un genio nel canto e nella cetra.
Ma a Chone che giov aver partorito due gemelli, esser piaciuta
a due numi, aver per padre un guerriero e come nonno
un astro lucente? Non nuoce molte volte anche la gloria?
A lei nocque di certo, visto che pretese d'anteporsi a Diana,
criticandone la bellezza. E quella, inferocita
e sconvolta dall'ira, le grid: "Ti piacer coi fatti!".
In un lampo curv l'arco, scocc con la corda una freccia
e con la sua punta trapass quella lingua criminale.
Tacque la lingua: pi non consentiva voce o impulsi di parole;
lei cercava di parlare, ma col suo sangue si perse la vita.
Ahim, che strazio, angosciato, provai nel mio cuore di zio
e quante parole di conforto non dissi a mio fratello!
Ma lui le accoglieva come uno scoglio accoglie il mormorio
del mare, piangendo senza respiro la perdita della figlia.
Quando poi ardere la vide sul rogo, quattro volte cerc
di gettarsi tra le fiamme; quattro volte fu trattenuto,
e allora sconvolto si diede alla fuga, precipitandosi
a testa bassa, come un giovenco punzecchiato dai calabroni,
nel deserto dei campi. E gi sembrava che corresse pi veloce
di un essere umano, come se ai piedi avesse le ali.
Nessuno pot raggiungerlo e, per smania d'uccidersi,
in un lampo sal sulla vetta del Parnaso. Quando dall'alto
di una rupe si gett gi, Apollo ne ebbe compassione:
lo mut in uccello e con ali, apparse all'improvviso, lo sostenne
in volo; gli diede becco adunco e curvi artigli per unghie,
e, col coraggio antico, una forza eccezionale rispetto al corpo.
Ora  uno sparviero, a nessuno bene accetto, che infierisce
contro tutti gli uccelli e, come soffre, fa soffrire gli altri".

Mentre il figlio di Lucifero, Cece, narra la storia
prodigiosa di suo fratello, ecco che arriva di corsa e ansimante
Ontore, un guardiano delle mandrie di Peleo, e grida:
"Peleo, Peleo, sciagura immensa devo riferirti!".
Peleo gli intima di parlare, qualunque sia la notizia,
e anche Cece pende impaurito da quelle labbra tremanti.
E lui racconta: "Avevo spinto i buoi stanchi in seno alla riva,
quando il sole, a met del suo corso, giunto altissimo in cielo,
vedeva dietro di s tanta strada quanta ne vedeva avanti.
E gli animali in parte si erano accosciati sulla bionda rena
guardando coricati l'ampia distesa del mare,
in parte a passi lenti si aggiravano vagando per la spiaggia;
altri nuotavano tenendo il collo levato fuori dell'acqua.
Vicino al mare c' un tempio che non risplende d'oro e marmi,
ma sorge in mezzo all'ombra dei fitti tronchi di un bosco antico.
 sacro a Nreo e alle Nereidi. Che si tratti di dei del mare
me l'ha detto un marinaio, mentre sul lido stendeva le reti.
Accanto c' una palude, chiusa intorno da fitti salici,
una palude formata d'acqua marina che ristagna.
L con grande fragore e strepito, terrorizzando tutto il luogo,
balza fuori dalla macchia palustre una belva mostruosa, un lupo
con le fauci micidiali coperte di bava e imbrattate
di sangue, con gli occhi iniettati di fiamme corrusche.
Per rabbia e fame si sfrena come una furia, ma  per rabbia
che si fa pi feroce. Non si cura solo del proprio digiuno,
di placare la sua spaventosa fame uccidendo qualche bue,
ma colpisce tutta la mandria e tutta, implacabile, la distrugge.
E anche qualcuno di noi, ferito dal suo morso mortale,
rimane ucciso mentre cerca di difendersi. Spiaggia, battigia
e palude rimbombano di muggiti e sono rossi di sangue.
Ma un delitto  perdere tempo, non sono permesse indecisioni:
prima che tutto sia perduto, tutti quanti insieme, avanti,
le armi prendiamo, le armi, e tutti insieme diamogli la caccia".
Cos dice il mandriano, ma Peleo non si turba per la perdita:
memore del suo delitto, intuisce che questa disgrazia
 un omaggio reso all'ombra di Foco dalla Nereide sua madre.
Il re dell'Eta ordina ai suoi d'indossare le armature e di prendere
armi d'assalto, e si accinge a partire insieme a loro.
Ma, richiamata dal trambusto, ecco che accorre Alcione,
sua moglie, cos com', con i capelli ancora in disordine,
ed anzi l li scompiglia, si getta al collo del marito
e con parole e lacrime lo scongiura d'inviare soccorsi
senza parteciparvi e di salvare insieme la vita d'entrambi.
E a lei il figlio di aco: "Giusta e commovente paura, o regina,
ma non temere: la vostra offerta mi basta per esservi grato;
non voglio che si prendano le armi contro un mostro inaudito:
pregare la divinit del mare intendo". C'era un'alta torre
con in cima un fuoco, ncora di salvezza per le navi in pericolo.
Salgono lass, e da l vedono con sgomento
la spiaggia disseminata di buoi morti e la belva
micidiale lorda di sangue sul muso e sul lungo pelo.
Allora Peleo, tendendo le mani dalla riva al mare aperto,
prega la cerulea Psmate di placare la sua ira
e d'essergli propizia. Ma lei non si piega alla voce implorante
del figlio di aco;  Teti che, intercedendo per il marito,
ne ottiene il perdono. Il lupo per, eccitato dal gusto
del sangue, bench richiamato, insiste in quell'orribile massacro,
finch, mentre azzanna il collo di una giovenca dilaniata,
lei non lo muta in marmo. Eccetto il colore, conserva
l'aspetto che aveva: ed  proprio il colore di pietra che rivela
come ormai non sia pi un lupo e non si debba pi temerlo.
Tuttavia il destino non permette che il profugo Peleo
si fermi in questa terra: vagando, l'esule giunge fra i Magneti
e solo qui, grazie ad Acasto d'Emonia, si purga del delitto.

Intanto Cece, turbato e col cuore sgomento
per i prodigi subiti dal fratello e che al fratello seguirono,
volendo, come un mortale, per conforto consultare un oracolo,
si accinge a partire per il santuario di Claro: inaccessibile,
per colpa dell'empio Forba e dei Flegi, era infatti quello di Delfi.
Prima, per, confida a te il suo progetto, o fedelissima
Alcione: subito un gelo ti penetra nelle ossa
e un pallore quasi identico a quello del legno di bosso
ti sbianca il volto, diluvi di lacrime ti bagnano le guance.
Tre volte tenta di parlare, tre volte il pianto riga il suo viso,
finch con voce rotta dai singhiozzi, cos, spinta dall'affetto,
geme: "Quale mia colpa ha stravolto, amore mio, la tua mente?
Dove mai  finito il bene che prima tu mi volevi?
Puoi dunque andartene tranquillamente abbandonando Alcione?
Desideri darti a lunghi viaggi? Lontana ti sarei pi cara?
M'auguro che per terra sia la strada: almeno prover dolore,
s, ma non paura; soffrir, certo, ma senza troppo timore.
 il mare che mi sgomenta, la vista delle sue tristi distese:
anche poco fa ho visto sulla spiaggia rottami di naufragi
e quante volte ho letto nomi su tombe prive di corpo!
E non lasciarti sedurre da folle fiducia al pensiero che Eolo,
il figlio di Ippota  tuo suocero, in grado di imprigionare
la violenza dei venti e di placare il mare quando vuole.
Una volta che, scatenati, i venti s'impossessano del mare,
nulla pi gli  vietato, e non c' terra o uno specchio di mare
che rimanga affidabile: sconvolgono in cielo le stesse nubi
e con mischie selvagge ne sprigionano fuochi abbaglianti.
Quanto pi li conosco (e li conosco bene, perch li vedevo
bambina in casa di mio padre), pi li ritengo temibili.
Ma se non c' preghiera, marito mio, che possa distoglierti
dal tuo proposito e sei proprio deciso a partire,
portami con te! Almeno saremo travagliati insieme
e non dovr temere che la sofferenza; insieme subiremo
ci che vorr il destino, insieme solcheremo il vasto mare!".
A questo sfogo e pianto della figlia di Eolo, si commuove
il suo celeste marito: non nutriva per lei minor passione.
Ma non volendo rinunciare all'idea del viaggio per mare
e allo stesso tempo esporre anche Alcione ai suoi pericoli,
si sforza in mille modi di confortare quel cuore impaurito.
Non riesce per a convincerla e allora aggiunge per calmarla
queste parole, le uniche alle quali il suo amore si rassegna:
"Certo per noi eterna  qualsiasi assenza, ma io ti giuro
sul fuoco di mio padre, che se il fato m'accorder di tornare,
far ritorno prima che la luna colmi due volte il suo disco".
Quando con questa promessa le accese la speranza del rimpatrio,
ordina che una nave sia tratta dall'arsenale, spinta in mare
e armata senza indugio di tutto punto per la navigazione.
A quella vista, quasi presagendo il futuro, di nuovo
Alcione rabbrividisce, scoppiando in un pianto dirotto,
lo stringe fra le braccia e, disperata, con voce afflitta, alla fine
'Addio'gli dice e con tutto il corpo si accascia al suolo.
E ora, mentre Cece vorrebbe indugiare, i marinai
in doppia fila traggono i remi verso il petto robusto,
fendendo i flutti con ritmo uniforme. Alcione leva gli occhi
umidi di pianto e vede il marito, che in piedi sul bordo
della poppa le fa per primo dei segni agitando
la mano, e risponde a quei cenni. Quando dalla riva s'allontana
e l'occhio non riesce pi a distinguere i volti, lei,
finch pu, segue con lo sguardo lo scafo che fugge. E quando
anche questo, ormai troppo distante, non si distingue pi,
fissa ancora la vela che ondeggia sulla cima dell'albero.
Quando poi svanisce anche questa, corre angosciata a gettarsi
sul letto vuoto della sua stanza. Ma letto e stanza le rinnovano
il pianto, rammentandole quanta parte di s le manchi.

La nave era ormai uscita dal porto e il vento agitava le srtie:
i marinai ritirano i remi sospendendoli alle murate,
issano i pennoni in cima all'albero e spiegano
tutte le vele perch accolgano le folate del vento.
Solcando i flutti, la nave era giunta pi o meno
a met della rotta e la terra delle due sponde era lontana,
quando sul far della notte il mare cominci a biancheggiare
di gonfi cavalloni e l'Euro impetuoso a soffiare pi violento.
"Ammainate i pennoni, ammainateli in fretta" grida
il comandante, "e avvolgete intorno all'asta tutta la vela."
Cos comanda, ma la tempesta incombente rende vano l'ordine:
il frastuono del mare non permette d'udirne la voce.
E tuttavia alcuni da s si affrettano a ritirare i remi,
altri a rinforzare le paratie o a sottrarre le vele al vento;
e v' chi scarica l'acqua imbarcata, rigettando il mare in mare,
chi abbassa in fretta i pennoni. Ma mentre senz'ordine si lavora,
minaccioso cresce il fortunale e da ogni parte impetuosa
si scatena la furia dei venti, sconvolgendo il mare in burrasca.
Anche il comandante ha paura e ammette lui stesso di non sapere
quale sia la situazione, cosa si debba ordinare o vietare:
tanto grande  il pericolo che supera persino la perizia.
Senza uguali  il frastuono: urla di uomini, stridio di srtie,
scrosci di onde che si abbattono su altre onde, tuoni in cielo.
Il mare si gonfia di flutti, sembra raggiungere il cielo
e investire di schizzi persino la cappa delle nubi,
ed ora sollevando dal fondo la bionda rena
prende il suo colore, ora  pi nero dell'acqua dello Stige,
poi a volte si distende e biancheggia in un fruscio di spuma.
Anche la nave di Trachine  coinvolta in questa sorte
e ora, portata in alto, sembra che dalla vetta di un monte
guardi gi nelle valli sino in fondo all'Acheronte,
ora, caduta sul fondo con l'arco del mare che la circonda,
sembra dai gorghi infernali guardare in alto il cielo.
Spesso investita al fianco dai marosi manda un gran fragore,
e percossa rimbomba cupa come una rocca squassata
e smantellata da un ariete di ferro o da una balestra.
E come, con violenza accresciuta dallo slancio, contro le lance
e le armi protese si avventano inferociti i leoni,
cos i marosi, spinti dalla furia delle raffiche, si avventano
contro l'ossatura della nave e in altezza tutta la sovrastano.
Ormai cedono i cunei e, spogliate del rivestimento di pece,
si allargano le commessure, offrendo un varco ai flutti micidiali.
Ecco che dalle nubi squarciate scrosciano diluvi di pioggia,
e si direbbe che il cielo intero crolli nel mare
e che il mare gonfiandosi salga sino a invadere il cielo.
Sotto gli scrosci grondano le vele e con l'acqua che cade
dal cielo si mischia quella del mare. Non brilla una stella;
tempesta e tenebre raddoppiano la foschia della notte.
Ma la squarciano i fulmini, incendiandola di luci
coi loro bagliori, e le onde divampano ai lampi di quelle fiamme.
Ormai i flutti irrompono dentro lo scafo della nave
e come il soldato pi prode dell'intero suo reparto,
dopo avere assalito invano e pi volte i bastioni che difendono
una citt, alla fine vi riesce e infiammato d'amore di gloria
solo tra mille balza sulle mura e le conquista,
cos, dopo che nove volte ondate hanno percosso le fiancate,
la decima, ergendosi ancora pi immane, avventa la sua furia
e assalta senza tregua la nave allo stremo, finch, scavalcate
le paratie, si abbatte entrobordo e l'espugna.
E mentre ancora una parte di mare tenta d'assalirla,
un'altra  gi dentro. I marinai, tutti, sono in preda al panico,
come in preda al panico  la citt, quando una parte del nemico
scalza le mura dall'esterno, mentre un'altra occupa gi l'interno.
La maestria non serve, il coraggio vien meno ed ogni flutto
che arriva sembra irrompere scavando morte.
Chi piange, chi  inebetito, chi chiama beati coloro
che avranno sepoltura, chi supplica, fa voti agli dei
e implora aiuto tendendo invano le braccia al cielo
che non si vede. Quello si sovviene di fratelli e genitori,
questo della casa e dei figli, ognuno di ci che ha lasciato.

Si angoscia Cece per Alcione, sulle labbra di Cece
non c' che Alcione, solo lei vorrebbe avere accanto, ma  felice
che sia lontana. Vorrebbe girarsi verso i lidi della patria,
volgere un ultimo sguardo verso la propria casa,
ma dove sia, l'ignora: tanto vertiginosamente ribolle
il mare e tanto  nascosto il cielo dall'ombra che diffondono
le nubi, al punto che la notte appare doppiamente fonda.
Sotto l'assalto impetuoso della bufera l'albero si spezza,
si spezza anche il timone, e l'onda si solleva tronfia, vittoriosa
sulla sua preda, e ricadendo guarda dall'alto le onde ai suoi piedi,
poi piomba gi di schianto, violentissima, come se uno svellesse
dalla base e rovesciasse in mare aperto l'intero Pindo
o tutto l'Ato, e con l'urto e il suo peso sommerge sul fondo
la nave, e con lei quasi tutto l'equipaggio, che, travolto
e coperto dai gorghi, pi non torna a galla
e perde, ahim, la vita. Gli altri si aggrappano ai resti,
ai relitti della nave. Cece stesso si regge a un rottame
con la mano che stringeva lo scettro, e invoca, ahim invano,
suocero e padre. Ma il naufrago, pi di tutti, ha sulla bocca
Alcione, la sua sposa: la rivede, pensa a lei,
spera che i flutti sospingano il suo corpo davanti agli occhi suoi,
che il suo cadavere sia tumulato dalle sue mani amorose.
Mentre nuota, ogni volta che i flutti gli permettono d'aprir bocca,
chiama Alcione lontana e ne mormora il nome anche sott'acqua.
Ed ecco che fra i marosi s'inarca un picco d'acqua nera,
si frange e schiantandosi gli sommerge il capo e lo travolge.
Rimase buio Lucifero, senza che si potesse distinguerlo,
quel mattino: poich dal cielo non gli era permesso
d'assentarsi, aveva velato il suo volto di fitte nubi.
Intanto la figlia di Eolo, all'oscuro di quella immane sciagura,
contava le notti e gi preparava con impazienza le vesti
che Cece avrebbe indossato e quelle che lei avrebbe portato
al suo ritorno, nel quale, vanamente ahim, confidava.
E a tutti gli dei offriva devota il suo incenso,
ma pi di tutti onorava Giunone, andando davanti all'altare
del suo tempio a pregare per il marito, che pi non era,
perch stesse bene, perch tornasse sano e salvo,
perch non s'innamorasse di nessun'altra. E di tante preghiere
quest'ultima era la sola che potesse avverarsi.
Ma la dea non sopport a lungo d'esser pregata per un morto
e, per allontanare dal suo altare quelle mani luttuose:
"Iride," disse, "fedelissima mia messaggera,
rcati immediatamente alla reggia soporifera del Sonno
e digli di mandare ad Alcione un sogno, che con l'immagine
di Cece morto le riveli ci che  accaduto in realt".
Cos disse, e Iride, indossato il suo manto di mille colori,
descrivendo un arco nel cielo, and come le era stato ordinato
alla dimora del re, che  nascosta sotto una coltre di nubi.

Dove stanno i Cimmeri c' una spelonca dai profondi recessi,
una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno,
nella quale con i suoi raggi, all'alba, al culmine o al tramonto,
mai pu penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto
di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie.
Qui non c' uccello dal capo crestato che vegli e chiami
col suo canto l'aurora; e non rompono, col loro richiamo,
il silenzio cani all'erta od oche pi sagaci dei cani.
Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi
da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane.
Vi domina silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia
sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via
mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno.
Davanti all'ingresso dell'antro fiorisce un mare di papaveri
e un'infinit di erbe, dalla cui linfa l'umida Notte attinge
il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio.
In tutta la casa non v' una porta, perch i cardini girando
non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia.
Al centro della grotta si alza un letto d'ebano imbottito
di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro,
dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume.
Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti pi diversi,
le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi,
le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido.
Quando la vergine vi entr, scostando con le mani i Sogni
per poter passare, al fulgore della sua veste s'illumin
la sacra dimora, e il nume, schiudendo a malapena gli occhi
appesantiti dalla sonnolenza, e ancora ancora ricadendo,
con il mento che ciondoloni gli sbatteva in alto contro il petto,
riusc finalmente a scuotersi e, sollevandosi sul gomito,
le chiese, avendola riconosciuta, perch mai fosse venuta.
E lei: "Sonno, quiete d'ogni cosa, Sonno, dolcissimo fra i numi,
pace dell'animo, che disperdi gli affanni e rianimi
i corpi oppressi dal lavoro e li ritempri per nuove fatiche,
ordina a un Sogno, che sappia imitare forme vere,
di recarsi a Trachine, la citt di Ercole, e presentarsi
ad Alcione con le sembianze di Cece, come appare un naufrago.
Lo comanda Giunone". E appena ebbe assolto la missione,
Iride se ne and, perch pi non resisteva al potere
soporifero del luogo: come sent la sonnolenza invaderle
le membra, fugg via risalendo l'arco dal quale era venuta.
Allora il Sonno dalla marea dei suoi mille figli
dest Morfeo, un talento nell'assumere qualsiasi sembianza.
Nessun altro pi abilmente di lui  in grado d'imitare
l'incedere che gli si chiede, l'espressione e il timbro della voce;
in pi vi aggiunge il modo di vestire e le parole che distinguono
quell'individuo. Ma imita soltanto le persone, mentre invece
c' un altro figlio che diventa fiera, uccello o lunghissima serpe:
gli dei lo chiamano celo, Fobtore i comuni mortali.
Ve n' poi un terzo, Fntaso, che si distingue per valentia
diversa: si trasforma con l'inganno in terra, roccia,
acqua o tronco, insomma in qualsiasi cosa inanimata.
Alcuni appaiono di notte a re e condottieri,
altri si aggirano tra la gente del popolo.
Il venerando Sonno tralasci tutti questi e fra tanti figli
scelse appunto il solo Morfeo per eseguire gli ordini recati
dalla figlia di Taumante. Poi, risciogliendosi in molle languore,
reclin il capo, sprofondando nelle coltri del suo letto.

Senza fare con le sue ali il minimo brusio, Morfeo vol
attraverso le tenebre e in breve tempo giunse nella citt
dell'Emonia; qui, spogliato il suo corpo delle penne,
si trasform in Cece e, assuntone l'aspetto,
livido, cadaverico, senza uno straccio addosso,
si mise davanti al letto dell'infelice Alcione. Madida
sembrava la sua barba e fradici, grondanti d'acqua i suoi capelli.
Poi, chinandosi sul letto, col viso inondato di lacrime,
cos disse: "Riconosci Cece, moglie mia infelicissima?
O forse la morte mi ha sfigurato? Guardami: mi vedrai, s,
ma in luogo di tuo marito ne troverai soltanto l'ombra.
A nulla sono valse, Alcione mia, le tue preghiere:
morto sono. Non illuderti ch'io possa tornare:  un'utopia.
Gravido di nubi, l'Austro ha sorpreso la mia nave
sul mare Egeo e soffiando violento l'ha investita e poi distrutta.
I flutti hanno riempito la mia bocca che invano gridava
il tuo nome. Non ti annuncia questa sciagura un messaggero
ambiguo, queste che senti non sono vaghe voci:
sono io, proprio io, morto annegato, a rivelarti la mia sorte.
Suvvia, lzati, versa le tue lacrime, vstiti a lutto,
non lasciarmi andare, senza compianto, nel vuoto del Tartaro!".
E Morfeo impiegava una voce che lei non poteva non prendere
per quella del marito; e anche le parve che versasse
lacrime vere e che la mano avesse di Cece il gesto.
Nel sonno Alcione si mise a gemere, a lacrimare,
agit le braccia e, cercando di abbracciare quel corpo, abbracci
l'aria ed esclam: "Aspetta! Dove mai fuggi? Andremo insieme!".
Turbata dalla propria voce e dal fantasma del marito,
si riscosse dal sonno, guardandosi intorno se chi le era apparso
fosse ancora l. Richiamati dalle grida, i servitori
erano accorsi con un lume. Lei non trovandolo in nessuno luogo,
si percosse il viso con le mani, dal petto si stracci la veste
e se lo fer. Senza nemmeno scioglierli, si strapp i capelli,
e alla nutrice che le chiedeva il perch di tutto quel dolore:
"Alcione non  pi, no, non  pi!" grid. " morta
col suo Cece. Risparmiate le parole di conforto!
 perito in un naufragio! L'ho visto, l'ho riconosciuto,
e, mentre si allontanava, gli ho teso la mano per trattenerlo.
Era un'ombra, ma un'ombra inconfondibile, quella di mio marito!
No, non aveva, se proprio vuoi saperlo, il suo solito
volto, e il suo incarnato non aveva pi lo splendore di un tempo.
Pallido e nudo, cos l'ho visto, ahim, e coi capelli
ancora bagnati: strappando lacrime qui stava, qui,
proprio qui!", e si mise a cercare se ne fosse rimasta traccia.
"Questo, questo temevo, quasi lo sentisse il cuore,
per questo ti pregai di non lasciarmi, di non affidarti ai venti!
Ma poich verso la morte partivi, come vorrei che con te
m'avessi portato! Un bene per me sarebbe stato se con te
fossi venuta! Non un solo istante della vita
avrei passato senza di te e non saremmo morti separati.
Ora lontano sono morta, lontano son travolta dai flutti
e senza esserci il mare m'inghiotte. Avrei davvero un cuore
pi spietato del mare, se cercassi di protrarre ancora
la mia vita e lottassi per sopravvivere a cos gran dolore!
Ma io non lotter, non ti lascer solo, sventurato,
e almeno ora ti accompagner. Se non un'urna, nel sepolcro
ci unir almeno un epitaffio; se non toccher con le mie ossa
le tue, toccher almeno il nome tuo col mio!".
Altro non le permise il dolore; in ogni parola s'insinuava
il pianto e dal suo cuore sbigottito uscivano profondi i gemiti.

Era il mattino. Usc di casa per recarsi alla spiaggia e riand
mesta al luogo da dove aveva assistito alla sua partenza.
Mentre l indugiava, dicendo: "Qui sciolse gli ormeggi,
qui, su questa spiaggia, mi baci prima di partire",
e mentre, al richiamo dei luoghi, ricordava ogni singolo evento
e scrutava il mare, vide fluttuare in lontananza a filo d'acqua
qualcosa che sembrava un corpo. All'inizio non si capiva bene
che cosa fosse, ma quando l'onda l'ebbe sospinto pi vicino e,
malgrado la distanza, apparve chiaro che si trattava di un corpo,
lei, pur non sapendo chi fosse, davanti al naufrago si commosse
e come se piangesse uno sconosciuto: "Ahim, chiunque tu sia,
misero te e tua moglie, se ne hai una", disse. Spinto dai flutti
quel corpo si avvicin ancora, e quanto pi lo guardava
tanto pi la sua mente si smarriva. E ormai cos vicino
 alla riva che, osservandolo, lei pu riconoscerlo:
era il marito. " lui!" grida e a un tempo si lacera
viso chioma e veste, e tendendo le mani tremanti
verso Cece, mormora: "Cos, carissimo marito mio,
cos a me, sventurato, ritorni?". Sul mare si ergeva un molo:
costruito dall'uomo, frangeva i flutti in arrivo,
fiaccando in anticipo l'impeto dell'acqua.
Lei vi balz sopra. Fu un prodigio che vi riuscisse; ma volava,
e battendo l'aria leggera con ali appena spuntate,
sfiorava, patetico uccello, la superficie del mare,
e volando, la sua bocca, ormai ridotta a un becco sottile,
stridendo emise un suono lamentoso che sembrava pianto.
Quando poi raggiunse il corpo muto ed esangue,
abbracciando quelle care membra con le sue nuove ali,
vanamente col duro becco le copr di freddi baci.
Sent Cece quei baci o fu solo per l'ondeggiare del mare
se parve che sollevasse il viso? La gente non sa dirlo.
Ma lui li sent, e alla fine, per pietosa grazia degli dei,
si mutarono entrambi in uccelli. Il loro amore rimase,
legandoli al medesimo destino, e il patto nuziale fra loro,
ormai uccelli, non si sciolse. Si accoppiano, generano,
e per sette sereni giorni, nella stagione invernale,
Alcione cova in un nido a picco sull'acqua.
Allora si placa l'onda del mare: Eolo rinchiude i suoi venti
e non li lascia uscire, per offrire bonaccia ai nipoti.

Un vecchio, guardandoli volare insieme sulla distesa
del mare, loda quell'amore serbato sino alla fine.
Un suo vicino, o forse lui stesso, chiss, dice: "Anche questo,
che vedi staccarsi dall'acqua, spinto da due zampe
rattrappite" e indicava uno smergo dal lungo collo,
" di stirpe regale. I suoi ascendenti, se vuoi
dalle sue origini scendere man mano sino a lui,
sono Ilo, Assraco, Ganimede che fu rapito da Giove,
l'antico Laomedonte e Priamo che ebbe in sorte gli anni estremi
del regno di Troia. Fratello di Ettore, costui,
se non gli fosse capitato un fatto singolare in giovinezza,
forse sarebbe diventato non meno famoso di Ettore,
sebbene questo fosse nato dalla figlia di Dimante,
mentre si dice che saco fu partorito di nascosto ai piedi
dell'ombroso Ida da Alessroe, figlia del fiume Granico.
Odiando le citt, viveva appartato, lontano dallo sfarzo
della reggia, sui monti, in campagne senza pretese,
e solo di rado veniva a Troia per qualche assemblea.
Ma certo non aveva un cuore rozzo e inaccessibile all'amore:
dopo averla spesso intravista nel folto dei boschi, un giorno
colse la figlia di Cebrene, Esperie, che sulla riva paterna
faceva asciugare al sole i capelli sciolti sulle spalle.
Appena se ne accorse, la ninfa fugg, come fugge atterrita
una cerva il fulvo lupo o un'anatra di fiume il rapace
che lontano dallo stagno l'ha sorpresa. L'eroe troiano
l'insegue e l'incalza, un fulmine lui per amore, lei per paura.
Ma ecco che un serpente, nascosto tra l'erba, morde alla fuggitiva
un piede col dente adunco, lasciandole nel corpo il suo veleno.
Con la vita si spegne anche la fuga. Disperato, lui abbraccia
quel corpo esanime: "Oh, come mi pento d'averti inseguita!
Ma non prevedevo il rischio e non volevo vincere a questo prezzo.
In due ti abbiamo ucciso, sventurata: il serpente con la ferita,
io creando l'occasione", grida. "Ma il pi colpevole sono io,
e per confortarti della tua morte, la mia morte ti offrir!".
Disse e da una rupe corrosa ai piedi dallo scrosciare dei flutti,
si gett in mare. Ne ebbe piet Teti, che lo sostenne attenuando
la caduta e, mentre ancora galleggiava lo rivest di piume;
cos la morte tanto sospirata non gli fu concessa.
S'indign l'innamorato d'esser costretto contro voglia a vivere,
che s'impedisse all'anima di uscire dalla sua misera sede
come bramava; e con le nuove ali spuntategli sulle spalle,
si alz in volo, per lasciarsi cadere nuovamente in acqua.
Le penne attutiscono la caduta. Infuriato saco si tuffa
a capofitto in profondit, cercando e cercando di morire.
L'amore l'ha smagrito: sottili fra le giunture
sono le sue zampe, sottile il collo, e distante dal corpo  il capo.
Ama l'acqua, e il suo nome, smergo,  tale perch vi si immerge".
...
.
...
LIBRO DODICESIMO.
...
.
...
Non sapendo che saco, preso il volo, era ancora vivo, suo padre
Priamo lo piangeva per morto. Ettore e gli altri fratelli poi
avevano reso le esequie a un tumulo con il suo nome.
Alla mesta cerimonia mancava Paride, che in sguito,
tornando in patria con la sposa rapita, port
una guerra sterminata: lo inseguivano migliaia di navi
con le forze coalizzate di tutte le genti greche.
E se immediata non fu la vendetta, causa ne fu la bufera
che aveva reso impervio il mare, bloccando in terra beota,
nel pescoso porto di Aulide, la flotta in procinto di salpare.
Qui si accingevano i Dnai, secondo l'uso loro, a un sacrificio
in onore di Giove e incandescente, avvolto ormai di fiamme,
era l'antico altare, quando videro strisciare sopra un platano,
che si ergeva accanto al luogo del rito, un drago iridescente.
In cima all'albero c'era un nido di otto uccellini:
il serpente li gherm insieme alla madre, che disperata
svolazzava intorno, e li inghiott nell'avida bocca.
Tutti allibirono, ma il figlio di Tstore, veritiero
come indovino, grid: "Evviva, Pelasgi, vinceremo!
Troia cadr, ma la nostra sar un'impresa lunga e faticosa".
E interpret i nove uccelli come altrettanti anni di guerra.
Il serpente, attorcigliato com'era ai fiorenti rami dell'albero,
divent di pietra. E la pietra a forma di serpente esiste ancora.

Nreo per continua a sconvolgere le acque dell'Aonia,
impedendo all'armata di salpare; e alcuni cominciano a credere
che Nettuno, avendone eretto le mura, voglia salvare Troia.
Ma non il figlio di Tstore: lui non ignora e non tace
che bisogna placare l'ira della vergine Diana col sangue
di una vergine. Ma quando il comune interesse prevalse
sugli affetti e il re sul padre, quando tra gli officianti in lacrime
Ifigenia si accost all'altare per offrire il suo casto sangue,
la dea si plac, stese una nube davanti agli occhi loro,
e al culmine del rito, tra la folla e le voci di chi pregava,
sostitu, si dice, la fanciulla micenea con una cerva.
Placata Diana con una vittima pi consona a lei,
con l'ira della dea si spense anche quella del mare,
e col vento in poppa salparono le mille navi,
per approdare, dopo molti travagli, in terra di Frigia.

Al centro del mondo c' un luogo che sta fra la terra, il mare
e le regioni del cielo, al confine di questi tre regni.
Da l si scorge tutto ci che accade in qualsiasi luogo del mondo,
anche nel pi remoto, e l giunge, a chi ascolta, qualsiasi voce.
Vi abita la Fama: ha eretto la casa nel punto pi alto,
una casa nella quale ha posto infinite entrate e mille fori,
senza che una porta ne impedisca l'accesso.
 aperta notte e giorno; tutta di bronzo sonante,
vibra tutta, riporta le voci e ripete ci che sente.
Non vi  pace all'interno e in nessun angolo silenzio,
ma pure non vi  frastuono, solo un brusio sommesso,
come quello che fanno le onde del mare se le si ascolta
di lontano o come l'ultimo brontolio dei tuoni,
quando Giove fa rimbombare lugubri le nubi.
L'atrio  sempre affollato: gente d'ogni risma che va e viene.
Mescolate a voci vere ne vagano qua e l migliaia
di false, che spargono intorno chiacchiere e parole equivoche.
Di queste alcune riempiono le orecchie sfaccendate di calunnie,
altre riportano il sentito dire, e la dose delle invenzioni
cresce a dismisura, perch ognuno vi aggiunge qualcosa di suo.
L trovi la Credulit, l'incauto Errore,
la Gioia immotivata e i Timori sfibranti,
la Sedizione improvvisa e i Sussurri d'origine incerta.
Cos la Fama vede tutto ci che accade in cielo,
in mare e in terra, indagando sull'universo intero.

Fu lei a render noto che le navi greche, cariche di truppe,
stavano arrivando. Perci, quando il nemico in armi sbarca,
non sbarca inatteso. I Troiani gli sbarrano il passo difendendo
il lido, e tu per primo, Protesilao, cadi per fatalit
sotto la lancia di Ettore. I primi scontri costano cari
ai Dnai ed Ettore con le sue stragi si rivela un prode.
Ma anche i Frigi con molto sangue sperimentano quanto potente
si mostri il braccio degli Achei: gi rosseggiavano di sangue
le spiagge del Sigeo; gi Cigno, figlio di Nettuno, mille uomini
aveva ucciso; gi Achille, imperversando sul suo carro,
stendeva a colpi di lancia (la lancia del Pelio) intere milizie,
e mentre cercava fra le schiere nemiche Cigno od Ettore,
in Cigno s'imbatt (per Ettore doveva attendere
ben dieci anni). Allora, incitando i cavalli, che su candidi
colli reggono il freno, diresse il carro contro il nemico
e, brandendo col braccio muscoloso una lancia tutta vibrante,
grid: "Chiunque tu sia, o giovane, conslati:
tu muori, ma chi ti uccide  Achille d'Emonia!".
Cos il nipote di aco, e alle parole segu il tonfo della lancia.
Ma bench scagliata con precisione e senza alcun errore,
l'asta non produsse danno con la sua punta acuminata:
contuse appena il petto di Cigno come fosse spuntata.
Allora Cigno: "Figlio di una dea (ti conosco di fama),
perch ti meravigli ch'io non sia ferito?"
(e meravigliato lo era). "Non quest'elmo che vedi, col suo fulvo
pennacchio equino, n il concavo scudo appeso al braccio
mi servono a qualcosa: li porto solo per farne sfoggio.
Anche Marte non porta armi per altro. Toglimi queste armature
di difesa: ne uscirei ugualmente illeso.
Conta pur qualcosa l'essere nato non da una Nereide,
ma da chi domina su Nreo, le sue figlie e il mare intero".
E qui scagli contro il nipote di aco una lancia, che and
a conficcarsi al centro dello scudo, trapassando il bronzo
e nove pelli di bue, ma fu fermata dall'ultima.
L'eroe l'estrasse e a sua volta scagli con tutta la sua forza
una lancia fremente: di nuovo il corpo rimase illeso,
senza una ferita. E neppure una terza lancia valse a scalfire
Cigno, che nulla faceva per ripararsi ed anzi si esponeva.
S'infuri Achille, come un toro che in piena arena
con le sue corna terrificanti si avventa contro il drappo rosso
sventolato per irritarlo e si accorge di dar cornate a vuoto.
Controll tuttavia se dalla lancia fosse caduta la punta:
no, era ben salda sul legno. " la mia mano che  debole allora"
si disse, "e ha perso in una volta tutta la forza che aveva?
Perch prima era salda, certo, sia quando davanti a tutti
abbattei le mura di Lirnesso o quando sommersi
nel sangue loro Tnedo e Tebe, la citt di Eezione,
sia quando purpureo flu il Caco per la strage del suo popolo
e Tlefo due volte speriment l'effetto della mia lancia.
E anche qui, con tutta questa caterva di morti che ho fatto
e vedo sulla spiaggia, la mia destra  stata ed , certo, possente."
Detto questo, quasi non volendo credere a ci che era accaduto,
scagli una lancia contro Menete, un semplice soldato di Licia,
e gli squarci la corazza trapassandogli il petto. Mentre quello,
stramazzando, batteva il capo al suolo in fin di vita,
Achille gli estrasse l'arma dalla calda ferita, urlando:
"Con questa mano, con questa lancia ho vinto; me ne varr
contro costui, pregando che abbiano lo stesso effetto".
Cos esclama e assale Cigno: l'asta di frassino corre dritta
e, non schivata, rimbomba contro la sua spalla sinistra,
ma poi viene respinta come da un muro o da una roccia compatta.
Achille vede che Cigno ha una chiazza di sangue nel punto
in cui  stato colpito, e gioisce. Vana gioia:
di ferita nemmeno l'ombra; il sangue  quello di Menete.
E allora fremente di rabbia con un balzo salta gi dal carro
e aggredisce corpo a corpo con la fulgida spada quel nemico
imperturbabile: vede, s, che la lancia sfonda scudo
ed elmo, ma poi si ottunde contro il suo corpo duro.
Pi non resiste: stringendo al petto lo scudo, sferra a Cigno
con l'elsa tre quattro colpi sul viso e sull'incavo delle tempie
e, mentre si ritira, l'incalza, lo sconcerta, gli balza addosso,
e lo intontisce senza dargli tregua. Cigno  invaso dal terrore,
la vista gli si appanna e, mentre arretra con le spalle,
inciampa contro una pietra che sporge in mezzo al campo.
Su quella Achille lo costringe, con violenza lo rovescia
lungo disteso sul dorso e l'inchioda a terra.
Poi, premendogli il petto con lo scudo e le dure ginocchia,
tira i lacci dell'elmo, che passano sotto il mento,
li stringe sino a strangolarlo e col respiro
gli porta via la vita. Si accinge allora a spogliare lo sconfitto:
scopre un'armatura vuota. Nettuno ha trasformato il corpo
in un uccello bianco: quello stesso di cui Cigno aveva il nome.

Questa impresa, questa battaglia comport una tregua
di parecchi giorni; entrambe le parti, deposte le armi, sospesero
gli attacchi. E mentre all'erta una scolta vegliava sulle mura
dei Frigi, e all'erta un'altra vegliava nelle trincee argive,
venne il giorno solenne in cui Achille, dopo aver sconfitto Cigno,
cerc, immolando una giovenca, di placare Pallade
con quel sangue. Posta la carne a pezzi sull'altare ardente,
quando il profumo fu salito al cielo deliziando i numi,
una parte fu usata per il rito, il resto per la mensa.
Sdraiati sui divani i condottieri saziarono il corpo
di carne arrosto e col vino scacciarono pensieri e sete.
Non si dilettano al suono di cetre, canti
o di lunghi flauti di bosso con i loro numerosi fori,
ma passano la notte a conversare e tema dei discorsi sono
gli atti di valore. Raccontano le proprie gesta, quelle
del nemico e con passione ricordano a turno i pericoli
corsi e superati. Di cosa infatti potrebbe parlare Achille,
di che altro si potrebbe parlare in presenza del grande Achille?
Si discute soprattutto dell'ultima impresa, la sua vittoria
su Cigno: a tutti sembra prodigioso il fatto che da un'arma
il corpo del giovane non potesse essere trafitto, che uscisse
indenne da qualsiasi scontro e ottundesse persino il ferro.
Stupefacente lo trovava Achille, stupefacente gli Achei.
E allora Nstore: "In questa vostra epoca, Cigno
 stato l'unico a non temere un'arma, ad essere invulnerabile
a qualsiasi colpo. Ma un tempo io stesso vidi Cneo di Perrbia
subire mille colpi senza riportare sul corpo ferita,
Cneo di Perrbia, che, famoso per le sue gesta,
viveva sull'Otri. E la cosa era tanto pi prodigiosa,
perch era nato femmina". A sentire di quel portento, i presenti,
incuriositi, lo pregano di raccontare. E fra questi Achille:
"Avanti, narra, siamo tutti ansiosi di ascoltarti,
vecchio eloquente, saggezza del nostro tempo:
chi era questo Cneo, perch cambi natura,
in quale spedizione, in quale battaglia lo conoscesti,
e da chi fu vinto, se vi fu mai qualcuno che lo vinse?".
E allora il vecchio: "Bench la vecchiaia inoltrata mi faccia velo
e parecchi avvenimenti a cui ho assistito in giovent mi sfuggano,
tuttavia ne ricordo ancora molti; e nessun fatto pi di questo,
fra i tanti che ho vissuto in pace e in guerra, mi si  impresso
nella mente. E se una lunga vecchiaia pot rendere qualcuno
testimone di cos numerosi eventi, ebbene, son vissuto
duecento anni ed ora io sto vivendo la mia terza et.
Figlia di lato, Ceni, la pi bella fanciulla della Tessaglia,
era cos nota per il suo fascino, che molti pretendenti
delle citt vicine e delle tue (era infatti della tua terra,
Achille) la desideravano e la sognavano invano.
Anche Peleo avrebbe forse cercato di averla in moglie,
se non gli fosse gi toccata in sorte, o almeno gi promessa,
la mano di tua madre. Ceni non volle sposare
nessuno,  vero, ma mentre vagava lungo una spiaggia deserta
fu violentata dal dio del mare: cos si raccontava.
Nettuno, colte le gioie di quell'avventura amorosa,
le disse: "Qualunque tuo desiderio, stai tranquilla,
sar esaudito: scegli cosa vuoi". Anche questo si raccontava.
E Ceni: "L'oltraggio che ho patito mi fa scegliere il massimo:
che mai pi debba subire tale affronto. Fa'che non sia pi femmina
e mi avrai dato tutto". Le ultime parole lei le pronunci
con un tono grave, con voce che poteva sembrare d'uomo,
come ormai era. Il dio degli abissi marini aveva acconsentito
al suo desiderio, e in pi le aveva concesso d'esser uomo immune
da ferita e che mai potesse soccombere a un'arma.
Lieto del dono l'Atrcide se ne va e trascorre l'esistenza
in attivit virili, aggirandosi dove scorre il Peneo.

Pirtoo, figlio del temerario Issone, aveva sposato Ippdame
e, dopo aver ben disposto le mense, aveva invitato i feroci
figli della Nuvola a banchetto in un antro nascosto nel bosco.
Erano presenti i notabili dell'Emonia e fra loro anch'io:
la reggia in festa risonava di folla eccitata.
Ecco: si canta l'inno nuziale, fuochi e fumi invadono l'atrio,
e appare, splendida in volto, la sposa circondata da uno stuolo
di madri e giovani donne. Ci rallegrammo con Pirtoo
per la sposa, ma per poco non dovemmo pentirci dell'augurio.
E infatti tu, urito, il pi feroce di quei feroci Centauri,
gi infiammato dal vino, pi t'infiammi vedendo la vergine,
e l'ebbrezza aggiunta alla libidine ha il sopravvento.
Rovesciate le tavole, in un attimo il banchetto va in rovina,
e la giovane, afferrata per i capelli,  trascinata via.
urito rapisce Ippdame; gli altri ognuno la donna che pi
gli piace o quella che pu: una scena da citt conquistata.
In tutta la casa echeggiano grida di donne. Tutti balziamo
in piedi e Teseo per primo urla: "Quale pazzia
ti travolge, urito, che con me presente osi sfidare
Pirtoo e offendere, senza saperlo, due uomini in uno?".
E per mostrare che non parla a vuoto, il magnanimo eroe
si fa largo tra la calca e strappa la donna a quegli scalmanati.
urito non risponde: non potrebbe in nessun modo
giustificare il suo gesto; cos con protervia si avventa
contro il viso del valoroso e gli tempesta il generoso petto.
V'era l accanto per caso un antico cratere istoriato
di figure in rilievo: Teseo, ergendosi enorme sopra questo,
lo solleva e lo scaglia in faccia all'avversario.
Quello, vomitando dalla bocca e dalle ferite grumi
di sangue, di cervello e vino, stramazza al suolo scalciando
la rena madida. Allo scempio del fratello, gli esseri biformi
si scatenano e come un sol uomo gridano "All'armi, all'armi!".
Il vino accresce l'impeto e la mischia inizia con un fitto lancio
di bicchieri, di fragili orci e di grossi recipienti,
oggetti per la mensa, ma ora usati per far guerra e strage.
Per primo Amico, figlio di Ofone, non si sgomenta a spogliare
la cella sacra dei doni votivi, per primo ne strappa via
un candelabro carico di torce sfavillanti,
e sollevandolo in alto, come chi si accinge a spezzare
con la scure sacrificale il collo candido di un toro,
lo scaglia sulla fronte del Lpita Celadonte,
frantumandogli il cranio e rendendogli irriconoscibile il viso:
fuori ne schizzano gli occhi e, a causa delle ossa fratturate,
il naso  respinto indietro piantandosi in mezzo al palato.
Strappato un piede a un tavolo di acero, Plate di Pella
atterra Amico, incastrandogli il mento nel petto,
e mentre quello sputa denti e sangue nero,
con un'altra mazzata lo spedisce tra le ombre del Tartaro.
Grineo, che era l vicino, guardando con occhio feroce
l'altare fumante: "Perch non ci serviamo anche di questo?",
strepita e sollevato l'immenso blocco avvolto di fiamme,
lo scaglia in mezzo alla schiera dei Lpiti
schiacciandone due, Brtea ed Oro. Oro era figlio
di Mcale, che, a quanto si diceva, aveva con formule magiche
trascinato al suolo la falce riluttante della luna.
"Aspetta ch'io trovi un'arma e la pagherai!"
urla Essdio e impugna come arma un corno di cervo,
appeso per voto sulla cima di un pino.
La punta forcuta del corno trafigge le orbite di Grineo,
gli cava gli occhi e di questi una parte resta infilzata nell'arma,
l'altra gli cola sulla barba e pende in un coagulo di sangue.
Ed ecco che Reto afferra dal centro dell'altare
un tizzone ardente e fracassa con un colpo dritto
la tempia coperta di biondi capelli a Carasso.
Avvolti dalle fiamme, in un baleno, come stoppie secche,
s'incendiano i capelli e il sangue bruciato nella ferita
sfrigola con tremendo crepitio; cos fa il ferro
arroventato dal fuoco, quando il fabbro con le ganasce
della tenaglia l'estrae e l'immerge nel tino: affondato
nell'acqua che si intiepidisce, stride e sibila.
Scaccia il ferito le fiamme che gli divorano i capelli
arruffati e, divelta dal suolo una trave, onerosa persino
per un carro, l'alza sulle spalle. La pesantezza gli impedisce
di scagliarla contro l'avversario, ma l'enorme pietra travolge
un suo compagno, Comete, che gli stava troppo vicino.
Reto non trattiene la gioia: "Spero che anche il resto
di tutta la tua masnada sia forte cos!" gli urla
e ricaccia a Carasso nella piaga il tizzone semibruciato;
poi con tre o quattro colpi gli fa saltare le suture
del cranio e le ossa s'infossano nel cervello spappolato.
Trionfante si volge ad assalire Evagro, Crito e Driante.
Quando Crito, che ha le guance appena velate di barba,
crolla a terra, Evagro grida: "Che gloria credi d'avere ottenuto
atterrando un ragazzo?". Ma Reto non gli permette
di dire altro: spietato gli caccia nella bocca aperta
per parlare il bagliore delle fiamme e dalla bocca dentro il petto.
Poi insegue anche te, fiero Driante, roteandoti il tizzone
intorno al capo, ma l'esito questa volta non trova successo:
mentre esulta per la strage che va seminando, tu lo trafiggi
con un palo temprato al fuoco, dove il collo si congiunge
all'omero. Reto manda un gemito, a stento svelle il palo infisso
nell'osso, ed ora  lui a fuggire immerso nel proprio sangue.
Fuggono con lui Orneo, Licabante e Medonte, ferito
alla spalla destra, e ancora Pisnore, Taumante,
e Mrmero, che aveva appena vinto una gara di corsa,
ma che ora, riportata una ferita, correva pi piano;
e Folo, Melaneo e Abante, gran sterminatore di cinghiali;
ed Astilo, l'indovino, che aveva invano sconsigliato ai suoi
la battaglia. A Nesso, che temeva di rimaner ferito, aveva
anche detto: "Non fuggire: all'arco di Ercole sei tu destinato!".
Ma alla morte non si sottrassero n Eurnomo n Lcida,
Areo e Imbreo: tutti li colp di fronte la destra
di Driante; ma anche tu, Creneo, di fronte fosti colpito,
bench per fuggire avessi voltato le spalle: mentre guardavi
indietro, ricevesti infatti un ferro immane
fra gli occhi, dove il naso si unisce alla fronte.

In mezzo a tutto quel frastuono, Afida giaceva assopito
in un sonno senza fine, senza che nulla lo svegliasse;
lungo disteso sulla pelle irsuta di un'orsa dell'Ossa,
teneva nella languida mano una coppa di vino allungato.
Malgrado non brandisse armi, Forbas, appena lo vide,
impugn un giavellotto, dicendo: "Vatti a bere vino
allungato con acqua dello Stige!", e senza porre indugi
lo scagli contro il giovane e, poich per caso giaceva supino,
l'asta con la sua punta di ferro si conficc nel collo.
Non si accorse di morire: dalla sua gola a fiotti
il sangue nero col sul giaciglio e fin dentro la coppa.
E con i miei occhi vidi Petreo che cercava di sradicare
una quercia carica di ghiande: mentre la stringe fra le braccia
e la scuote da ogni parte squassandone il tronco ormai vacillante,
la lancia di Pirtoo gli si pianta tra le costole
inchiodandogli al duro legno il petto impegnato in quella fatica.
Per mano di Pirtoo si dice che sia caduto Lico,
per mano di Pirtoo Cromi; ma nessun dei due
gli procur tanta gloria quanta vincere Dicti ed lope.
lope fu trafitto da una lancia che, aprendosi un varco
nella tempia, da destra penetr sino all'orecchio di sinistra.
Dicti, mentre si gettava gi dallo sperone opposto del monte
per sfuggire affannosamente al figlio d'Issone che l'incalzava,
precipit in un dirupo e col peso del corpo spezz
un orno immenso, ricoprendone di viscere i frammenti.
Per vendicarlo accorre Afareo che, divelto dal monte un macigno,
tenta di scagliarlo; ma mentre tenta, Teseo, il figlio di Egeo,
l'investe con una mazza di quercia e gli fracassa l'osso grosso
del gomito; poi, senza aver voglia e tempo di finire quel corpo
ormai ridotto all'impotenza, salta in groppa al gigantesco
Binore, che in groppa solo s stesso era avvezzo a portare;
con le ginocchia gli stringe i fianchi, gli afferra in una morsa
i capelli con la sinistra e col nodoso randello gli spacca
la faccia, la bocca che impreca e le tempie durissime.
E con quel randello abbatte Nedimno, l'arciere Licope,
ppaso che aveva il petto protetto da una barba
fluente, Rifeo che sovrastava la cima delle selve,
e infine Tereo che si portava nella tana, vivi e righianti,
gli orsi catturati sui monti dell'Emonia.
Demoleonte non toller pi che Teseo di vittoria
passasse in vittoria: gi da un pezzo tentava con gran sforzo
di sradicare dal suolo compatto un vecchio pino;
non riuscendovi, lo spezz scagliandolo contro il nemico.
Ma Teseo, messo in guardia da Pallade, schiv l'arma
in arrivo scostandosi: cos lui voleva che si credesse.
Tuttavia il tronco non cadde a vuoto: dal collo stacc
lo sterno e la spalla sinistra dello smisurato Crntore.
Costui era stato scudiero di tuo padre, Achille:
il re dei Dlopi, Amintore, sconfitto in guerra, l'aveva dato
al figlio di aco come pegno di pace e prova di lealt.
Come Peleo lo vide devastato da quell'orrenda ferita:
"Crntore, fra tutti diletto, accetta almeno queste esequie!"
grid e con tutta la forza del braccio, e in pi con quella
della rabbia, scagli contro Demoleonte una lancia di frassino,
che gli sfond torace, costole e s'infisse tra le ossa vibrando.
Lui con la mano riesce ad estrarne il legno, ma non la punta,
e anche quello a fatica: la punta resta bloccata nel polmone.
Ma  proprio il dolore ad accrescergli il coraggio:
soffrendo s'impenna sul nemico e lo calpesta con i suoi zoccoli.
Peleo sostiene quella scarica di colpi con l'elmo e lo scudo,
si protegge le spalle, tende le armi verso l'alto
e con un sol colpo trafigge l'uno e l'altro petto del centauro.
Ma prima da lontano aveva gi ucciso Flegreo
ed Ile, e in scontri corpo a corpo Ifnoo e Clani.
A questi va aggiunto Drila, che portava a scudo delle tempie
una pelle di lupo e, spaventose come armi d'offesa,
corna ricurve di toro, tutte rosse di sangue.
A costui io gridai (il furore mi accresceva le forze):
"Vedrai quanto inferiori siano le tue corna al ferro mio!",
e scagliai il giavellotto. Lui, non potendolo evitare,
si par con la destra la fronte in procinto d'essere colpita:
inchiodata alla fronte gli rest la mano. Si lev un clamore
e, mentre quello, stravolto dal dolore, era impietrito, Peleo,
che gli era pi vicino, con la spada lo trafisse in mezzo al ventre.
Drila fece un balzo e nell'impeto trascin a terra le viscere,
e nel trascinarle le calpest, nel calpestarle le squarci,
v'impigli le zampe e croll sul ventre ormai svuotato.
N in battaglia ti salv, Cllaro, la tua bellezza,
se bellezza si pu riconoscere in esseri siffatti.
Barba incipiente, barba color d'oro, e d'oro
la chioma che dalle spalle gli spioveva gi sino ai fianchi;
volto forte e attraente; collo, spalle, mani
e torace come quelli delle statue pi celebrate,
e cos ogni parte umana; ma, sotto queste, anche le forme equine
sono perfette e per nulla inferiori: dagli collo e testa equina,
sarebbe degno di Castore, tanto il suo dorso  adatto alla sella
e turgido di muscoli il petto.  tutto nero, pi della pece,
ma candida  la coda e bianco anche il colore degli stinchi.
Molte della sua razza lo desiderarono, ma solo Ilnome,
la femmina pi graziosa che nel folto dei boschi tra quegli esseri
per met animali sia mai vissuta, se lo prese.
Solo lei a s tien legato Cllaro con le carezze, amandolo,
giurandogli amore, e anche, s, curando la propria persona,
nei limiti concessi a quelle membra: rende soffici i capelli,
ora li inghirlanda di rosmarino, ora di viole,
ora di rose; ogni tanto porta con s candidi gigli;
due volte al giorno si lava il viso ai ruscelli che nella foresta
di Pgase scendono dal monte, due volte s'immerge nel fiume,
e dalla spalla o sul fianco sinistro lascia pendere
solo pelli eleganti di bestie pregiate. Uguale amore
li lega; vagano per i monti insieme, insieme s'annidano
negli antri; ed anche allora entrati fianco a fianco
nella reggia dei Lpiti, fianco a fianco guerreggiavano a morte.
Chi l'avesse scagliato non si sa, ma un giavellotto, Cllaro,
arriv da sinistra e ti trafisse un po'pi in basso
di dove il petto si congiunge al collo. Estratta l'arma, il cuore,
pur appena sfiorato, si gel con tutto il corpo.
Ilnome si precipita a sostenere quel corpo morente,
applicando la mano lenisce la ferita, e accosta la bocca
alla bocca tentando di fermare l'anima che fugge.
Come lo vede spento, con parole che il frastuono m'imped
di udire, si getta su quell'arma che l'ha trafitto
e, spirando, stringe in un abbraccio il marito suo.

E ho ancora davanti agli occhi Fecome, che aveva avvinto
con un intrico di nodi sei pelli di leone per proteggere
la parte umana e quella equina allo stesso tempo. Scagliando
un tronco, che a stento avrebbero smosso due coppie di buoi,
costui fracass da capo a piedi Tctafo, figlio di Oleno.
[Frantumata l'enorme scatola del cranio, dalla bocca,
dalla cavit delle narici, degli occhi e delle orecchie
gli col a rivoli il cervello, come fa il latte rappreso
da graticci di quercia o come stilla un liquido sotto pressione
dalle maglie di un setaccio, gocciolando denso dai fitti fori.]
Ma io, mentre quel predatore si accingeva a spogliare
delle armi il caduto (tuo padre lo sa), gli affondai la spada
nel basso ventre. Anche Ctonio e Telebas caddero
sotto la mia spada: il primo brandiva un ramo a corna,
l'altro un giavellotto con cui m'inferse una ferita.
Puoi vederne il segno: la vecchia cicatrice si distingue ancora.
Allora avrebbero dovuto mandarmi alla conquista di Troia;
allora avrei potuto, se non vincere, almeno arginare le armi
del grande Ettore con le mie. Ma a quel tempo Ettore
non esisteva oppure era bambino; ora l'et mi ha indebolito.
Perch narrarti di Perifante che vinse il duplice Pireto?
o di Ampice che piant un'asta di corniolo
senza punta in pieno volto allo scalpitante Echeclo?
Con una spranga scagliata nel petto Macareo di Peletronio
atterr Erigdupo; e anche ricordo che una picca
fu piantata dalla mano di Nesso nell'inguine di Cimelo.
E non credere che Mopso, il figlio di Ampice, rivelasse
soltanto il futuro: per un suo giavellotto stramazz
il biforme Odite, mentre tentava invano di parlare
con la lingua inchiodata al mento e il mento inchiodato alla gola.

Cneo aveva ucciso cinque nemici: Stfelo, Bromo,
Antmaco, limo e Piracte che brandiva una scure;
non ricordo come li fer: ho in mente solo il numero e i nomi.
Contro gli si lancia, armato delle armi di Aleso d'Emazia
che aveva ucciso, Latreo, di statura e membra smisurate:
era di un'et di mezzo, tra giovent e vecchiaia;
di un giovane aveva il vigore, ma le tempie brizzolate.
Imponente, con scudo, spada e picca
macedone, col viso rivolto alle opposte schiere,
squass le armi e al galoppo descrisse giri su giri,
riversando tutt'intorno nell'aria queste focose parole:
"Anche te, Ceni, dovr sopportare? Donna per me sarai sempre,
sarai sempre Ceni. Ti sei scordata la natura
in cui sei nata, non ti torna a mente perch sei stata premiata,
a quale prezzo ti sei acquistata questo falso aspetto d'uomo?
Ripensa come sei nata o cosa hai dovuto subire, e vai, prendi
conocchia e cestino, fila col pollice la lana,
e lascia la guerra agli uomini!". Mentre cos si vantava,
Ceneo scaglia una lancia e gli trapassa il fianco teso nella corsa,
dove l'uomo si congiunge al cavallo. Folle di dolore,
Latreo colpisce con la picca il viso indifeso del giovane.
La picca rimbalza, come la grandine sulla cima di un tetto
o come un sassolino lanciato contro la pelle di un tamburo.
Allora ingaggia un corpo a corpo, cercando d'affondargli la spada
nel fianco acerbo; ma per quella non esiste un varco.
"Eppure non mi sfuggirai, no!" grida. "Ti sgozzer a fil di spada,
visto che la punta si smussa." E, volta la spada di taglio,
gli allunga da destra un gran fendente attraverso il ventre.
L'impatto sul corpo sprigiona un gemito, come colpo sul marmo,
e battendo sul callo della pelle, la lama va in mille pezzi.
Stanco infine di offrire il fianco illeso all'avversario attonito,
Ceneo: "Avanti," disse, "mettiamo ora alla prova il tuo corpo
col ferro mio!", e immerse sino all'elsa la spada omicida
nel petto di Latreo, gliela gir e rigir alla cieca
nelle viscere, producendogli squarci su squarci.
Allora con immenso strepito i Centauri furibondi
si scatenano e solo contro lui rivolgono e scagliano le armi.
Ma queste cadono spuntate e Cneo, figlio di lato,
sotto tutti quei colpi resta indenne, senza una macchia di sangue.
Quel prodigio lascia tutti interdetti. "Oh, vergogna infinita!"
esclama Mnico. "Da un uomo solo, un uomo?, noi, un popolo,
siam vinti. Ma lui, s, che  un uomo; noi, per vilt nostra
siamo come era lui un tempo! A che servono queste membra
immani e la forza di due creature, il fatto che la natura
abbia in noi combinato due tra gli esseri pi forti?
Non sembra davvero che nostra madre sia una dea e Issone,
ch'era tanto grande da concepire speranze sulla divina
Giunone, nostro padre: ci lasciamo battere da un mezzo uomo.
Rovesciategli addosso rocce, tronchi e monti interi,
soffocategli quell'anima tenace sotto un cumulo di alberi.
Che una foresta gli schiacci la gola: a ucciderlo penser il peso!"
E urlando, trovato un tronco abbattuto dalle raffiche furiose
dell'Austro, lo scagli contro quel nemico invincibile.
Fu come un segnale: in pochi istanti l'Otri si ritrov
privo di piante e il Pelio non ebbe pi un filo d'ombra.
Sepolto sotto quel cumulo immane, Cneo, oppresso dal peso,
smania e, facendo forza con le sue spalle, sostiene i tronchi
che si ammucchiano. Ma poi quando sul capo e il viso gli cresce
la mole e il suo respiro non trova pi aria per nutrirsi,
comincia un poco a cedere e invano ora cerca di drizzarsi
per raggiungere l'aria e scrollarsi di dosso la foresta;
e un poco la smuove, ecco, come se l'alto Ida,
che da qui vediamo, fosse scosso da un terremoto.
L'esito  incerto: alcuni dicevano che il peso dei tronchi avesse
schiacciato il corpo spingendolo fin dentro al Tartaro senza vita.
Per il figlio di Ampice no: da sotto la catasta aveva visto
uscire nel cielo limpido un uccello dalle ali fulve,
un uccello che anch'io vidi allora per la prima e l'ultima volta.
Come lo scorse che con lento volo volteggiava
sulle sue schiere, diffondendo intorno grandi strida, Mopso,
seguendolo insieme con lo sguardo e col cuore, disse:
"Salute a te, gloria del popolo dei Lpiti,
eroe grandissimo, Cneo, finora ed ora uccello unico!".
Per la sua autorit fu creduto. E il dolore accrebbe la furia,
sdegnati che i nemici avessero in tanti annientato un uomo solo.
E non cessammo di sfogare in armi il nostro dolore, fin quando
parte di loro non fu uccisa e l'altra posta in fuga nella notte".

Mentre l'eroe di Pilo raccontava la lotta tra i Lpiti
e i Centauri per met uomini, Tleplemo non toller
che avesse taciuto del nipote di Alceo e addolorato
disse: "Mi stupisce, vegliardo, il tuo silenzio sulle gesta
gloriose di Ercole. In verit mio padre era solito
raccontarmi d'aver domato i figli della Nuvola".
Gli rispose afflitto Nstore: "Perch mi costringi a ricordare
le mie sofferenze, a riaprire piaghe rimarginate dagli anni,
a confessare che nutro odio e risentimento verso tuo padre?
Egli ha compiuto imprese, mio dio, incredibili, ha riempito
dei suoi meriti il mondo, cosa che vorrei poter negare.
Ma noi non tessiamo l'elogio di Defobo o Polidamante,
nemmeno di Ettore: chi infatti farebbe le lodi di un nemico?
Proprio tuo padre distrusse un giorno le mura dei Messeni,
dirocc Elide e Pilo, citt innocenti,
irrompendo col ferro e col fuoco nella mia casa.
Per non parlare di tutti gli altri che uccise;
noi figli di Neleo eravamo dodici, dodici bei giovani:
tutti quanti caddero, tranne me solo, abbattuti dalla mano
di Ercole. E che gli altri potessero soccombere si pu capire;
ma la morte di Periclmene, al quale Nettuno, capostipite
della stirpe di Neleo, aveva concesso di assumere tutte
le forme che voleva e di deporle una volta assunte,  incredibile.
Dopo avere inutilmente assunto i pi vari aspetti, Periclmene
si era mutato nell'uccello che, carissimo al re degli dei,
suole portare i fulmini serrati tra gli artigli.
Usando la forza di quest'uccello, aveva con le ali, col becco
adunco e con le grinfie dilaniato il volto all'eroe di Tirinto:
Ercole allora tese l'arco, sin troppo preciso, contro l'aquila
e, mentre questa si librava a grande altezza fra le nubi,
la colp dove l'ala s'innesta nel fianco.
Ferita non grave, ma i tendini lacerati dal colpo cedono
e non offrono pi l'energia necessaria per volare.
Cos cadde al suolo, perch le ali fiaccate non prendevano
pi l'aria, e la freccia sottile conficcata nell'ala affondava,
spinta dalla pressione, nel corpo trafitto,
uscendo attraverso la cima del fianco a sinistra della gola.
Ti sembra dunque ch'io debba decantare il tuo Ercole,
o glorioso capo della flotta di Rodi?
Mi limito solo, per vendicare i miei fratelli, a non parlare
delle sue grandi gesta; ma la mia amicizia per te resta salda".
Dopo che il vecchio figlio di Neleo ebbe narrato questi eventi,
al termine del suo racconto, si torn a gustare il vino
e ci si alz dai divani. Il resto della notte fu dato al sonno.

Ma il dio, che col tridente governa le onde del mare, piange
nella sua mente di padre la metamorfosi del figlio Cigno
nell'uccello caro a Fetonte e, detestando lo spietato Achille,
cova un'ira implacabile, pi di quanto sia lecito e civile.
La guerra ormai si trascinava da quasi un decennio;
si rivolge ad Apollo, il dio di Sminta dai lunghi capelli:
"O tu che tra tutti i figli di mio fratello mi sei il pi caro,
tu che con me hai costruito inutilmente le mura di Troia,
non ti affliggi guardando questa rocca ormai sul punto di crollare?
non ti addolorano le migliaia di guerrieri caduti
per difenderne i bastioni? o, per non ricordarteli tutti,
hai davanti solo l'ombra di Ettore, trascinato intorno a Pergamo?
E intanto il terribile Achille, pi cruento della guerra stessa,
devastatore dell'opera nostra, Achille vive ancora!
Datelo a me: gli far sentire cosa  in grado di fare
il mio tridente. Ma poich non posso scontrarmi con lui
faccia a faccia, annientalo tu di sorpresa con una freccia occulta!".
Il nume di Delo acconsent e, indulgendo al proprio impulso
e a quello dello zio, si rec avvolto di nebbia
tra le schiere troiane e, in mezzo alla carneficina,
scorse Paride che ogni tanto tirava una freccia contro Achei
senza nome. Fattosi riconoscere: "Perch", gli disse, "sprechi
i tuoi dardi con gente plebea? Se ti stanno a cuore i tuoi,
rivolgiti contro il nipote di aco e vendica i fratelli uccisi".
Cos disse e, indicandogli il figlio di Peleo che faceva strage
di Troiani con la spada, gli gir l'arco contro e con la destra
micidiale gli fece scoccare un dardo che fu infallibile.
Se mai dopo la morte di Ettore il vecchio Priamo pot gioire,
quello fu il momento. E cos tu, vincitore di tanti guerrieri,
sei vinto, Achille, dal pavido rapitore di una sposa greca!
Ma se era destino che dovessi cadere per mano femminea,
sotto la scure del Termodonte avresti preferito morire.
Ormai il terrore dei Frigi, vanto e difesa del nome greco,
il discendente di aco, capo invincibile in guerra, dalle fiamme
 stato arso: il nume che l'ha armato, quello ha acceso il fuoco.
Ormai  cenere; e di quell'Achille che fu tanto grande
resta un'inezia, che nemmeno basta a riempire un'urna minuscola.
Ma la gloria, quella  ben viva e tale da riempire il mondo intero.
Una dimensione degna dell'uomo; in lei il figlio di Peleo
 pari a s stesso e non avverte il vuoto del Tartaro. Persino
il suo scudo, perch tu possa comprendere a chi appartenne,
scatena battaglie e per le sue armi si prendono le armi.
Non osano reclamarle n il figlio di Tideo o Aiace,
figlio di Oileo, il minore degli Atridi o il maggiore per et
e imprese, e nessun altro: soltanto il figlio di Telamone
e quello di Laerte hanno l'ardire di aspirare a tanto onore.
Ma il discendente di Tantalo rifiuta l'onere odioso
di dirimere la contesa e, radunati i capi argivi al centro
dell'accampamento, rimette la sentenza al giudizio di tutti.
...
.
...
LIBRO TREDICESIMO.
...
.
...
Sedutisi i capi, mentre la truppa in piedi faceva corona,
si lev a parlare Aiace, il principe dello scudo a sette strati,
e stravolto dall'ira, volgendosi con occhio torvo a guardare
il lido Sigeo e la flotta in secco sulla spiaggia,
tese le mani dicendo: "In nome di Giove, si dibatte
la causa davanti alle navi e proprio Ulisse con me si confronta!
Lui che non esit a fuggire di fronte agli incendi accesi da Ettore,
mentre io, sostenendo l'assalto, allontanai le fiamme dalla flotta.
Certo  pi sicuro battersi con parole ipocrite, che a mano
armata affrontarsi! Ma io non sono portato all'eloquenza,
come costui non lo  all'azione; quanto io valgo in campo,
nella mischia spietata, altrettanto vale lui nel parlare.
Non credo tuttavia di dovervi ricordare, Pelasgi,
le mie gesta: le avete sotto gli occhi. Racconti Ulisse le sue,
quelle che compie senza testimoni, complice solo la notte.
Grande il premio a cui miro, l'ammetto; ma l'onore  svilito
dal mio avversario: Aiace non pu vantarsi d'ottenere premio
sia pur grandissimo, al quale anche Ulisse ambisca.
Del resto da questa contesa lui ha gi tratto vantaggio,
perch perder, s, ma potr dire d'essersi con me battuto.
E se per assurdo si potesse dubitare del mio valore,
io maggiore sarei per nobilt: nato sono da Telamone,
che agli ordini di Ercole espugn le mura di Troia
e con la nave di Pgase raggiunse le rive della Clchide.
aco  suo padre, che rende giustizia alle ombre silenziose
laggi dove un pesante macigno opprime Sisifo, il figlio di Eolo.
E il sommo Giove riconosce e addita aco come suo figliolo,
per cui io, Aiace, sono in linea di discendenza il terzo.
Ma questa successione non favorirebbe la mia causa, Achei,
se non l'avessi in comune col grande Achille: cugino paterno
mi era. Chiedo ci che fu di un cugino. Come si permette Ulisse,
che  del sangue di Sisifo e in tutto per astuzia e perfidia
simile a lui, di intromettersi nella stirpe di aco che gli  estranea?
Perch io scesi in armi prima e senza che nessuno mi costringesse,
mi si dovrebbero negare le armi? E si giudicher migliore
lui che le impugn per ultimo e cerc di sottrarsi al suo dovere
fingendosi pazzo, finch il figlio di Nuplio, pi furbo di lui,
ma nocendo a s stesso, non scopr il trucco che aveva escogitato
quel vigliacco e lo trascin sotto le armi che voleva evitare?
E dopo averle tanto sfuggite, si prender le armi migliori?
mentre io, disonorato, rester senza i doni di mio cugino,
io che, s, mi sono esposto ai pericoli sin dall'inizio?
Oh, fosse stata vera o creduta vera quella follia
e mai sotto la rocca dei Frigi con noi fosse venuto
questo istigatore di misfatti! Tu, figlio di Peante,
non ti troveresti, con nostra infamia, abbandonato a Lemno,
tu che ora, a quanto raccontano, nascosto in antri silvestri
commuovi i sassi con i tuoi lamenti e imprechi contro Ulisse
come merita: e non imprechi invano, se esistono i numi. Invece,
ahim, quell'eroe, che ha prestato giuramento insieme a noi,
che  uno dei nostri capi, l'unico a poter usare l'arco
ereditato da Ercole, oggi, stroncato dal male e dall'inedia,
si nutre di uccelli, si copre delle loro piume, e nella caccia
spreca le frecce destinate all'eccidio di Troia.
Ma almeno lui  vivo, perch non ebbe Ulisse compagno.
Essere abbandonato, questo avrebbe preferito Palamede;
l'infelice vivrebbe ancora e non sarebbe morto con infamia.
Memore dell'onta subita col diniego della sua pazzia,
Ulisse l'accus di tradimento e riusc a far credere vera
l'accusa ai Greci, mostrando l'oro che aveva lui stesso nascosto.
Dunque, Ulisse ha sottratto forze ai Greci mandandole a morte
o esiliandole: cos combatte, cos ispira terrore Ulisse!
Vinca pure in eloquenza il leale Nstore:
niente mi convincer che non sia stato un delitto
l'averlo abbandonato. Lento per il cavallo ferito
e stanco per l'et senile, Nstore implorava Ulisse,
ma lui, suo compagno, lo trad. Non  accusa che m'invento;
ben lo sa il figlio di Tideo, che lo ingiuri chiamandolo per nome
pi e pi volte, rinfacciando al pavido amico d'essere fuggito.
Con occhi giusti gli dei osservano le vicende dei mortali,
ed ecco che chi non concesse aiuto, ne ha bisogno; chi abbandona,
dev'essere abbandonato:  la legge da Ulisse stesso sancita.
Chiama in aiuto i compagni: io accorro e lo vedo tremante,
pallido di paura, sconvolto al pensiero di dover morire.
Lo riparo con la mole del mio scudo, proteggendolo a terra,
e gli salvo (ben poco merito in questo) quell'anima vigliacca.
Se tu insisti a competere con me, torniamo in quello stesso luogo:
di fronte al nemico, con la tua ferita e la tua vilt di sempre,
clati dietro il mio scudo e al suo riparo misurati con me!
Ma appena lo salvai, quell'uomo che non poteva reggersi in piedi
per le ferite, fugg via senza che una ferita l'impacciasse.
Arriva Ettore, portando con s nella mischia i numi suoi,
e dove irrompe, non sei tu solo, Ulisse, a tremare,
ma anche i pi coraggiosi: tanto  il terrore che incute.
Ettore esultava per il successo della sua cruenta strage,
ed io da lontano lo stesi supino con un macigno immane;
e quando lui chiese un avversario con cui battersi, solo io
gli tenni fronte: voi, Achei, pregaste che indicasse me la sorte
e la vostra preghiera fu esaudita. Se chiedete l'esito
di quel duello, no, da Ettore non fui io sconfitto. Ed ecco
che i Troiani col ferro, il fuoco e l'arma di Giove si avventano
contro la flotta dei Dnai: dov' mai sparito il facondo Ulisse?
Io col mio petto protessi migliaia di navi, protessi
la speranza del vostro ritorno: assegnatemi per questo le armi!
E a dire il vero, se mi  lecito, pi alle armi si concederebbe
onore che a me: la gloria loro  unita alla mia
e sono le armi a reclamare Aiace, non Aiace le armi.
Porti a confronto lui l'eccidio di Reso, dell'imbelle Dolone,
il rapimento di leno, figlio di Priamo, o del Palladio:
niente fatto alla luce del sole, niente senza Diomede al fianco.
Dunque, se gli assegnate queste armi per meriti cos mediocri,
dividete il premio e la parte maggiore vada a Diomede.
Ma perch darle a Ulisse, a lui che agisce sempre di nascosto,
senz'armi in mano e inganna l'incauto nemico con la frode?
Proprio quest'elmo d'oro scintillante con i suoi riflessi
sveler le sue insidie mostrando dove si nasconde.
E la testa di lui, signore di Dulchio, infilato quest'elmo,
non riuscirebbe a sostenerne il peso, come la lancia del Pelio
potrebbe essere troppo massiccia, pesante per un braccio imbelle,
e lo scudo, scolpito con le immagini del vasto mondo,
male si adatterebbe a una sinistra vile e nata per l'inganno.
Perch, impudente, chiedi un dono che ti lascerebbe senza fiato?
Se un abbaglio del popolo greco te lo conceder,
il nemico penser solo a spogliarti, non a temerti,
e la tua fuga, l'unica azione in cui, codardo, noi tutti vinci,
sar lenta se dovrai trascinarti dietro tutto questo peso.
E aggiungi che il tuo attuale scudo, cos raramente esposto
ai rischi della guerra,  intatto, mentre il mio, a furia di parare
colpi, presenta mille squarci e ha bisogno che un altro gli succeda.
Ma a che giova discutere? Guardateci all'azione!
Si gettino le armi del grande eroe fra le schiere nemiche,
mandateci a riprenderle e assegnatele a chi le riporta!".

Il figlio di Telamone aveva finito: alle ultime parole
segu un brusio generale. Si alz allora l'eroe
figlio di Laerte. Stette un po'con gli occhi abbassati a terra,
poi li lev sui condottieri e rompendo il silenzio diede inizio
al suo atteso discorso: n mancava fascino alla sua facondia.
"Se avessero avuto efficacia i miei e i vostri voti, Achei,
non ci sarebbe dubbio sull'erede di armi cos prodigiose:
tu avresti ancora le tue armi e noi avremmo te, Achille.
Ma poich un destino iniquo ha privato tutti noi
di questo eroe," e cos dicendo, come se piangesse, fece il gesto
di asciugarsi gli occhi, "chi meglio di me pu succedere
ad Achille, di me che convinsi il grande Achille a seguire i Greci?
Non vorrei che ad Aiace giovasse l'apparire ottuso, com',
e a me nocesse l'ingegno, che a voi sempre ha giovato,
Achei. E anche questa mia facondia, se veramente esiste,
che ora interviene per me, come spesso intervenne per voi,
non mi attiri rancore. Non vi sia chi rinuncia alle proprie doti.
La stirpe, gli antenati e ci che ognuno non deve a s stesso,
esito a definirli pregi. Ma poich Aiace va dicendo
d'essere pronipote di Giove, anche il fondatore del mio sangue
 Giove e da lui io disto altrettanti gradi.
Mio padre infatti  Laerte, quello di Laerte  Arcesio e di Arcesio
Giove; ma nessuno di loro  mai stato condannato all'esilio.
Per parte di madre poi altra nobilt a me si aggiunge:
Mercurio. Un dio  all'origine di entrambi i miei genitori.
Ma non perch son pi nobile dal lato materno
o perch mio padre non si  macchiato del sangue di suo fratello,
pretendo le armi in palio. Valutate solo in base ai meriti,
purch non si ascriva a merito di Aiace il fatto che Telamone
e Peleo furono fratelli, e purch non valga in questa contesa
delle armi la discendenza, ma il peso del valore.
Se invece si cercano pi stretta parentela e l'erede vero,
bene, Achille ha un padre, Peleo, e pure un figlio, Pirro:
che c'entra Aiace? Si mandino le armi a Ftia o a Sciro.
E poi c' Teucro, che a rigore  cugino di Achille come Aiace:
forse pretende le armi? o se le pretendesse, le otterrebbe?
Poich dunque la contesa si restringe alle sole imprese,
ebbene io ne ho compiute pi di quante possa riferire
in un breve discorso: cercher tuttavia di andare per ordine.
Sapendo che suo figlio Achille doveva morire, la Nereide
Teti l'aveva travestito, e tutti, s, compreso Aiace,
si erano lasciati ingannare dagli abiti che indossava.
Per ridestare in lui gli istinti bellicosi allora, tra gli oggetti
femminili, io infilai le sue armi. L'eroe non si era strappato
le vesti di fanciulla ancora, che, mentre afferrava scudo e lancia,
io gli dissi: "Figlio di una dea, tu sei destinato a Pergamo,
perch cada. Che aspetti ad annientare il prestigio di Troia?".
E imponendomi a lui, spinsi quel prode a prodi imprese.
Perci mie sono le sue gesta: a domare in combattimento Tlefo
e a risparmiarlo, mentre vinto implorava, io sono stato.
Opera mia la caduta di Tebe; dovete ammetterlo: Lesbo,
Tnedo, Crise e Cilla, la citt di Apollo, e ancora Sciro,
le ho conquistate io; per merito del mio braccio, non lo scordate,
le mura di Lirnesso furono sconnesse e crollarono al suolo.
Per tacere d'altri, fui io a dirvi chi era in grado d'annientare
il crudele Ettore: per merito mio giace il famoso Ettore!
Io chiedo queste armi per quelle armi con le quali scoprii
Achille: gliele diedi ch'era vivo, ora che  morto le rivoglio.
Quando l'offesa fatta a un uomo solo coinvolse tutti i Greci
e mille navi riempirono Aulide nei pressi dell'Eubea,
a lungo si attese il vento: non ne spirava un soffio o, se spirava,
era contrario. Una crudele predizione impose ad Agamennone
d'immolare la sua innocente figliola alla spietata Diana.
Il genitore si rifiuta, s'adira contro gli stessi dei:
 un re, ma pur sempre un padre. Con l'arte della mia parola
io converto la sua tenerezza paterna al bene pubblico.
Oggi, s, posso confessarlo, e il figlio di Atreo mi perdoni:
vinsi una causa difficile davanti a un giudice maldisposto.
Ma poi, per il bene comune, per il fratello e per ci che spetta
al comando supremo, accetta di pagare la gloria col sangue.
E mi mandano dalla madre: questa non devo esortarla,
ma ingannarla con l'astuzia. Se per caso ci fosse andato Aiace,
le vele sarebbero ancora in attesa d'un vento favorevole.
Poi mi mandano, ambasciatore temerario, nella rocca d'Ilio
e l vidi entrandovi l'assemblea della possente Troia:
era ancora stipata di guerrieri. Imperterrito svolgo
la missione affidatami da tutta la Grecia coalizzata:
accuso Paride, reclamo in restituzione il tesoro ed Elena,
e riesco a scuotere Priamo e Antnore a lui molto vicino.
Ma Paride, i fratelli suoi e chi aveva partecipato al ratto
a stento (tu lo sai, Menelao!) trattennero l'empie loro mani:
quello fu il primo giorno che condividemmo un rischio insieme.
Troppo lungo sarebbe riferire tutto quanto feci
di utile con l'ingegno e il braccio nel corso di questa eterna guerra.
Dopo i primi scontri il nemico si arrocc per lungo tempo
dentro le mura e non vi fu pi modo di combattere
in campo aperto: solo al decimo anno  ripresa la battaglia.
E tu che hai fatto intanto, tu che altro non sai se non combattere?
servivi a qualcosa? Se invece vuoi sapere cosa ho fatto io:
bene, tesi insidie ai nemici, cinsi di difese le trincee,
esortai i compagni a sopportare con serenit la noia
del lungo assedio, li istruii sul modo di approvvigionarsi
di armi e viveri, fui mandato in missione dov'era necessario.
Ecco che su consiglio di Giove, Agamennone, ingannato
da un sogno, ordina di abbandonare la guerra intrapresa.
E pu giustificare il suo volere con l'autorit divina.
Ma Aiace dovrebbe opporsi, esigere che Troia venga distrutta
e combattere come sa fare. Perch non ferma i fuggitivi?
Perch non prende le armi e d l'esempio alla truppa disorientata?
Non era troppo pretendere questo da chi tanto si glorifica.
E invece non fugge anche lui? Ti vidi, e mi vergognai di vederti,
quando voltasti le spalle apprestandoti a salpare come un vile.
Senza esitare allora: "Che fate?" io dissi. "Quale pazzia vi spinge,
o compagni, a lasciare Troia ormai gi conquistata?
Che mai porterete in patria dopo dieci anni, se non disonore?".
Con questi ed altri argomenti (la rabbia mi rendeva pi eloquente)
riportai indietro i fuggiaschi dalla flotta gi pronta a salpare.
L'Atride raduna i compagni annichiliti dal terrore;
ma nemmeno allora il figlio di Telamone osa aprir bocca.
Eppure persino Tersite os parlare e insolentire i re,
anche se a quel protervo gliela feci pagare io, proprio io.
E mi levo a parlare incitando contro il nemico quei codardi
e con la mia parola gli restituisco il coraggio perduto.
Da quel momento qualsiasi prodezza Aiace pu sembrare
che abbia compiuto  opera mia, che lo trattenni mentre fuggiva.
Ma poi tra i Dnai chi ti elogia, chi ti cerca?
Diomede invece mi fa partecipe delle sue imprese,
mi apprezza e sempre confida nell'aiuto di Ulisse.
Vuol dire pur qualcosa essere scelto dal figlio di Tideo, unico
fra migliaia di Greci. Non me l'imponeva la sorte di andare,
eppure, disprezzando i pericoli della notte e dei nemici,
uccido Dolone, un frigio che stava tentando un'azione simile
alla nostra, non senza averlo prima costretto a svelare tutto
e venendo cos a sapere cosa tramava l'infida Troia.
Avendo appreso tutto, non avevo altro da scoprire
e potevo tornarmene indietro a cogliere gli onori promessi.
Invece non contento mi diressi alle tende di Reso
e trucidai lui e i suoi nel suo stesso accampamento.
E cos, vincitore e soddisfatto, con un cocchio
sottratto al nemico, rientro assaporando la gioia del trionfo.
Se ora mi negate le armi di Achille, i cui cavalli aveva chiesto
Dolone in premio per la sua sortita, pi equo di voi fu Aiace.
Perch ricordarvi le schiere del licio Sarpedonte distrutte
dalla mia spada? In un lago di sangue stesi a terra
Crano, figlio di fito, Alstore e Cromio,
Alcandro, Alio, Nomone e Prtani,
a morte mandai Toone, Chersidamante, Crope
ed nnomo, capitatomi davanti per sua disgrazia,
e altri ancora, meno famosi, caddero sotto le mura
della citt per mano mia. E di ferite si fregia il mio petto,
o cittadini. Non pretendo che vi fidiate sulla parola:
ecco, guardate!" e con la mano si scost la veste.
"Per la vostra causa, s, per voi, si  battuto questo petto!
Invece in tanti anni Aiace per i suoi non ha versato
una sola goccia di sangue e in corpo non reca ferita.
Che importa poi se, come dice, con le armi ha difeso
la flotta dei Greci contro i Troiani e contro Giove?
L'ha difesa, l'ammetto: non  mio costume sminuire a torto
i meriti altrui. Ma non spacci per suo, solo per suo, ci
che appartiene a tutti, e lasci anche a voi una parte di onore:
fu Patroclo, nelle vesti di Achille, a respingere con baldanza
i Troiani dalle navi, un rogo, se no, col loro difensore.
Aiace afferma inoltre che ebbe lui solo il coraggio di affrontare
le armi di Ettore, ma dimentica il re, gli altri condottieri e me:
nono per questo compito, se fu scelto lui, lo deve alla sorte.
Comunque, grandissimo guerriero, quale fu l'esito del vostro
duello? Ettore ne usc intatto, senza una ferita.
Ahim, con quanto dolore sono costretto a ricordare
il giorno in cui Achille, il baluardo di noi Greci,
 caduto! N lacrime, timore o strazio
m'hanno impedito di riportarne, sollevato da terra, il corpo.
Su queste spalle, s, su queste spalle ho portato il corpo di Achille
con le sue armi: armi che mi batto per poter portare ancora.
Ho la forza che serve a sostenerne il peso
e ho l'animo giusto per apprezzare l'onore che mi fareste.
Per questo forse la cerulea Teti carezz tante ambizioni
per suo figlio, perch queste armi, dono degli dei,
opera d'arte cos preziosa, le indossasse un soldato rozzo
e senza ingegno? Non sarebbe in grado di distinguere i rilievi
dello scudo: l'oceano, la terraferma e il cielo con le sue stelle,
le Pleiadi, le adi e l'Orsa che mai s'immerge nel mare,
le diverse citt e la spada fulgente di Orone.
Insiste per ottenere armi di cui non comprende il valore.
E m'accusa d'essermi aggregato tardi all'impresa in corso,
cercando di evitare i pesanti doveri della guerra,
senza accorgersi che cos sparla del magnanino Achille?
Se chiami colpa l'aver simulato, abbiamo simulato entrambi;
se un crimine  il ritardo, io qui venni prima di Achille.
L'affetto di mia moglie trattenne me, quello di sua madre Achille:
a loro dedicammo i primi tempi della guerra, a voi il resto.
Non temo, anche se non potessi respingerla, un'accusa in comune
con un uomo cos grande: in ogni caso Achille fu rintracciato
dall'acume di Ulisse, ma non Ulisse dall'acume di Aiace!
Non dobbiamo per stupirci se con parole insensate
lui mi copre d'insolenze: anche a voi rinfaccia cose vergognose.
Se ho commesso un'infamia accusando con falsit
Palamede, voi che lo condannaste ne traete onore?
Ma in verit il figlio di Nuplio non fu in grado di scolparsi,
tanto palese era il misfatto, e voi non giudicaste il crimine
per sentito dire: l'accertaste, il denaro provava l'accusa.
E se il figlio di Peante si trova a Lemno, che  cara a Vulcano,
io non ne ho colpa. Scagionatevi voi,  opera vostra:
voi deste il consenso. Non negher, no, d'averlo convinto
a sottrarsi alle fatiche della guerra e del viaggio,
per tentare di lenire col riposo i suoi atroci dolori.
Mi ubbid e si  salvato. Il mio consiglio non fu soltanto leale,
ma felice, quando la lealt gi sarebbe bastata.
Se ora gli indovini chiedono che torni per distruggere Pergamo,
non affidate l'incarico a me. Meglio mandare Aiace:
col suo eloquio sapr certo ammansire quell'uomo folle d'ira
e malanni, o, astuto com', lo porter qui con qualche espediente.
Ma il Simoenta scorrer a ritroso, l'Ida si erger
senza foreste e l'Acaia prometter soccorso a Troia,
prima che lo stolido Aiace, se col mio ingegno smetto
d'aiutarvi, sia di qualche utilit ai Greci con la sua sagacia.
Detesta pure i tuoi compagni, il re e me stesso,
spietato Filottete, maledicimi, maledicimi e impreca
sul mio capo senza fine, desidera nella tua sofferenza
ch'io ti sia consegnato per saziarti del mio sangue,
e che tu m'abbia in potere, come io ebbi in potere te:
ma io ti ritrover, cercher di riportarti con me
e m'impadronir, se la fortuna mi assiste, delle tue frecce,
come m'impadronii, catturandolo, dell'indovino dei Drdani,
come scoprii i responsi degli dei e il destino di Troia,
come rapii dal santuario la statua della frigia Minerva
in mezzo ai nemici. E Aiace vuole paragonarsi a me?
Il fato non permetteva di prendere Troia senza il Palladio.
Ebbene, dov' il forte Aiace? Dove le tracotanti parole
del gran guerriero? Cosa teme? Perch invece Ulisse
osa passare tra le sentinelle, avventurarsi nella notte
e fra spade feroci penetrare non solo dentro le mura
di Troia, ma persino in cima alla rocca e strappare
la dea al suo tempio per portarla fra noi attraverso i nemici?
Se non avessi fatto questo, invano il rampollo di Telamone
avrebbe imbracciato uno scudo di sette pelli taurine.
Quella notte da me fu determinata la sconfitta di Troia,
e l'ho vinta mettendola in condizione d'essere vinta.
Smettila di indicare a tutti con occhiate e mormorii
il mio Diomede: una parte di merito  certo anche sua.
Ma neppure tu eri solo quando brandivi lo scudo
per difendere la flotta: avevi con te una folla, io solo un uomo.
Se non si rendesse conto che un guerriero  inferiore a chi ragiona
e che qui non si tratta di premiare la forza bruta del braccio,
chiederebbe le armi anche Diomede, e l'altro Aiace pi assennato,
il fiero Eurpilo, il figlio dell'incomparabile Andrmone,
e cos pure Idomeneo, il conterraneo Merone,
le chiederebbe Menelao, fratello del pi grande Atride:
anche loro sono forti di braccio e non secondi a te sul campo,
ma si sono arresi alla mia saggezza. Tu hai una destra utile
in battaglia, ma la tua mente ha bisogno della mia guida;
tu possiedi la forza bruta, io penso all'avvenire;
tu sai combattere, s, ma Agamennone consulta me per scegliere
il tempo di combattere; tu servi solo col tuo corpo,
io con la mente, e come chi comanda la nave precede il ruolo
del rematore, come il generale  pi importante dei soldati,
cos io supero te: nella mia persona migliore  la mente
della mano, anzi tutta la mia forza  nella mente.
Premiate dunque, condottieri, chi vigila su di voi,
e per l'opera che con sollecitudine ho svolto in tanti anni,
concedetemi questo onore come compenso per i miei meriti.
Al termine  ormai la fatica: io ho rimosso i divieti del destino
e, dandovi modo di prendere la rocca di Troia, l'ho presa.
Ora in nome delle speranze comuni, dell'imminente crollo
di Troia, degli dei che poco fa ho sottratto al nemico,
di quel poco che ancora si pu fare agendo con l'ingegno,
se ancora si deve escogitare un intervento audace e rischioso,
se ritenete che a Troia rimanga ancora un po'di vita,
vi prego, ricordatevi di me! E se non date le armi a me,
datele a lei!". E indic la fatidica statua di Pallade.

Scosso ne fu il consiglio degli eletti e chiaro quanto possa
nei fatti la parola: le armi del grande eroe le ebbe il pi facondo.
Ma chi tante volte da solo aveva retto ad Ettore,
al ferro, al fuoco e a Giove, a un'unica cosa non resse: l'ira.
L'angoscia vinse quell'invitto eroe. Sguainata la spada:
"Questa almeno  mia" disse. "O Ulisse pretende anche questa?
Contro me stesso devo usarla: lei che grond tante volte
del sangue dei Frigi, ora del sangue del suo padrone gronder,
perch nessuno possa battere Aiace se non Aiace!".
Cos disse e nel petto, che solo allora sub ferita,
l dove cedette al ferro, s'immerse la spada mortale.
Le mani non riuscirono a riestrarre l'arma, tanto era confitta:
fu lo stesso sangue ad espellerla; e la terra arrossata dal sangue
gener da un germoglio appena spuntato un fiore purpureo,
quel fiore che era gi nato dalla ferita di Giacinto.
Sui petali si leggono lettere che accomunano il fanciullo
al guerriero: per l'uno il nome, per l'altro il lamento.

Vittorioso, Ulisse fece vela verso Lemno, patria di Ipspile
e dell'illustre Toante, terra infamata dall'antica strage
dei suoi uomini, per riavere le frecce dell'eroe di Tirinto.
Quando le riport tra i Greci, insieme al loro proprietario,
si pot dare l'ultimo colpo a quell'interminabile guerra.
Cadde Troia e Priamo con lei; sua moglie, sventurata,
dopo aver perso tutto, perse anche l'aspetto umano,
atterrendo con inauditi latrati un cielo straniero,
l dove la distesa dell'Ellesponto si chiude negli stretti.
Ilio bruciava, ancora in preda alla violenza delle fiamme,
e l'altare di Giove si era imbevuto del poco sangue
del vecchio Priamo; tirata per i capelli, la sacerdotessa
di Febo tendeva al cielo inutilmente le mani.
I Greci vincitori trascinano via, come bottino odioso,
le donne troiane che, asserragliate nei templi incendiati,
sino all'ultimo istante abbracciano le statue degli dei.
Astianatte viene gettato gi da quella torre, dalla quale
tante volte, mostratogli dalla madre, aveva guardato il padre
che combatteva per lui e per difendere il regno avito.
E ormai Borea invita a partire, schioccano le vele gonfie
di brezza in favore; i marinai esortano a sfruttare quel vento.
"Addio, Troia!" gridano le Troiane, "ci portano via!"
e baciando la terra, lasciano la patria, le case fumanti.
Rintracciata fra i sepolcri dei suoi figli (spettacolo
straziante), per ultima sale sulla nave Ecuba;
aggrappata alle tombe, dava baci alle ossa: Ulisse a forza
la trascin via. Ma di un figlio almeno, del suo Ettore, riusc
a prendere le ceneri e le port con s stringendole al seno:
sulla tomba lasci qualche ciocca bianca strappata dal capo,
patetica offerta funebre: qualche ciocca di capelli e lacrime.
Di fronte alla Frigia, l dov'era Troia, c' una terra abitata
dal popolo dei Bstoni. Vi sorgeva la magnifica reggia
di Polimstore, al quale tuo padre Priamo t'aveva affidato
di nascosto, Polidoro, per sottrarti alla guerra in corso in Frigia.
Saggia idea, se non gli avesse affidato anche un grande tesoro,
un'esca per la sua avidit, il premio di un delitto.
Quando precipit la fortuna dei Frigi, l'empio re dei Traci
prese una spada e l'immerse nella gola del suo pupillo,
e come se occultando il corpo si potesse cancellare il crimine,
dall'alto di una rupe gett il cadavere in fondo al mare.

La flotta di Agamennone attracc sulla costa dei Traci,
in attesa che il mare si placasse e pi propizio fosse il vento.
E qui all'improvviso, imponente come quando era in vita,
da un largo squarcio del suolo usc Achille, con l'aria minacciosa
e lo sguardo feroce del giorno in cui aveva aggredito
senza ragione alcuna Agamennone con la spada:
"Immemori di me," disse, "Achei, ve ne andate?
Sepolta  con me la gratitudine per il mio valore?
Non fatelo! E perch il mio sepolcro non resti senza onori,
placate l'ombra di Achille immolando Polissena!".
Per ubbidire alle parole di quell'ombra crudele, i compagni
strapparono dal seno della madre il solo suo conforto ormai,
e quella vergine infelice, impavida pi d'ogni femmina,
fu spinta davanti al tumulo in olocausto al barbaro defunto.
Cosciente del suo rango, quando a quell'infame altare
fu accostata e cap che per lei era allestito l'orrendo rito,
quando vide accando a s Neoptlemo che, impugnando
l'arma del sacrificio, la guardava fisso in volto:
"Prenditi pure il mio nobile sangue" disse.
"Io sono pronta: affondami il ferro in gola o nel petto!"
e con un unico gesto si scopr gola e petto.
"Credete forse che Polissena accetti d'essere schiava?
o forse di placare qualche nume con un tale sacrificio?
Vorrei solo che la mia morte a mia madre si potesse celare:
 mia madre che mi angoscia e attenua la gioia di morire,
bench la vita sua dovrebbe farla piangere, non la mia morte!
Voi per piet, perch io scenda libera tra le ombre dello Stige,
state lontani, se giusto  ci che chiedo, non toccate una vergine
con le vostre mani virili. Pi gradito sar il sangue
di una fanciulla libera a colui che vi accingete, chiunque sia,
a placare uccidendomi. Se poi le ultime mie parole
hanno commosso qualcuno (vi prega la figlia di un re, di Priamo,
non una schiava), rendete il mio corpo senza riscatto alla madre,
perch col pianto, non con l'oro, ottenga il diritto straziante
di darmi sepoltura. Prima l'avrebbe ottenuto anche con l'oro".
La gente a queste parole non trattenne le lacrime,
che lei tratteneva, e persino il sacerdote, mentre con la spada
le squarciava il petto proteso, senza volerlo piangeva.
Lei, stramazzando al suolo con le ginocchia piegate,
serb un atteggiamento intrepido sino all'ultimo istante;
ed anzi, mentre cadeva, ebbe cura di velarsi quelle parti
che vanno nascoste, per salvare decoro al suo casto pudore.
Raccogliendo la salma, le Troiane ricordano tutti i figli
di Priamo che hanno pianto, il sangue donato da quella stirpe.
E piangono la tua sorte, vergine, e la tua, Ecuba, regina,
madre di re un tempo, simbolo della potenza asiatica,
e ora sgradita anche come preda, tanto che Ulisse, che t'ha avuto
in sorte, non ti vorrebbe, se non avessi partorito Ettore.
Ed Ettore stesso solo a stento trov un padrone per sua madre!
Abbracciando quel corpo intrepido privo di vita, Ecuba,
le lacrime che aveva tante volte versato per figli, patria
e marito, le versa anche per lei; ne colma la ferita,
copre di baci la bocca, si batte il petto ormai rotto a quei colpi
e sfiorando con i suoi bianchi capelli il sangue rappreso,
fra innumerevoli lamenti, col cuore straziato, cos dice:
"Figliola mia, ultimo dolore di tua madre (che altro mi resta?),
figliola, tu sei morta e io vedo la tua piaga, la piaga mia.
Ecco, perch nessuno dei miei io possa perdere senza sangue,
anche tu sei piagata. Eppure, come donna, ti credevo
al sicuro dalle spade: anche tu, donna, s, sei morta di spada.
Lui, che ha ucciso tanti tuoi fratelli, lui ha ucciso anche te,
lui, rovina di Troia, distruttore della mia famiglia, Achille.
Quando cadde sotto le frecce di Paride e Febo,
ora almeno lui, mi dissi, Achille, non dovr pi temerlo.
E invece dovevo temerlo ancora! Persino sepolto, in cenere,
infuria contro questa famiglia; anche morto l'abbiamo nemico.
Feconda per Achille sono stata! Distrutta  la grande Troia,
e la strage di un popolo  finita con un'immane catastrofe,
ma almeno  finita. Solo per me Pergamo esiste ancora:
le mie pene proseguono ancora. Io ch'ero al culmine del prestigio,
fiera di tanti figli, generi, nuore e marito,
qui son tratta in esilio, indigente, strappata alle tombe dei miei,
offerta a Penelope, che mi far filare la lana
e, mostrandomi alle donne di Itaca, dir: "Questa
 la famosa madre di Ettore, la consorte di Priamo!".
Dopo tanti cari perduti, tu, che eri la sola ad alleviare
i miei strazi di madre, all'ombra di un nemico sei stata immolata.
Offerte funebri per il nemico ho partorito. A che resisto?
Cosa attendo impietrita? Cosa ancora mi serbi, annosa vecchiaia?
Perch, numi crudeli, tenete cos a lungo in vita una vecchia,
se non per farmi vedere altri lutti? Chi mai avrebbe supposto
che, distrutta Pergamo, Priamo si potesse dire fortunato?
Fortunato perch  morto; e uccisa non pu vederti, figlia mia:
ha perso la vita e il regno nello stesso momento!
Ma, penso, tu avrai onoranze funebri regali, principessa,
il tuo corpo sar inumato nella tomba di famiglia;
no, non abbiamo questa fortuna! Le sole onoranze che avrai
saranno il pianto di tua madre e un pugno di terra straniera.
Tutto ho perduto, e perch accetti di vivere ancora un po',
un figlio carissimo solo mi rimane, un figlio
unico, il pi piccolo dei miei figli maschi,
Polidoro, affidato in queste terre a un re di Tracia.
Ma intanto, che aspetto a lavare questa crudele ferita
con acqua pura, questo volto orrendamente cosparso di sangue?".
E si diresse col suo passo di vecchia verso la spiaggia,
strappandosi gli argentei capelli. "Datemi un'anfora, Troiane",
aveva chiesto l'infelice per attingere acqua limpida:
ed ecco che qui scorge, gettato sulla riva, il cadavere
di Polidoro, con le orrende ferite infertegli dal re trace.
Le Troiane lanciano un urlo. Lei ammutolisce dal dolore,
il dolore le soffoca parole e lacrime che affiorano
dal profondo del cuore; irrigidita come un blocco
di marmo, un attimo fissa con gli occhi la terra ai suoi piedi,
l'attimo dopo leva uno sguardo furente verso il cielo,
ora osserva il viso, ora le ferite del figlio disteso,
soprattutto le ferite, e intanto si gonfia e si arma d'ira.
Poi, quando ne arde tutta, come se ancora fosse regina,
decide di vendicarsi e altro non pensa che alla vendetta.
Come infuria la leonessa privata del cucciolo che allatta
e, trovate le orme, insegue il nemico, anche senza vederlo,
cos Ecuba, unendo in s dolore e rabbia,
non dimenticando il suo spirito, ma dimenticando i suoi anni,
si reca da Polimstore, autore dell'efferato delitto,
e gli chiede un colloquio: dice che vuole mostrargli
un tesoro rimasto nascosto, perch lui lo consegni al figlio.
Il re trace abbocca e, incalzato dalla sua ben nota avidit,
si apparta con lei; qui con tono falsamente blando:
"Non esitare, Ecuba" le dice. "Dammi il dono per tuo figlio.
Ti giuro sugli dei che tutto quello che mi dai, come gi quello
che mi desti, tuo figlio l'avr". Lei lo guarda torva mentre parla
e giura il falso; tutta accesa e gonfia d'ira,
di colpo l'afferra, chiama a s le altre prigioniere
(sono schiere) e in quegli occhi infidi gli affonda le dita,
dalle orbite gli cava i bulbi (l'ira la rende indomabile),
vi immerge le mani e, imbrattata del sangue del criminale,
devasta, non gli occhi, che pi non ci sono, ma la cavit loro.
Il popolo, sdegnato dello scempio fatto al proprio re,
incominci ad assalire la donna lanciando armi e pietre;
ma lei correva con un ringhio sordo dietro ai sassi,
cercando a morsi di afferrarli; aveva la bocca pronta a parlare,
ma quando tent di farlo abbai. Il luogo che ricorda il fatto
esiste ancora. Per lungo tempo, memore delle sue sventure,
lei ulul disperata per le campagne della Tracia.
La sua sorte commosse non solo i Troiani, ma persino i Greci,
i nemici, e tutti quanti gli dei; commosse tutti,
tanto che la stessa moglie e sorella di Giove, Giunone,
riconobbe che Ecuba non meritava una fine simile.

Pur avendo protetto le armi di Troia, Aurora non pianse
pi di tanto la fine sventurata di Ecuba e della citt.
Un pi intimo affanno, un lutto di famiglia angosciava la dea:
la perdita di Mmnone, che la dorata madre aveva visto
cadere sui campi di Frigia sotto la lancia di Achille;
l'aveva visto, e il rosso colore, che incendia le ore del mattino,
era impallidito; le nubi avevano oscurato il cielo.
Quando poi la salma fu deposta sul rogo,
la madre non resse a quella vista e, cos com'era,
con i capelli sciolti, non ebbe ritegno di gettarsi ai piedi
del grande Giove e di unire alle lacrime queste parole:
"Inferiore a tutte le dee che vivono nell'etere dorato
(pochissimi in tutto il mondo sono i templi a me consacrati),
ma come dea vengo, non perch tu mi conceda sacrari, giorni
di sacrifici o altari che si accendano di fuochi
(eppure, se tu considerassi quali servigi, bench femmina,
ti rendo, quando all'alba limito i confini della notte,
mi riconosceresti un premio); ma non pensa a questo Aurora,
n ora  nello spirito di pretendere gli onori che le spettano.
Perch ho perso il mio Mmnone, che per essersi con valore
battuto in favore di suo zio Priamo,  morto nel fiore degli anni,
ucciso (voi l'avete voluto) dal forte Achille, qui, qui, vengo.
A lui, ti prego, concedi qualche onore a conforto della morte,
o supremo signore degli dei, e allevia il mio strazio di madre!".

Giove accondiscese, e nello stesso istante l'alto rogo di Mmnone
croll distrutto dalle fiamme e nere volute di fumo
oscurarono il giorno, come quando salgono dai fiumi
e s'addensano nebbie, che neppure il sole riesce a penetrare.
Ceneri grige si sollevano e si condensano unendosi
in un sol corpo, assumono l'aspetto di una figura, traendo
dal fuoco calore e vita. La sua leggerezza la rende alata:
all'inizio  solo un fantasma di uccello, poi un uccello vero
manda uno strepito di penne, infine di innumerevoli uccelli,
nati tutti insieme nello stesso modo,  un frastuono.
Tre volte volano intorno al rogo, tre volte nell'aria all'unisono
echeggia uno strido; alla quarta in volo si dividono in due stormi.
Allora, su fronti opposti, due popoli feroci
si muovono guerra, sfogano col becco e gli artigli adunchi
la loro furia, si fiaccano ali e petti negli scontri,
e cadono offrendosi in olocausto alle ceneri del defunto
da cui sono sorti, memori d'esser nati da un grande guerriero.
Gli uccelli, apparsi all'improvviso, hanno nome dal capostipite:
da lui son detti Memnnidi, e ogni volta che il sole ha ripercorso
lo Zodiaco, riprendono il funebre combattimento e a morire.
Cos, se ad altri parve penoso il latrare di Ecuba,
Aurora si chiuse nel suo lutto, e ancor oggi versa lacrime
per il suo figliolo, spargendo rugiada su tutto il mondo.

Non permette tuttavia il destino che con le mura di Troia
crollino le sue speranze. Il figlio di Venere si pone in spalla
gli oggetti sacri e, pi sacro ancora, il padre, venerabile peso.
Fra tante ricchezze solo queste sceglie quell'uomo pio,
e il suo Ascanio; poi salpa da Antandro fuggendo sul mare
con la sua flotta; oltrepassa le rive scellerate della Tracia,
terra che trasuda il sangue di Polidoro,
e col favore del vento e delle correnti, approda,
insieme ai suoi compagni, a Delo, l'isola di Apollo.
Qui l'accoglie nel tempio e nella reggia Anio, provvido sovrano
del suo popolo, ossequente sacerdote di Febo,
e gli mostra la citt, i famosi luoghi di culto e le due piante
alle quali si era aggrappata un tempo Latona durante il parto.
Gettato incenso sul fuoco, versato vino sull'incenso
e arse, secondo il rito, viscere di giovenche offerte agli dei,
rientrano nel palazzo reale e, distesi su folti tappeti,
mangiano i doni di Cerere e bevono il succo di Bacco.
Allora il pio Anchise: "O eletto ministro di Febo,
m'inganno o, quando vidi per la prima volta queste mura,
tu non avevi, se ben ricordo, un figliolo e quattro figlie?".

E Anio, scotendo il capo avvolto da bende color di neve,
con aria triste risponde: "Non t'inganni, o grandissimo
eroe, allora mi vedesti padre di cinque figlioli,
ora (tanta  l'instabilit degli eventi che travaglia l'uomo)
me ne vedi quasi privo. Di quale aiuto pu essermi infatti
il figlio, che vive lontano in terra d'Andro, un'isola
che da lui ha preso il nome, e l regna in luogo di suo padre?
A lui il dio di Delo ha dato facolt divinatorie;
alle femmine Bacco fece un altro dono, pi grande dei voti,
incredibile: ogni cosa da loro toccata si trasformava
infatti in grano, in vino puro o nelle olive di Minerva,
una facolt preziosissima per loro.
Come venne a saperlo, il figlio di Atreo, il distruttore di Troia
(non credere che in qualche modo non si sia sentita anche da noi
la vostra bufera), con la forza delle armi le strapp
di prepotenza dal petto paterno e ingiunse loro
di sostentare con quel dono celeste la flotta di Argo.
Ciascuna fugg dove pot: due si rifugiarono
in Eubea, le altre due ad Andro, dal fratello.
Giunge il nemico e minaccia guerra se non le avesse consegnate.
Sull'affetto prevalse la paura: alla vendetta abbandon
le sorelle, ma bisogna scusare la sua debolezza.
A difendere Andro non c'era Enea, e non c'era Ettore,
grazie al quale avete potuto resistere per quasi dieci anni.
Le prigioniere stavano ormai per essere incatenate,
quando loro, alzando le braccia ancora libere
al cielo, esclamarono: "Aiutaci tu, padre Bacco!" e il dio,
che a loro aveva fatto quel dono, le aiut, se annientare un essere
con un prodigio si pu dire aiuto. In che modo perdessero
il loro aspetto, non lo compresi allora n potrei dirlo ora.
Solo si sa come si chiuse il dramma: si coprirono di penne,
mutandosi in candide colombe, gli uccelli cari alla tua sposa".

Dopo il banchetto allietato da simili e altri racconti,
levate le mense, si concessero al sonno.
All'alba si alzano e vanno a consultare l'oracolo di Febo,
che li invita a ritrovare l'antica madre, i lidi delle origini.
Il re li accompagna e offre doni ai partenti:
ad Anchise uno scettro, al nipote una faretra e un mantello,
a Enea un vaso che Terse, un amico nato sulle rive
dell'Ismeno, gli aveva inviato dalle contrade dell'Aonia.
Glielo aveva mandato Terse, ma l'artefice era Alcone d'Ile,
che vi aveva cesellato intorno una lunga storia.
Vi appariva una citt, in cui si distinguevano sette porte:
queste ne indicavano il nome, rivelando quale citt fosse.
Davanti alla citt, riti funebri, tombe, fuochi e roghi,
donne col petto scoperto e i capelli sciolti esprimono
cordoglio. Anche le ninfe sembra che piangano e gemano
sulle fonti disseccate; spogli, senza una foglia,
si ergono gli alberi; caprette brucano brulle pietraie.
Dentro le mura di Tebe l'artista ritrae le figlie di Orone:
l'una eroicamente offre il collo scoperto alle ferite,
l'altra, con l'arma infitta nella gola, non oppone resistenza;
muoiono per salvare il loro popolo e con magnifiche esequie
son portate per la citt e cremate in un luogo pieno di folla.
Poi dalla brace delle vergini, perch la stirpe non si estingua,
balzano fuori due giovani, detti dalla leggenda 'Corone',
che guidano un corteo in onore delle ceneri da cui son nati.
Sin qui l'antico bronzo scintillava di figure;
l'orlo del vaso era cesellato con foglie d'acanto dorate.
I Troiani ricambiano con doni pari a quelli ricevuti:
al sacerdote donano un turbolo per mettervi l'incenso
e ancora un calice e una corona sfavillante d'oro e di gemme.
Poi, rammentando che i Teucri discendono da Teucro,
si dirigono a Creta e vi sbarcano, ma, non sopportandone
a lungo il clima, abbandonano l'isola dalle cento citt,
e si augurano di toccare un porto dell'Ausonia.
Travolti dalla bufera, si rifugiano nelle rade infide
delle Strfadi, dove l'alata Aello li riempie di sgomento.
Ormai avevano oltrepassato anche i porti di Dulchio,
Itaca, Same e Nrito con le sue case, regno
dell'astuto Ulisse: vedono Ambracia, oggetto di contesa
fra gli dei, con la rupe che serba le fattezze dell'arbitro
loro, Ambracia rimasta famosa per il tempio di Apollo ad Azio,
e vedono la terra di Dodona con la sua quercia parlante,
e il golfo di Caonia, dove i figli del re dei Molossi
sfuggirono a un empio incendio mettendo le ali.

Vanno poi nel vicino paese dei Feaci, tutto campagne
colme di splendidi frutteti. Sbarcano quindi in Epiro,
a Butroto, copia di Troia, dove regna un indovino frigio.
Da l, conoscendo ormai il loro futuro (leno,
figlio di Priamo, aveva a loro predetto puntualmente ogni cosa),
approdano in Sicilia. L'isola protende nel mare tre punte:
una, Pachino,  rivolta verso gli Austri che portano le piogge;
Lilibeo  esposta al tepore dello Zefiro, mentre Peloro
guarda verso le Orse che mai s'immergono nel mare e verso Borea.
Qui si dirigono i Teucri e, sul far della notte, a forza di remi
e col mare a favore, la flotta attracca sulle spiagge di Zancle.
La sponda destra  infestata da Scilla, la manca dall'irrequieta
Cariddi: questa inghiotte e rivomita le navi travolte,
quell'altra ha un ventre nero circondato di cani feroci,
ma viso di fanciulla e, se non sono tutte invenzioni le cose
che ci tramandano i poeti, un giorno fu davvero una fanciulla.
Molti la chiesero in moglie, ma non c'era chi lei non respingesse
e, carissima alle ninfe del mare, andava da loro a narrare
come eludesse le profferte dei giovani innamorati.
Un giorno Galatea, mentre le offriva la chioma da pettinare,
sospirando dal profondo del cuore, le fece questo discorso:
"Tu almeno, fanciulla, sei desiderata da uomini civili
e puoi negarti a loro, come fai, senza timore.
Ma io, che pure sono figlia di Nreo, partorita
dalla cerulea Dride, che ho alle spalle uno stuolo di sorelle,
solo a prezzo di grandi sofferenze ho potuto sottrarmi
alla passione del Ciclope". E il pianto le imped di continuare.
La fanciulla glielo deterse con le dita bianche come il marmo
e, dopo averla consolata: "Racconta, carissima," le disse
"e non celarmi (di me puoi fidarti) la causa del tuo dolore".
Allora la Nereide cos rispose alla figlia di Cratide:

"Aci era figlio di Fauno e di una ninfa nata in riva al Simeto:
delizia grande di suo padre e di sua madre,
ma ancor pi grande per me; l'unico che a s mi abbia legata.
Bello, aveva appena compiuto sedici anni
e un'ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance.
Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me.
Se tu mi chiedessi cosa prevaleva in me, l'odio
per il Ciclope o l'amore per Aci, non saprei rispondere:
non c'era differenza. Oh, quanto  il potere del tuo dominio,
divina Venere! Quell'essere crudele, ripugnante
persino alle selve, che solo a rischio della propria vita
pu un estraneo avvicinare, che spregia l'Olimpo e i suoi numi,
ecco che prova cosa sia l'amore e, preso da violenta smania,
brucia, dimenticandosi delle sue greggi e delle sue caverne.
E ti preoccupi del tuo aspetto, di piacere,
Polifemo, di pettinarti i ruvidi capelli;
pensi che sia giusto tagliarti l'ispida barba con un falcetto
e specchiare nell'acqua il viso per studiare un'aria meno truce.
Il gusto della strage, la ferocia e la sete immensa di sangue
svaniscono; le navi vanno e vengono sicure.
Un giorno Tlemo, sospinto fin sotto l'Etna in Sicilia,
Tlemo, figlio di urimo, che mai fall un presagio,
va dal terribile Polifemo e gli dice: "Quest'unico occhio
che porti in mezzo alla fronte, te lo caver Ulisse".
Lui ride. "O stupidissimo indovino, ti sbagli" risponde, "un'altra
creatura mi ha gi accecato". Cos disprezza chi invano lo avverte
svelandogli la verit, e a passi enormi camminando
preme la spiaggia o torna, quando  stanco, nel suo antro buio.
C' un colle che si protende nel mare come un cuneo aguzzo;
su entrambi i suoi lunghi lati s'infrangono le onde marine.
Il feroce Ciclope vi sale e s'adagia sulla cima;
pur lasciato a s stesso, lo segue un gregge di pecore.
Quando ai propri piedi ebbe posato il pino che gli serviva
da bastone, un pino che avrebbe ben potuto reggere pennoni,
prese una zampogna composta da un centinaio di canne,
e tutti i monti allora risonarono di note pastorali,
ne rison persino il mare. Io nascosta dietro una rupe,
rannicchiata sul seno del mio Aci, colsi di lontano
il suo canto, di cui ricordo ancora le parole:
"O Galatea, pi candida di un candido petalo di ligustro,
pi in fiore di un prato, pi slanciata di un ontano svettante,
pi splendente del cristallo, pi gaia di un capretto appena nato,
pi liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare,
pi gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate,
pi amabile dei frutti, pi attraente di un platano eccelso,
pi luminosa del ghiaccio, pi dolce dell'uva matura,
pi morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato,
e, se tu non fuggissi, pi bella di un orto irriguo;
ma ancora, Galatea, pi impetuosa di un giovenco selvaggio,
pi dura di una vecchia quercia, pi infida dell'onda,
pi sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba,
pi insensibile di questi scogli, pi violenta di un fiume,
pi superba del pavone che si gonfia, pi furiosa del fuoco,
pi aspra delle spine, pi ringhiosa dell'orsa che allatta,
pi sorda dei marosi, pi spietata di un serpente calpestato,
e, cosa che pi d'ogni altra vorrei poterti togliere,
pi veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato
dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso!
Ma, se mi conoscessi meglio, ti pentiresti d'esser fuggita
e, cercando di trattenermi, condanneresti il tempo perduto.
Posseggo una grotta, in una parte del monte, con la volta
di roccia viva, dove non si soffre il sole in piena estate
o il gelo d'inverno. Ho alberi carichi di frutta
e, sui lunghi tralci del vigneto, un'uva che sembra d'oro,
e un'altra color porpora: per te le serbo entrambe.
Con le tue mani potrai cogliere succose fragole,
nate all'ombra dei boschi, corniole in autunno e prugne,
non solo quelle violacee dal succo scuro,
ma quelle pregiate che sembrano di cera fresca.
Se mi sposerai, non ti mancheranno le castagne,
i frutti del corbezzolo: ogni pianta sar al tuo servizio.
Tutto questo bestiame  mio; molto altro vaga per le valli,
molto si nasconde nel bosco e molto ancora  chiuso nelle grotte.
Se tu me lo chiedessi, non saprei dirtene il numero.
Solo i poveri contano le bestie. Sulla loro qualit
non pretendo che tu mi creda: vieni sul posto e vedrai da te
come a stento stringano tra le zampe poppe cos gonfie.
E aggiungi i piccoli appena nati, agnelli in tiepidi ovili,
capretti della stessa et in altri ovili.
Da me non manca mai il niveo latte: parte  destinato
al bere, parte si fa rapprendere sciogliendovi il caglio.
E i regali che riceverai non saranno i soliti
fatui trastulli, come cerbiatti, lepri o capretti,
una coppia di colombi o un nido tolto dalla cima di un albero.
In vetta alla montagna, perch possano con te giocare,
ho scovato due cuccioli d'orsa villosa,
cos simili fra loro, che a stento sarai in grado di distinguerli;
li ho scovati e ho pensato: 'Questi li terr per la mia donna'.
Avanti, solleva il tuo bel capo dal mare azzurro,
avanti, vieni, Galatea, e non spregiare i miei regali.
Io mi conosco, sai, poco fa in uno specchio d'acqua mi son visto
riflesso e ci che ho visto del mio aspetto mi ha soddisfatto.
Osserva quanto son grande: neppure Giove in cielo ha un corpo
grande come il mio (voi parlate sempre che l regna
un non so quale Giove). Una chioma foltissima mi spiove
sul volto truce e mi vela d'ombra le spalle, come un bosco.
E non credere brutto che il mio corpo irto sia tutto di fittissime
e dure setole; brutto  l'albero senza fronde, brutto
il cavallo senza criniera che gli ammanti il biondo collo;
piume ricoprono gli uccelli, belt delle pecore  la lana:
agli uomini si addicono la barba e il pelo ispido sul corpo.
Ho un occhio solo in mezzo alla fronte, ma a un grande scudo
lui assomiglia. E poi? Dall'alto del cielo il Sole non vede
tutto l'universo? Eppure anche lui ha un occhio solo.
Aggiungi che mio padre  il re del vostro mare:
io te l'offro come suocero. Abbi solo un po'di piet e ascolta,
ti supplico, le mie preghiere: a te sola mi sono prosternato.
Io che disprezzo Giove, il cielo e il fulmine che tutto penetra,
temo solo te, Nereide: peggiore del fulmine  l'ira tua.
Ma persino il tuo disprezzo potrei io sopportare,
se rifiutassi tutti. Perch invece respingi il Ciclope
e ami Aci? Perch ai miei amplessi preferisci i suoi?
Che lui si compiaccia pure di s stesso e, cosa che non vorrei,
piaccia anche a te, Galatea; ma se capita l'occasione,
sentir come corrisponde a questo corpo immenso la mia forza.
Lo squarter vivo e per i campi, sopra le acque in cui vivi
a brandelli scaglier le sue membra: e s'unisca a te se gli riesce!
Brucio, brucio, e la mia passione offesa pi indomabile divampa,
mi sembra che con tutte le sue forze l'Etna
mi sia entrato in petto: ma tu, Galatea, non ti commuovi!"
Dopo questi vani lamenti (nulla mi sfuggiva)
si alz e, come il toro furibondo per il ratto della compagna
non pu star fermo, si mise a vagare per boschi e forre a lui noti.
Cos quell'essere feroce, senza che ce l'aspettassimo,
ci sorprese ignari, me ed Aci, e url: "Vi ho colto:
questo, state certi, sar l'ultimo vostro convegno d'amore!".
E la sua voce fu cos assordante, come  giusto che l'avesse
un Ciclope infuriato: un urlo che terrorizz persino l'Etna.
Io sgomenta mi tuffo sott'acqua, nel mare l vicino;
il nipote del Simeto, voltate le spalle, fuggiva
gridando: "Aiutami, Galatea, ti prego; aiutatemi, aiutatemi,
genitori miei, ma se mancassi, accoglietemi nel vostro regno!".
Il Ciclope l'insegue e, staccato un pezzo di monte,
glielo scaglia contro: bench soltanto lo spigolo esterno
del masso lo colpisca, Aci ne viene del tutto travolto.
Noi, unica cosa che permetteva il destino, facemmo in modo
che in Aci riaffiorasse la natura avita.
Ai piedi del masso colava un sangue rosso cupo:
non passa molto tempo che il rosso comincia a impallidire,
prima assume il colore di un fiume reso torbido dalla pioggia,
poi lentamente si depura. Infine il macigno si fende
e dalle fessure spuntano canne fresche ed alte,
mentre la bocca apertasi nel masso risuona d'acqua a zampilli.
 un prodigio: all'improvviso ne usc sino alla vita
un giovane con due corna nuovissime inghirlandate di canne,
che, se non fosse stato cos grande e col volto ceruleo,
Aci sarebbe stato. Ma anche cos era Aci mutato in fiume,
un fiume che conserv il suo antico nome".

Galatea aveva finito il suo racconto. Le Nereidi,
sciolto il convegno, si allontanano nuotando nelle onde tranquille.
Se ne va anche Scilla, ma non osando avventurarsi in mare aperto,
vaga senza vesti addosso sulla spiaggia assolata
e alla fine, ormai stanca, trovata una caletta appartata,
si rinfresca le membra nell'acqua che l ristagna.
Ed ecco che fendendo i flutti, arriva Glauco che, mutate
le membra ad Antdone in faccia all'Eubea, solo da poco viveva
nell'oceano; vede la vergine e per il desiderio si arresta,
le rivolge tutte le frasi che pensa possano trattenerla.
Ma lei, resa veloce dal timore, fugge, fugge
e raggiunge la cima di un monte che sorge vicino alla spiaggia.
 una grande altura che, salendo con un lungo pendio dall'acqua
verso il cielo, culmina in un'unica punta di fronte al mare.
Qui lei si ferma e, da quel luogo sicuro, indecisa se quell'essere
sia un mostro oppure un dio, ne guarda stupita il colore,
i capelli che gli coprono le spalle gi sino al dorso
e si meraviglia che dall'inguine si affusoli come un pesce.
Glauco se ne accorge e, aggrappandosi a uno scoglio l vicino:
"Non sono un mostro, vergine, n una belva feroce,
ma un dio dell'acqua" dice. "E di me non hanno sul mare
pi potere Prteo, Tritone o Palmone, il figlio di Atamante.
Prima per ero un mortale, ma a dire il vero gi allora
il mondo mio era il mare profondo e gi allora lo dominavo.
A volte trascinavo reti ricolme di pesci,
altre, seduto su uno scoglio, pescavo con canna e lenza.
Al margine di un prato verde c' una spiaggia:
su questa si riversa il mare, il prato  coperto di un'erba
che nessuna giovenca selvatica ha mai violato coi suoi morsi,
che voi, placide pecore o irsute caprette, avete mai brucato.
Mai l, col loro zelo, le api colsero dai fiori il polline,
mai l si son fatte ghirlande per le feste, mai una mano armata
di falce vi  passata. Io fui il primo a sedermi
su quelle zolle, mentre facevo asciugare le reti bagnate,
e per contarli in bell'ordine sopra vi disposi
i pesci catturati, quelli che il caso aveva sospinto
nelle reti o la loro ingenuit sugli ami adunchi.
Parrebbe un'invenzione, ma inventare che mi gioverebbe?
a contatto con l'erba, la mia preda cominci ad agitarsi,
a mutar lato e a guizzare sulla terra come fosse nell'acqua.
E mentre trasecolo impietrito, l'intero branco
si rituffa nel mare abbandonando la spiaggia e il nuovo padrone.
Rimango attonito, a lungo in dubbio e cerco la causa:
se opera sia stata di un nume o del succo di un'erba.
"Ma quale erba pu avere questo potere?" mi dico, e con la mano
ne colgo un ciuffo e, quando l'ho colto, lo mordo con i denti.
La gola aveva appena assorbito quel succo misterioso,
che improvvisamente sentii dentro di me un'agitazione
e in petto il desiderio travolgente di un'altra natura.
Non potei resistere a lungo. "Addio, terra, addio!" dissi.
"Mai pi ti cercher!" e con tutto il corpo mi tuffai sott'acqua.
Gli dei del mare mi accolsero, onorandomi come loro pari,
e pregarono Oceano e Teti di togliermi ci che di mortale
potevo ancora avere. Purificato sono da loro
che, pronunciata la formula contro le impurit nove volte,
ordinano che ponga il mio petto sotto il getto di cento fiumi.
E di colpo fiumi scendono da ogni parte
e mi rovesciano addosso un diluvio d'acqua.
Questo  tutto ci che posso narrarti di quell'evento incredibile.
Solo questo ricordo: di altro non serbo memoria.
Quando rinvenni, mi sentii diverso in tutto il corpo,
diverso da com'ero, e mutato persino nella mente.
Allora mi accorsi di questa barba color verderame,
di questa chioma che trascino sulle distese del mare,
di queste grandi spalle, delle braccia azzurre
e delle gambe che attorcigliate terminano in pinne di pesce.
Ma che mi serve questo aspetto, l'esser piaciuto agli dei marini,
essere un dio, se tutto ci ti lascia indifferente?". Stava ancora
parlando, e avrebbe detto di pi, se con sdegno Scilla
non l'avesse abbandonato. Lui s'infuri e irritato dal rifiuto
si diresse verso il palazzo incantato di Circe.
...
.
...
LIBRO QUATTORDICESIMO.
...
.
...
Gi Glauco, l'abitante del mare di Eubea, s'era lasciato
alle spalle l'Etna, che al gigante Tifeo schiaccia la gola,
e la terra dei Ciclopi, che ignora l'uso del rastrello,
dell'aratro e nulla deve al lavoro dei buoi sotto il giogo.
E alle spalle s'era lasciato Zancle, le opposte mura di Reggio
e lo stretto che, chiuso tra due sponde, procura tanti naufragi
e segna il confine fra le terre d'Ausonia e di Sicilia.
Da l, nuotando a grandi bracciate nelle acque del Tirreno,
Glauco arriva ai colli erbosi e al palazzo di Circe, la figlia
del Sole, gremito di bestie d'ogni specie. Appena
la vede, rivolte e ricevute parole di saluto:
"O dea," le dice, "abbi piet di un dio, ti prego: tu sei l'unica,
se ti sembro degno, che possa alleviare l'amore mio.
Quale potere abbiano le erbe, o figlia del Titano,
nessuno lo sa meglio di me, che da un'erba fui mutato.
Ma perch tu conosca la ragione della mia passione:
sulla sponda d'Italia, di fronte alle mura di Messina,
mi  apparsa Scilla. Mi vergogno troppo a riferirti le promesse,
le suppliche, le lusinghe e le parole mie: tutto ha disprezzato.
E tu, se qualche efficacia hanno gli incantesimi, pronuncia
un incantesimo magico; o se per vincerla  pi adatta un'erba,
serviti di un'erba che abbia poteri di provato effetto.
Non ti chiedo di curare e sanare la ferita mia: non voglio
che tu me ne liberi, ma che Scilla bruci dello stesso fuoco".
E Circe (nessuna  pi di lei portata a provare
questi ardori, o perch cos  la sua natura o perch cos vuole
Venere, offesa dalla denuncia che suo padre le fece)
gli risponde: "Meglio sarebbe che tu vagheggiassi chi ti vuole,
chi ha gli stessi desideri ed  presa da uguale passione.
Tu eri degno d'essere pregato, e potevi esserlo;
se mi concedi fiducia, credi a me, lo sarai.
E perch tu non abbia dubbi sul valore della tua bellezza,
ecco, io, bench sia una dea e figlia del Sole splendente,
bench sia tanto potente con erbe ed incantesimi,
io vorrei essere tua. Disprezza chi ti disprezza, dnati
a chi ti seconda, dando a due donne insieme ci che meritano".
Circe lo tenta, ma Glauco risponde: "Fronde nasceranno in mare,
alghe sulla cima dei monti, prima che per Scilla
muti questo mio amore, finch lei vive".
La dea si sdegna e, non potendo nuocergli direttamente,
n lo vorrebbe, innamorata com', s'adira con la donna
che le  stata preferita. Offesa dal rifiuto del suo amore,
s'affretta a tritare erbe maligne dai succhi spaventosi
e nel tritarle le impregna di formule infernali.
Poi indossa un velo azzurro e, passando tra lo stuolo
servile delle sue fiere, esce dal palazzo.
Diretta a Reggio che sta dirimpetto agli scogli di Zancle,
s'inoltra sul mare che ribolle per le correnti,
posandovi i piedi sopra come se fosse terraferma,
e corre sul filo dell'acqua senza bagnarsi le piante.
C'era una piccola cala dai contorni sinuosi,
dove Scilla amava riposare per ripararsi
dalle burrasche o dalla canicola, quando al culmine del cielo
il sole a picco riduceva le ombre a un filo.
La dea la contamina inquinandola con veleni
pestiferi: vi sparge liquidi spremuti da radici
malefiche, mormorando, nove volte per tre, una cantilena
incantata, groviglio oscuro di misteriose parole.
Scilla arriva e non appena s'immerge con met del corpo in acqua,
vede i suoi fianchi deformarsi in orribili mostri
ringhianti. Non potendo credere che quei cani appartengano
al suo corpo, tenta terrorizzata di schivarne e di respingerne
le fauci furiose. Ma anche quando fugge li trascina con s
e quando cerca nel suo corpo cosce, stinchi e piedi,
al loro posto altro non trova che musi di Cerbero.
Si regge su cani rabbiosi e col ventre che sporge
sull'inguine mozzo, schiaccia, sotto, il dorso di quelle fiere.
Pianse Glauco che l'amava, sfuggendo agli amplessi di Circe,
che del potere delle erbe con troppo livore s'era servita.
Bloccata in quel luogo, alla prima occasione Scilla sfog
il suo odio per Circe privando Ulisse dei suoi compagni.
Poi avrebbe affondato anche le navi dei Troiani,
se prima non fosse stata mutata in scoglio, in una roccia
che ancora sporge sul mare: uno scoglio dai marinai evitato.

Dopo essersi sottratte a forza di remi a Scilla e all'ingorda
Cariddi, le navi troiane, ormai in vista della costa
d'Ausonia, furono respinte dal vento sulle spiagge di Libia.
Qui, donandogli il proprio cuore, Didone accolse nella sua casa
Enea, ma poi non sopportando che il marito frigio
l'abbandonasse, in cima a un rogo eretto col pretesto di una sagra,
si gett sulla spada e, ingannata com'era stata, ingann tutti.
Lasciata la citt da lei fondata in quella regione sabbiosa,
Enea ritorna nella terra di rice, presso il fedele Aceste,
e fa un sacrificio per onorare la tomba del proprio padre.
Quindi salpa con le navi, che Iride, fedele a Giunone,
per poco non ha bruciato, e oltrepassa il regno del figlio di Ippota,
le terre fumanti di zolfo ardente e gli scogli delle Sirene,
figlie dell'Achelo. Poi, perduto il nocchiero, la flotta costeggia
Prchite e Inrime, nell'arcipelago brullo e rupestre
delle Pitecuse, cos chiamato dai suoi abitanti.
Il padre degli dei infatti, non tollerando pi gli spergiuri
e le frodi dei Cercopi, i misfatti di questa gente intrigante,
li trasform da uomini in animali, deformandoli in modo
che apparissero insieme diversi e simili all'uomo.
Ridusse le membra, appiatt e rincagn nella fronte
il naso, solc il loro viso di rughe senili
e, coperto tutto il loro corpo di pelo fulvo,
li confin in questa terra. Ma prima tolse loro l'uso
della parola, d'una lingua ferrata nei pi turpi spergiuri:
soltanto di lamentarsi con rochi squittii lasci facolt.

Oltrepassate queste isole, lasciate le mura di Partenope
sulla destra, verso ponente la tomba del melodioso
Eolide e una contrada piena di paludi, Enea
giunge alle spiagge di Cuma e all'antro dell'antica Sibilla.
La prega di guidarlo nell'Averno sino all'ombra
di suo padre. La Sibilla, rimasta a lungo con lo sguardo a terra,
finalmente invasata dal dio, alza gli occhi e dice:
"Grande cosa chiedi, o eroe grandissimo per le tue imprese,
che in guerra hai brillato col braccio e in mezzo al fuoco
per piet filiale. Non temere dunque, o Troiano: avrai
quello che chiedi e guidato da me vedrai la sede dell'Eliso,
l'ultimo regno del mondo, e l l'ombra cara di tuo padre.
Nessuna via  preclusa alla virt". Cos dice e gli indica
un ramo d'oro che brilla nel bosco di Persefone,
la Giunone infernale, e gli ordina di staccarlo dal tronco.
Enea obbedisce e cos riesce a vedere la terrificante
maest dell'Averno, i propri avi e l'ombra del suo vecchio padre,
il magnanimo Anchise; apprende pure le leggi del luogo
e quali pericoli dovr affrontare in guerre future.
Poi, risalendo il sentiero con passo stanco,
allevia la fatica conversando con la sua guida cumana.
E mentre in un livore d'ombre percorre quell'orrido tratturo:
"Io non so se tu sia una dea o solo diletta agli dei" le dice,
"ma per me sarai sempre un nume e sempre ti sar riconoscente
per avermi permesso di scendere in questi luoghi della morte
e di sfuggirli dopo aver visto la morte.
Per questi meriti, quando sar di nuovo all'aria sotto il cielo,
ti eriger un tempio e ti onorer con l'incenso".
La profetessa si volge a guardarlo e con un profondo sospiro:
"Non sono una dea" risponde; "non venerare con l'incenso sacro
un essere umano. E perch la cecit non t'induca in errore,
sappi che luce eterna e senza fine avrei potuto ottenere,
se la mia verginit si fosse concessa a Febo, che mi amava.
Nella speranza di ottenerla, corrompendomi con i suoi doni,
Febo mi disse: "Esprimi un desiderio, vergine cumana:
sar esaudito". Io presi un pugno di sabbia e glielo mostrai,
chiedendo che mi fossero concessi tanti anni di vita
quanti granelli di sabbia c'erano in quel mucchietto.
Sciocca, mi scordai di chiedere che anni fossero di giovinezza.
Eppure anche questo m'avrebbe concesso, un'eterna giovinezza,
se avessi ceduto alle sue voglie. Disprezzato il dono di Febo,
eccomi qui, ancora nubile. Ma ormai l'et pi bella
mi ha voltato le spalle, e a passi incerti avanza un'acida vecchiaia,
che a lungo dovr sopportare. Vedi, sette secoli
son gi vissuta: per eguagliare il numero dei granelli,
trecento raccolti e trecento vendemmie devo ancora vedere.
Tempo verr che la lunga esistenza render il mio corpo piccolo
da grande che era, e le mie membra consunte dalla vecchiaia
si ridurranno a niente. E non si potr credere che m'abbia amata
un dio, che a lui sia piaciuta. E forse persino Febo
non mi riconoscer o negher d'avermi mai amata,
tanto sar mutata. Alla fine nessuno pi mi vedr: solo
la voce mi riveler, la voce che il fato vorr lasciarmi".

Questo raccontava la Sibilla lungo la ripida salita,
quando dalle profondit dello Stige l'eroe troiano emerse
nella citt di Cuma. Fatti i sacrifici d'uso, scese
alla spiaggia che ancora non aveva il nome della sua nutrice.
Qui s'era fermato, dopo lunghe e penose avversit,
anche Macareo di Nrito, compagno dell'ingegnoso Ulisse.
E Macareo riconosce Achemnide, tempo fa abbandonato
fra le rupi dell'Etna; stupito di ritrovarselo davanti
sano e salvo, gli dice: "Quale caso o quale nume ti ha salvato,
Achemnide? E come mai tu, che sei greco, viaggi
su nave straniera? A che terra  diretta la vostra nave?".
A queste domande Achemnide, non pi conciato da selvaggio,
ma vestito ammodo, senza pi stracci addosso uniti
con le spine, risponde: "Che io torni a vedere Polifemo
e quel suo ceffo grondante di sangue umano,
se questa nave non mi  pi cara della mia casa e di Itaca,
se non venero Enea pi di mio padre. Per quanto possa donargli,
mai potrei dimostrargli appieno la mia gratitudine.
Se ora parlo e respiro, se contemplo il cielo e la luce del sole,
come potrei essere ingrato e smemorato?
Grazie a lui, quest'anima mia non  finita in bocca
al Ciclope, e se anche ora lasciassi la luce della vita,
sar sepolto in una tomba e non certo in quel ventre.
Che cosa non provai (ma il terrore m'aveva tolto ogni coscienza
dal cuore), quando vi vidi far vela verso il largo
abbandonandomi! Avrei voluto gridare, ma temetti
di svelarmi al nemico. Anche le grida di Ulisse per poco
non vi fecero naufragare. Io vedevo tutto, quando il Ciclope,
divelta dal monte una roccia immane, la scagli in mezzo al mare;
vedevo tutto, quando col suo braccio gigantesco e con la forza
di una balestra continu a lanciare macigni mostruosi
e, dimenticandomi che non ero pi a bordo,
temetti che i flutti o i colpi di vento sommergessero la nave.
Quando poi la fuga vi sottrasse a morte precoce,
lui si mise a vagare gemendo per tutto l'Etna,
e tastava con le mani gli alberi, cozzava contro le rupi,
cieco com'era, e tendendo verso il mare le braccia
tutte lorde di sangue, malediceva la razza degli Achei,
urlando: "Oh se la fortuna mi riportasse qui Ulisse
o qualcuno dei suoi compagni, per sfogare la mia rabbia,
per mangiarne le viscere, per dilaniarlo vivo
con queste mani, per saziare la mia gola col suo sangue
e sentirmi palpitare sotto i denti le membra stritolate!
Allora poco o nulla mi peserebbe la perdita dell'occhio!".
Questo ed altro dice inferocito. Io livido inorridisco,
mentre osservo il suo volto ancora fradicio di strage,
le mani spietate, l'orbita vuota del suo occhio,
le sue membra e la barba incrostata di sangue umano.
Avevo la morte davanti agli occhi e pur era il male minore.
Gi temevo che mi ghermisse, che ingoiasse nelle sue
le mie viscere. In mente avevo fissa la visione
di quando l'avevo visto sbattere contro il suolo
tre, quattro volte il corpo di due miei compagni
e lui accucciato sopra quei corpi, come un leone selvaggio,
che nel ventre ingordo si cacciava interiora, carni,
ossa col bianco midollo e membra in parte ancora animate.
Mi prese un tremito; abbattuto, esangue stavo l
a vederlo masticare e sputare cibo
sanguinolento, a vederlo vomitare bocconi insieme al vino,
e immaginavo che avrei fatto la stessa misera fine.
Per molti giorni mi tenni nascosto, ansando al minimo fruscio,
con la paura della morte e insieme augurandomi di morire,
scacciando la fame con le ghiande, con erbe e qualche foglia,
solo, inerme, disperato, lasciato allo strazio di quella fine;
finch dopo lungo tempo scorsi in lontananza una nave, questa,
e a gesti scongiurai che mi salvassero, corsi alla spiaggia:
ebbero piet e la nave troiana prese a bordo un greco.
Ma ora anche tu, compagno mio carissimo, racconta le vicende
tue, di Ulisse e del gruppo che con te si avventur sul mare".
E Macareo racconta che sul mare etrusco regna Eolo,
Eolo, figlio di Ippota, che in carcere tiene imbrigliati i venti;
racconta come Ulisse, il re di Dulichio, li ricevesse in dono,
eccezionale dono, chiusi in un otre di cuoio, e al loro soffio
navigasse nove giorni sino in vista della terra agognata;
ma che poi, all'alba della decima aurora, i suoi compagni,
spinti da invidia e avidit, convinti che nell'otre
si trovasse dell'oro, l'aprirono scatenando i venti;
e la nave fu rigettata indietro, in acque appena percorse,
ritrovandosi di nuovo nel porto del signore delle Eolie.
"Da l", prosegue Macareo, "giungemmo all'antica citt
dei Lestrgoni, fondata da Lamo, in cui regnava Antfate.
Io fui inviato da lui con la scorta di due compagni:
solo a stento in due ci salvammo con la fuga;
col suo sangue il terzo arross la bocca scellerata
del Lestrgone. Fuggiamo e, scatenandoci dietro una masnada,
Antfate c'insegue: ci incalzano e, scagliando macigni
e tronchi, sommergono uomini, affondano navi.
Una comunque, solo quella che trasportava Ulisse e me stesso,
si salv. Affranti per la perdita di tanti compagni,
piangendo la loro sorte, approdammo a quella terra,
che in lontananza laggi si vede.  un'isola questa, credi a me,
che va guardata solo da lontano. E tu, il pi giusto dei Troiani,
Enea, figlio di dea (non ho pi motivo di chiamarti nemico
ora che la guerra  finita), attento, evita le spiagge di Circe!
Noi stessi, dopo aver ormeggiato la nave su quel lido,
memori di Antfate e dello spietato Ciclope,
non volevamo sbarcare e inoltrarci in territori sconosciuti.
Fummo tirati a sorte, e al palazzo di Circe la sorte mand
me e il fedele Polite, con Eurloco ed Elpnore,
troppo dedito al vino, e altri diciotto compagni.
Come arrivammo e ci affacciammo alla porta di casa,
migliaia di lupi, mischiati ad orsi e leonesse,
ci atterrirono venendoci incontro. Ma non c'era da temere:
nessuna belva avrebbe fatto un graffio al nostro corpo.
Anzi, si misero a scodinzolare mansuete,
a farci festa, seguendo in corteo i nostri passi, finch ancelle
non ci accolsero e, attraverso un atrio rivestito di marmi,
ci condussero dalla padrona: sedeva su un trono solenne
in una bella stanza appartata, indossava una veste splendente,
sulla quale si avvolgeva un manto dorato.
Attorno a lei Nereidi e Ninfe non filano con le dita
i bioccoli di lana e non ne tramano poi nell'ordito i fili,
ma dividono erbe e dispongono in canestri, secondo i tipi,
fiori ammucchiati alla rinfusa e steli di vario colore.
Lei controlla il lavoro che fanno, perch conosce
l'impiego d'ogni foglia, l'armonia delle combinazioni,
ed esamina con occhio esperto i dosaggi delle varie erbe.
Come ci vide, ricevute e rivolte parole di saluto,
distese il volto e ci accolse nel modo migliore possibile.
E subito ordina di stemperare chicchi d'orzo tostato
in miele, vino robusto e latte appena cagliato; ma vi aggiunge
di nascosto succhi che non si avvertono fra il dolce.
Noi accettiamo le coppe offerte da quella mano maledetta.
Ma appena con la gola secca bevemmo assetati
e con la verga quella dea tremenda ci sfior i capelli
(mi vergogno a narrarlo), cominciai a coprirmi d'orrende setole,
a non poter pi parlare, a emettere in luogo di parole
sordi grugniti, a cadere carponi con tutta la faccia a terra;
sentii il mio viso incallirsi in un curvo grugno, il collo
gonfiarsi di muscoli, e con le mani, con cui un attimo prima
impugnavo la coppa, impressi in terra le orme di una bestia.
E con le altre vittime della stessa sorte (tanto pu quel filtro)
fui rinchiuso in un porcile. Il solo che evit di mutarsi in porco
fu, come vedemmo, Eurloco, il solo a non bere la coppa offerta.
Se non l'avesse evitata, farei ancora parte di quel branco
setoloso, perch Ulisse, senza che lui l'informasse di quella
sciagura immane, non sarebbe venuto da Circe a liberarci.
A Ulisse Mercurio, che infonde pace, diede un fiore bianco:
'moly'lo chiamano gli dei, si attacca al suolo con radici nere.
Protetto da quel fiore e grazie ai consigli celesti, Ulisse
entra nella casa di Circe e invitato a bere l'infida
bevanda, quando lei cerca di sfiorargli i capelli con la verga,
la respinge e impugnando la spada l'obbliga a ritrarsi atterrita.
Costretta a giurargli fedelt, l'accoglie nel letto come amante,
e lui le chiede in dote che renda i suoi compagni com'erano.
Siamo cosparsi di succhi benigni d'una pianta sconosciuta,
con la verga capovolta ci viene percossa la testa,
son pronunciate parole contrarie a quelle dette prima:
man mano che Circe recita la formula, noi ci drizziamo
sempre pi da terra, cadono le setole e i piedi biforcuti
perdono la fessura, tornano le spalle e le braccia si allungano
in avambracci. Piange Ulisse, piangiamo noi abbracciandolo;
ci avvinghiamo al collo del nostro capo e le prime parole
che diciamo altro non sono che parole di gratitudine.
Ci trattenemmo l un anno e in tutto quel tempo con i miei occhi
vidi molte cose e molte altre ancora sentii raccontare.
Fra le tante anche questa, che mi fu confidata in segreto
da una delle quattro ancelle addette a quei sortilegi misteriosi.
Mentre da sola Circe intratteneva Ulisse,
quell'ancella mi mostr la statua scolpita in marmo bianco
di un giovane, che aveva sulla testa un picchio,
ed era collocata in un sacello e tutta ornata di ghirlande.
Incuriosito le chiesi chi fosse e perch venisse onorato
in un sacello quel giovane, perch avesse sul capo un uccello.
"Ascolta, Macareo," mi rispose, "anche da qui capirai
quanto sia potente la mia signora. Seguimi con attenzione.

In terra d'Ausonia regnava Pico, un figlio di Saturno
appassionato di cavalli addestrati al combattimento.
Il suo aspetto era quello che vedi: tu stesso puoi ammirarne
la bellezza e giudicare da questo ritratto com'era in vita.
Pari all'aspetto era il suo cuore, e non aveva l'et d'aver visto
quattro volte i ludi che ogni quattro anni si svolgono in Grecia,
in Elide. Col suo volto aveva affascinato le Driadi nate
sui monti del Lazio, per lui sospiravano le divinit
delle fonti e le Naiadi tutte, quelle dell'Albula,
del Numicio, dell'Aniene, dell'Almone dal brevissimo corso
o dell'impetuoso Nare, del Frfaro dall'onda scura,
quelle che vivono nel regno boscoso di Diana Sctica
o nel lago vicino. Ma lui tutte le disprezza;
una ninfa sola corteggia, una ninfa che si diceva
partorita da Venilia sul Palatino a Giano, il dio bifronte.
Non appena fu in et da marito, la fanciulla
and sposa al laurentino Pico, preferito fra tutti.
Di rara bellezza, ma per l'arte ancor pi rara con cui cantava,
fu chiamata Canente. Col suo canto riusciva a commuovere
selve e sassi, ad ammansire le belve, riusciva a frenare
le correnti dei fiumi, a trattenere nel volo gli uccelli.
Un giorno, mentre lei con la sua dolce voce di donna cantava,
Pico usc di casa per andare nelle campagne di Laurento
a caccia di cinghiali; in groppa a un focoso cavallo,
stringeva nella sinistra due giavellotti e indosso aveva
un mantello purpureo fermato da una fulgente borchia d'oro.
In quello stesso bosco si era recata anche la figlia del Sole,
lasciando i campi che Circei son detti dal suo nome,
per raccogliere su quei fiorenti colli erbe rare.
E quando, nascosta in una macchia, vide il giovane Pico,
ne fu colpita: di mano le caddero le erbe che aveva colto
e si sent percorrere da un fuoco in tutte le sue vene.
Come si riebbe da quella violenta vampata, fu sul punto
di svelargli il suo desiderio, ma la corsa del cavallo
e la scorta stretta intorno a lui le impedirono d'avvicinarlo.
'No, non mi sfuggirai,'proruppe, 'e ti rapisse pure il vento,
se mi conosco, se non  del tutto svanito
il potere delle mie erbe e le mie formule non mi tradiscono.'
Detto questo, evoc il fantasma inconsistente di un cinghiale
e lo fece correre davanti agli occhi del re,
fingendo che andasse a rintanarsi in un bosco fitto d'alberi,
dove la vegetazione  pi folta e un cavallo non pu addentrarsi.
Subito Pico ignaro si lancia all'inseguimento d'una preda
fantasma, smonta d'un balzo dalla groppa sudata del cavallo
e inseguendo una chimera, s'inoltra a piedi nel cuore del bosco.
Circe recita preghiere, pronuncia parole infernali
e adora di misteriosi con una nenia misteriosa,
che usa per annebbiare il volto niveo della luna e stendere
una coltre di nuvole davanti a quello di suo padre.
E anche questa volta a quella nenia il cielo si oscura,
esala nebbie la terra e i compagni di Pico si perdono
in un intrico di sentieri, finch nessuno scorta pi il re.
Trovato luogo e momento adatto: 'Per questi tuoi occhi,'gli dice,
'che hanno ammaliato i miei, per la tua bellezza, delizia mia,
che mi spinge a supplicarti anche se son dea, prenditi a cuore
la mia passione e accetta come suocero il Sole, che tutto penetra
con lo sguardo: non disprezzare, ingrato, Circe, figlia del Titano!'.
Ma lui, sprezzante, la respinge, respinge le sue preghiere:
'Chiunque tu sia, non sono tuo. Un'altra, s, un'altra mi lega a s
e prego il cielo che mi leghi per quanto  lunga la vita!
Finch il destino mi conserver la figlia di Giano, Canente,
mai violer per un altro amore il patto che a lei mi lega'.
Dopo avere invano tentato e ritentato di commuoverlo:
'Me la pagherai'esclam; 'non rivedrai mai pi Canente;
imparerai coi fatti di cosa sia capace una donna offesa
nel suo amore, e Circe  donna, e innamorata e offesa'.
Due volte allora si gir verso ponente, due verso levante;
tre volte lo tocc con la verga e tre volte recit una formula.
Il giovane fugge, ma con stupore si accorge di correre
pi veloce del solito; si scopre addosso delle penne
e, sdegnato di dover vivere d'un tratto nei boschi del Lazio
mutato in uccello, trafigge le querce selvatiche
col duro becco e furioso infligge ferite lungo i rami.
Le penne assumono il color purpureo del mantello;
la borchia d'oro, che prima fermava la sua veste,
diventa una piuma e di riflessi d'oro si cinge il collo;
di ci che appartenne a Pico l'unica cosa che rimane  il nome.
Intanto i compagni, sgolatisi a chiamarlo
per la campagna, senza riuscire a trovarlo,
scoprono Circe (ormai lei aveva attenuato la foschia
lasciando squarciare le nebbie dal vento e dal sole),
la investono di giuste accuse, reclamano il loro re e, passando
ai fatti, si accingono ad assalirla minacciandola con le armi.
Lei allora sparge veleni di morte e succhi malefici,
dall'rebo e dal Caos chiama a raccolta la Notte e gli dei
della Notte, invoca Ecate con lunghe grida selvagge.
Sussultarono (incredibile a dirsi) le foreste,
gemette il suolo, impallidirono gli alberi accanto,
trasudarono i pascoli intorno gocce di sangue,
sembr che le pietre emettessero sordi muggiti,
che latrassero i cani, che il suolo brulicasse di neri
serpenti e in volo si librassero gli spiriti dei morti.
Inorridito dai prodigi, il gruppo trema e lei con la bacchetta
magica tocca il loro volto istupidito dal terrore,
e a quel tocco i giovani mutano il loro aspetto in quello mostruoso
di svariati animali: nessuno conserv la propria natura.
Sulle spiagge di Tartesso si spegneva il tramonto del sole
e invano gli occhi e il cuore di Canente avevano atteso il ritorno
del marito. Servitori e popolo al lume delle torce
perlustrano in ogni luogo tutte le selve.
E la ninfa non si accontenta di piangere, di strapparsi
i capelli, di percuotersi il petto; fa, s, tutto questo,
ma poi corre fuori e vaga impazzita per le campagne del Lazio.
Per sei notti e per sei giorni, quando tornava a splendere
il sole, fu vista vagare senza dormire e senza cibarsi
per monti e valli, dove la guidava il caso.
L'ultimo a vederla fu il Tevere: stanca per il dolore
e il cammino, ormai accasciata lungo la sua riva.
L afflitta sussurrava fra le lacrime fievoli parole
che pur nel dolore si scioglievano in melodia,
come il funebre canto che il cigno intona in punto di morte.
Poi, struggendosi per lo strazio, sin nell'intimo del cuore,
si dissolse e a poco a poco svan nella leggerezza dell'aria.
Il luogo, per, serba il suo ricordo: le antiche Camene
dal nome della ninfa lo chiamarono per rispetto Canente".
Molte altre cose mi furono narrate in quell'anno senza fine
o le vidi. Impigriti e infiacchiti dall'inattivit,
ci fu poi imposto di riprendere il mare spiegando le vele.
Circe ci aveva detto dell'incertezza e lunghezza del percorso,
e dei pericoli che ci attendevano sul mare ostile.
Mi spaventai, lo confesso: trovata questa terra, vi rimasi".

Macareo aveva finito. E ormai la nutrice di Enea, sepolta
in un'urna di marmo, aveva un tumulo con un breve epitaffio:
"Qui riposa Caieta: il mio figlioccio, noto per la sua piet,
sottrattami alle fiamme argive, per rito, qui mi ha cremato".
I Troiani sciolgono dal terrapieno erboso le gmene
e, fuggendo lontano dalle insidie e dal palazzo
di quell'infame dea, si dirigono verso i boschi, dove il Tevere,
incupito dall'ombra, si getta in mare con la sua rena bionda.
Dal figlio di Fauno, Latino, Enea ottiene asilo e figlia in moglie;
ma non senza combattere: una gente feroce gli muove guerra
e per non perdere la sposa promessa si scatena anche Turno.
Tutta l'Etruria si lancia all'assalto del Lazio e per lungo tempo
si cerca col martirio delle armi una vittoria impossibile.
Entrambe le parti si rafforzano con alleati stranieri;
molti appoggiano i Rtuli, molti il campo troiano.
Con buon esito Enea s'era recato nel territorio di Evandro,
senza fortuna Vnulo nella citt che il profugo Diomede
aveva fondato nella Iapigia, quando vi regnava Duno,
citt grandissima che controllava anche le terre avute in dote.
Dopo che Vnulo gli ebbe infatti esposto l'ambasciata di Turno,
chiedendo aiuti, l'eroe dell'Etolia rifiut,
adducendo a discarico di non voler coinvolgere in guerra
i popoli di suo suocero e di non aver d'altra parte gente
propria da potere armare: "E perch non pensiate che siano fole,
anche se ricordare un lutto ne rinnova l'amarezza,
mi sforzer di narrare. Dopo l'incendio della grande Troia,
dopo che Pergamo divenne preda delle fiamme greche
e l'eroe di Nrice, strappando vergine a Vergine,
ebbe attirato su tutti disgrazie che meritava lui solo,
fummo dispersi e noi Dnai, trascinati dai venti
sui flutti ostili, subimmo fulmini, tenebra, diluvi e l'ira
di cielo e mare, sino al disastro finale di capo Cafreo.
Ma per non stancarvi narrando ad una ad una quelle traversie,
dir che allora la Grecia avrebbe fatto pena persino a Priamo.
Io, grazie all'aiuto della bellicosa Minerva, mi salvai,
scampando ai flutti; ma ancora una volta fui bandito dalla patria,
e l'alma Venere, pensando alla ferita che un giorno le infersi,
volle vendetta: cos, tanti furono i travagli che soffersi
in mare aperto e tanti quelli che soffersi in battaglie terrestri,
da sorprendermi spesso a chiamare fortunati i compagni
affogati tra i flutti della tempesta o davanti al tragico
Cafreo: s, essere uno di loro, questo avrei voluto.
Ridotti ormai allo stremo dai flutti e dalle guerre, i miei compagni
cedettero e chiesero che si smettesse di navigare. Ma Acmone,
d'indole impetuosa, inasprita in pi dalle sventure, esplose:
"Qualcosa ancora esiste che voi prodi non possiate sopportare?
Che potrebbe mai fare, pi di quel che ha fatto, la dea di Citera,
anche se volesse? Finch si teme il peggio,
si  esposti ai colpi, ma quando la sorte  la peggiore che ci sia,
non c' paura che valga: al colmo della sventura si sta in pace.
Che Venere mi senta pure e detesti, come fa, tutti gli uomini
al seguito di Diomede: del suo odio a noi non importa niente,
per quanto cara possa costarci la nostra presunzione!".
Con questo beffardo discorso Acmone di Pleurone
provoca Venere e ne rinfocola l'antico rancore.
A pochi piacciono le sue parole. Noi, la maggioranza
dei suoi amici, lo rimproveriamo, e quando lui ci vuol rispondere,
la voce, e con lei la sua via, si assottiglia, le chiome
finiscono in piume e piume gli ricoprono un collo tutto nuovo,
e il petto e il dorso; sulle braccia spuntano penne pi lunghe
e i gomiti s'incurvano in ali leggere;
nei piedi si allarga una membrana che ingloba le dita; la bocca
s'irrigidisce in duro corno e termina alla fine in una punta.
Lico lo guarda inorridito, inorriditi lo guardano Ida,
Nicteo, Ressnore e Abante, e mentre lo guardano
assumono lo stesso aspetto. Gran parte di loro poi
si leva in volo e, sbattendo le ali, volteggia intorno ai remi.
Se mi chiedi la forma di questi uccelli apparsi improvvisamente,
non era quella dei bianchi cigni, ma molto simile alla loro.
Ed ora, genero di Duno, qui nella Iapigia reggo a stento,
con pochissimi dei miei, questa citt e quest'arida terra".

Cos il nipote di Eneo. Vnulo lascia il regno di Calidone,
il golfo di Peucezi e la contrada dei Messapi.
Qui aveva visto, tra l'ondeggiare di canne leggere,
le grotte immerse nell'ombra fitta di un bosco, dove vive Pan,
un dio mezzo caprone, ma dove un tempo vivevano le ninfe.
Un pastore d'Apulia le atterr facendole fuggire:
prima le aveva sconvolte spaventandole all'improvviso,
ma poi loro si riebbero, sprezzando l'inseguitore,
e muovendo a ritmo i piedi, intrecciarono le loro danze.
Allora il pastore le derise e, mimando il loro movimento
con goffi salti, le copr di sarcasmo e di insulti osceni,
n tacque, prima che una corteccia gli serrasse la gola.
Ora infatti  un albero, l'oleastro, che dal succo delle bacche
rivela quale fosse il suo carattere: nel loro gusto amaro
 il marchio di quella lingua, l'asprezza impressa dal linguaggio.

Quando da l ritornarono gli ambasciatori con la notizia
che Diomede si rifiutava d'aiutarli, i Rtuli da soli
proseguirono la guerra iniziata: molto sangue fu versato
da entrambe le parti. Ed ecco Turno che contro gli scafi di pino
getta torce in fiamme: risparmiati dai flutti, ora temono il fuoco.
Il fuoco ormai bruciava pece, cera e tutto ci che l'alimenta,
le fiamme salivano lungo gli alberi sino alle vele
e i banchi nel fondo della chiglia erano avvolti dal fumo,
quando la santa Madre degli dei, ricordando che sulla vetta
dell'Ida quei pini erano stati tagliati, riemp il cielo
col rombo metallico dei suoi bronzi, col lamento dei suoi flauti
e, calando dall'etere trasportata da docili leoni,
disse: "Inutilmente, Turno, con mano sacrilega appicchi incendi!
Io salver queste parti e membra dei boschi miei
e non permetter che la voracit del fuoco le distrugga".
Mentre la dea parlava, rimbomb un tuono e subito dopo
scrosciarono a dirotto piogge e cascate di grandine;
confluendo all'improvviso e azzuffandosi fra loro,
i fratelli Astrei sconvolsero il cielo e le profondit del mare.
Avvalendosi delle raffiche di uno dei venti, l'alma Madre
spezz le funi che tenevano ormeggiata la flotta dei Frigi,
spinse le navi inclinate in avanti e le sommerse in alto mare.
S'imbeve d'acqua il legno e si trasforma in corpi umani,
le curve poppe prendono le fattezze del viso,
i remi diventano dita e gambe in grado di nuotare,
quelle che erano le fiancate sono i fianchi, la chiglia che corre
sotto e lungo gli scafi assume la funzione di spina dorsale,
i cordami si mutano in morbidi capelli, i pennoni in braccia.
Come prima, azzurro  il loro colore. Naiadi marine,
con allegria di fanciulle, ora solcano quel mare
che un tempo temevano. Nate sulle dure rocce di montagna,
ora si fanno cullare dai flutti, incuranti di dove vengono.
Ma non avendo scordato i tanti pericoli patiti
sul mare in tempesta, spesso sorreggono con le mani le navi
che rischiano d'affondare, purch non trasportino Achei.
Memori delle distruzioni operate in Frigia, odiano i Pelasgi,
ed  con volto lieto che vedono sfasciarsi la nave
di Nrito,  con volto lieto che vedono la nave di Alcnoo
immobilizzarsi e il suo legno trasformarsi in pietra.

Animata la flotta in ninfe marine, era lecito sperare
che i Rtuli, atterriti dal prodigio, cessassero di combattere;
ma loro insistono, e ogni parte ha propri dei o, cosa che equivale
a un nume, ha coraggio. Ormai non si battono pi per un regno,
n per lo scettro del suocero o per te, vergine Lavinia,
ma per vincere, e guerreggiano per non affrontare il disonore
di deporre le armi. Alla fine Venere vede suo figlio
trionfare, e Turno cade. Cade anche Ardea, stimata invincibile
finch Turno era vivo. Ma dopo che il fuoco dei Troiani
la rase al suolo coprendo di ceneri calde le case,
un uccello mai visto si lev in volo dalle macerie,
sferzando col battito delle sue ali la cenere.
Grido, magrezza e pallore, tutto s'addice
a una citt distrutta, e della citt gli rimane il nome:
Ardea piange la propria sorte con quel suo battito d'ali.

Ormai il valore di Enea aveva costretto tutti gli dei
e la stessa Giunone a seppellire gli antichi rancori.
Posto su solide basi il potere del fiorente Iulo,
l'eroe era maturo per il cielo: Venere, la dea
di Citera, aveva lusingato gli dei, poi, abbracciata al collo
del proprio genitore, disse: "Padre mio, che mai
sei stato con me severo, ora sii ancora pi buono, ti prego,
e al mio Enea, che essendo del mio sangue, nonno
ti ha reso, concedi rango divino, anche se piccolo,
ma concediglielo. Gi una volta ha visto l'odioso regno
dei morti, gi una volta ha solcato i fiumi infernali: pu bastare".
Acconsentirono gli dei e anche la consorte di Giove
non rest impassibile, assentendo col volto rabbonito.
Allora il padre disse: "Siete entrambi degni di un dono celeste,
tu che chiedi, lui per il quale chiedi: sia come desideri".
Questo disse. Esultante la dea rende grazie al genitore,
e trasportata da una coppia di colombe nello spazio aperto,
scende sulla costa laurentina, dove nascosto fra i canneti
si snoda verso il mare vicino il Numicio con la sua corrente.
Al fiume lei ordina di mondare e di disperdere nel mare
col suo tacito corso tutto ci che in Enea  soggetto a morte.
Il nume del fiume esegue l'ordine della dea: purifica
col flusso delle sue acque Enea di tutto quanto era in lui
mortale, lasciandogli solo la parte pi pura.
Unse allora la madre con unguento divino il suo corpo
purificato, gli sfior la bocca con dolce nttare e ambrosia,
e lo rese un dio; un dio che il popolo dei Quiriti
chiama Indgete e onora con templi e con altari.

Alba e il regno latino passarono poi sotto il dominio
di Ascanio o Iulo che dir si voglia. A lui succedette Silvio,
quindi fu il figlio di questi, Latino, ad avere l'antico scettro
con lo stesso nome dell'avo. A Latino subentr Alba il grande,
a lui il figlio pito. Vennero poi Cpeto e Capi,
ma Capi per primo. Da loro il regno pass a Tiberino,
che, travolto dalla rotta del fiume etrusco,
a questo diede il nome. Da Tiberino nacquero Rmolo
e il fiero Acrota: Rmolo, pi maturo d'anni,
per colpito da un fulmine nello sforzo d'imitarlo;
Acrota, pi prudente del fratello, trasmise lo scettro
al forte Aventino, che giace sepolto nel colle
sul quale aveva regnato, lasciandogli il suo nome.
E gi a governare il popolo del Palatino era Proca.
Sotto il suo regno visse Pomona, che pari non ebbe nessuna
fra le Amadriadi latine a coltivare giardini,
nessuna pi appassionata delle piante da frutto:
da qui viene il suo nome. E non sono boschi o fiumi a piacerle,
quanto la campagna e i rami carichi di frutti maturi.
La sua destra non stringe un giavellotto, ma una falce adunca
con cui sfoltisce la vegetazione che trabocca e pota i rami
che s'intrecciano fra loro o incide una corteccia per innestarvi
una marza e offrire linfa al tralcio di un'altra pianta.
E non tollerando che soffrano la sete, irriga
con rivoli d'acqua le fibre contorte delle avide radici.
Questo  l'amor suo, il suo impegno, e di amplessi non ha brama.
Ma temendo la violenza dei contadini, recinge i frutteti
ed evita l'intrusione dei maschi vietando loro l'accesso.
Cosa non fecero per possederla i Satiri, giovani dediti
alle danze, e i Pan con le corna inghirlandate d'aghi
di pino, e Silvano, sempre pi giovanile
dei suoi anni, e quel dio che spaventa i ladruncoli
con la falce e il pene! Ma chi l'amava pi di tutti
era Vertumno, anche se non con fortuna migliore.
Oh, quante volte camuffato da robusto mietitore
port spighe in una cesta, e del mietitore era il vero ritratto!
Cingendosi a volte le tempie di fieno fresco, poteva
sembrare che avesse rivoltato l'erba falciata.
A volte nella mano rigida portava un pungolo,
s da giurare che avesse appena tolto il giogo ai giovenchi stanchi.
Con una falce in mano era un colono che sfronda e pota le viti;
con una scala in spalla pensavi che andasse a cogliere la frutta;
con la spada era un soldato, presa la canna un pescatore.
Insomma sotto gli aspetti pi diversi trovava sempre il modo
di godersi lo spettacolo di Pomona, della sua bellezza.
Un giorno poi, avvolto il capo in una cuffia colorata
e imbiancatisi i capelli sulle tempie, appoggiandosi a un bastone,
si camuff da vecchia, penetr nelle sue piantagioni
e ammirandone i frutti, esclam: "Quanto sei brava, Pomona!".
E alle lodi aggiunse una quantit di baci, come mai
una vecchia vera ne avrebbe dati. Poi sedette tutta curva
su una zolla, ammirando i rami incurvati dai frutti dell'autunno.
C'era di fronte un olmo avvolto da un rigoglio d'uva luccicante.
Elogiato l'olmo insieme alla vite che l'accompagnava, disse:
"Per se questo tronco se ne stesse l celibe, senza tralci,
non avrebbe nulla di attraente se non le proprie fronde.
E anche la vite, che si abbandona abbracciata all'olmo,
se non gli fosse unita, per terra giacerebbe afflosciata.
Ma a te l'esempio di questa pianta non dice nulla
ed eviti l'accoppiamento, non ti curi di congiungerti.
Oh, se tu lo volessi! Pi numerosi spasimanti dei tuoi
non avrebbero afflitto Elena, colei che scaten la guerra
dei Lpiti e la moglie del pavido o, se vuoi, coraggioso Ulisse.
E anche ora, ora che fuggi e respingi chi ti vorrebbe,
migliaia d'uomini ti bramano e dei, semidei
e tutte le divinit che vivono sui monti Albani.
Ma se vuoi essere saggia, se vuoi maritarti bene e ascoltare
questa vecchia che ti ama pi di tutti questi, e pi di quanto
tu creda, non accettare nozze banali e scegli
come compagno di letto Vertumno. Sul suo conto
posso garantirti io: lui non si conosce pi di quanto
lo conosca io. Non vaga qua e l frivolo per il mondo,
mondanit niente, e non fa come tanti che s'innamorano
d'ogni donna che vedono: tu sarai la sua prima e ultima
fiamma e a te sola dedicher tutta la sua vita.
Considera poi che  giovane e da natura ha il dono
della bellezza, che ha l'abilit di trasformarsi in ogni aspetto:
ordinagli l'impossibile, all'ordine diverr ci che vuoi.
E poi non avete gli stessi gusti? Non  il primo a prendersi
i frutti che ti stanno a cuore, a stringere lieto in mano i tuoi doni?
Ma ora non desidera i frutti spiccati dall'albero
o le succose verdure che crescono nel tuo giardino:
non desidera che te. Abbi piet del suo fuoco e ci
che implora, pensa che sia lui stesso per bocca mia a chiederlo.
Non temi il castigo degli dei, di Venere che detesta
gli animi duri, l'ira di Nmesi che nulla dimentica?
E perch cresca il tuo timore (molte cose la vecchiaia
mi ha permesso di sapere), ti narrer un episodio notissimo
in tutta Cipro, che credo possa piegarti e renderti pi mite.

Ifi, uomo d'umili natali, aveva visto Anassrete,
una nobile fanciulla dell'antica stirpe di Teucro;
l'aveva vista e in tutte le sue ossa aveva avvertito una vampa.
Dopo aver lottato a lungo, non riuscendo a vincere col giudizio
quella folle passione, and a spasimare davanti alla sua porta.
E l, confessato il suo infelice amore alla nutrice,
la scongiura, per il bene della fanciulla, d'essergli propizio;
oppure, blandendo questo o quello dei numerosi servitori,
si raccomanda angosciato che gli conceda il proprio appoggio.
Ma spesso affidava le sue parole a teneri biglietti,
e a volte appendeva alla sua porta ghirlande intrise
d'un fiume di lacrime o stendeva il suo corpo delicato
davanti alla soglia sbarrata, inveendo in pianto contro la spranga.
Lei, pi spietata del mare che si gonfia al tramonto dei Capretti,
pi dura del ferro temprato nelle fucine del Nrico
e della roccia viva che si abbarbica alla terra,
lo sprezza e lo deride, aggiungendo con perfidia alla crudelt
dei suoi atti parole arroganti e privandolo d'ogni speranza.
Dopo tanto penare Ifi non resse pi al dolore
e davanti alla porta pronunci queste estreme parole:
"Hai vinto, Anassrete: smetter d'infastidirti
coi miei lamenti. Prepara in letizia il tuo trionfo,
inneggia alla vittoria e incoronati di splendido alloro.
Hai vinto e io muoio senza rimpianti. Gioisci, donna di ferro!
Una volta almeno sarai costretta a lodare una mia azione:
ti faccio cosa gradita e dovrai riconoscermi qualche merito.
Sappi per che la mia passione per te si spegner
solo con la morte e sar per me come se morissi due volte.
Non saranno voci a recarti notizia della mia morte.
Io ti comparir davanti, non dubitare, potrai vedermi,
perch tu possa saziare i tuoi occhi crudeli col mio cadavere.
E se  vero che voi, numi, vedete le vicende dei mortali,
ricordatevi di me (la mia lingua non ha pi la forza
di pregarvi), fate che per secoli si parli ancora di me:
il tempo che m'avete tolto in vita, assegnatelo al mio ricordo".
Questo disse e, levando gli occhi in lacrime e le braccia pallide
verso quella porta che tante volte aveva ornato di ghirlande,
nell'atto di fissare un cappio all'architrave, url: " questo,
dimmi, il serto che ti piace, donna crudele e scellerata?".
V'infil il capo, ma sempre rivolto verso di lei,
e come peso morto penzol strozzato.
Urtata dallo scalciare dei piedi, la porta, con cigolii
che parevano d'angoscia e sgomento, si apr e rivel
l'accaduto. Levano un urlo i servitori e staccato (ormai tardi)
il corpo, lo riportano (morto il padre) alla casa della madre.
Lo strinse a s la madre, abbracci la salma fredda del figliolo
e, dopo aver levato i lamenti resi dai genitori in lutto,
dopo avere adempiuto ai rituali di tutte le madri in lutto,
guid piangente il funerale per le vie della citt,
portando smorta la salma sul feretro destinato alle fiamme.
Volle il fato che il dolente corteo passasse vicino alla casa
di Anassrete e che l'eco del pianto giungesse sino alle orecchie
di quella barbara, ormai incalzata dalla vendetta divina.
Turbata, mormor: "Guardiamo questo triste funerale",
e sal in cima alla casa affacciandosi a un'ampia finestra.
Ma non appena scorse Ifi disteso sul feretro,
le s'irrigidirono gli occhi, dal corpo velato di pallore
dilegu il tepore del sangue e, quando tent di ritrarsi,
rimase inchiodata dov'era, quando tent di girare il viso,
neppure questo pot; e a poco a poco quella pietra che da tempo
aveva nel suo duro cuore, le invase tutte le membra.
Non mento, credimi: a Salamina esiste ancora la statua
che serba la sua immagine e un tempio dedicato
a Venere lungimirante. Memore di ci, ninfa mia cara,
tronca, ti prego, la tua cruda ritrosia e unisciti a chi t'ama.
E io t'auguro che una gelata primaverile non danneggi
i frutti nascenti e che venti impetuosi non strappino i tuoi fiori".

Dopo aver parlato inutilmente come s'addiceva a una vecchia,
Vertumno riprese l'aspetto giovanile, abbandonando
gli abiti senili, e apparve a Pomona in tutto il suo splendore,
come quando il disco del sole, squarciando la coltre
delle nubi, senza che nulla l'offuschi, rifulge luminoso.
E si apprestava a prenderla con la forza, ma questa non serv:
sedotta dalla bellezza del nume, anche lei fu vinta da amore.

Poi resse il regno di Ausonia il governo militare
dell'iniquo Amulio, finch il vecchio Numitore, grazie ai nipoti,
non riprese il trono perduto. Nel corso delle feste Palilie
fu fondata la citt di Roma. Tazio e i capi sabini
mossero guerra e Tarpea, che aveva aperto la strada della rocca,
rese l'anima, per giusta punizione, sotto un cumulo d'armi.
Poi i giovani di Curi, in silenzio come lupi,
soffocando la propria voce, aggredirono le vedette vinte
dal sonno, arrivando alle porte che il figlio d'Ilia aveva sprangato
con solide travi. Ma fu la stessa figlia di Saturno
ad aprirne una, che gir sui cardini senza far rumore.
Soltanto Venere si accorse che le sbarre avevano ceduto,
e l'avrebbe richiusa, se a un dio fosse permesso disfare ci
che un dio ha fatto. Accanto al tempio di Giano, dove scorreva
una fonte freschissima, vivevano le Naiadi d'Ausonia.
A queste Venere chiese aiuto e le ninfe non ebbero cuore
di respingere la sua giusta richiesta: schiusero della fonte
tutte le vene e i getti. Tuttavia l'entrata del tempio di Giano,
allora aperta, era ancora accessibile, e l'acqua non la sbarrava.
Versarono allora nelle acque della sorgente livido zolfo,
incendiando con fumante bitume la cavit delle vene.
Con questi e altri accorgimenti il vapore penetr fin nelle falde
pi profonde, e voi, acque, che poco prima competere osavate
col gelo delle Alpi, ora non cedete in calore neppure al fuoco.
Fumano entrambi i battenti sotto quella pioggia di fiamme
e la porta, vanamente promessa ai severi Sabini,
fu sbarrata da quell'insolita fiumana per dare ai Romani
il tempo di prendere le armi. E dopo che Romolo scese in campo,
il suolo di Roma si copr di cadaveri sabini,
ma anche dei propri: empiamente le spade mescolarono
sangue di generi e sangue di suoceri. Alla fine
si ritenne opportuno porre fine alla guerra, senza combattere
all'ultimo sangue, e fare pace associando Tazio al potere.

Poi Tazio mor e tu, Romolo, rimanesti a governare
su entrambi i popoli, fin quando Marte, riposto il suo elmo,
con queste parole si rivolse al padre di uomini e dei:
"Ormai  tempo, padre mio, ora che la potenza dei Romani
poggia su solide basi e dipende da un unico capo,
di concedere il premio promesso a me e al tuo valoroso nipote:
s, di rapire Romolo alla terra e collocarlo in cielo.
Un giorno tu, di fronte agli dei riuniti a concilio, mi dicesti
(ricordo ancora la tua predizione e la porto scolpita in cuore):
"Un uomo vi sar, che tu porterai negli spazi azzurri
del cielo". Quanto dicesti dunque si compia".
Annu l'onnipotente, ottenebr d'impenetrabili nubi
il cielo e atterr il mondo con folgori e tuoni.
Marte avvert in quei segni la conferma dell'assunzione promessa
e, appoggiandosi alla lancia, sal sul suo carro, incit
con la frusta gli impavidi cavalli aggiogati al timone
insanguinato e, tuffandosi attraverso lo spazio,
si ferm sulla cima erbosa del colle Palatino:
qui rap il figlio d'Ilia che governava da re
i suoi Quiriti. Penetrando negli strati sottili dell'aria,
il corpo di Romolo si dissolse, come una palla di piombo,
scagliata da una balestra, si strugge volando nel cielo.
E apparve una figura di grande bellezza, pi degna dei sogli
divini: l'immagine di Quirino avvolto nel suo manto.

La moglie Ersilia piangeva Romolo per morto; e allora Giunone,
la regina degli dei, ordin a Iride di scendere
lungo il suo arco e di riferire alla vedova questo messaggio:
"Signora, che del Lazio e della gente sabina sei vanto sommo,
degnissima consorte sinora di un eroe cos grande
e degnissima d'essere d'ora in poi sposa di Quirino,
non piangere pi, e se hai desiderio di rivedere il tuo uomo,
seguimi sino al bosco che verdeggia sul colle Quirino
e che avvolge d'ombra il tempio del re romano".
Iride obbedisce, scende sulla terra lungo il suo arco
variopinto e parla a Ersilia come le era stato ordinato.
E lei, nella sua deferente modestia, levando appena il viso:
"O dea, anche se non saprei dire quale tu sia,
ma che sei dea lo so, conducimi", risponde, "e mostrami
il volto del mio sposo. Se il destino anche una sola volta
mi conceder di rivederlo, dir d'aver toccato il cielo".
E senza indugio, insieme alla vergine figlia di Taumante,
sale sul colle di Romolo. L, staccatasi dall'etere,
una stella cade sulla terra e la chioma di Ersilia, incendiata
dal suo fulgore, svanisce con la stella nell'aria.
Il fondatore di Roma la moglie accoglie con affetto
tra le braccia e col corpo le muta il nome che aveva:
la chiama Ora, una dea che oggi  associata a Quirino.
...
.
...
LIBRO QUINDICESIMO.
...
.
...
Si cerca intanto qualcuno che sia in grado di sostenere
un onere cos grave e succedere a un re cos grande.
L'opinione pubblica, che  misura del vero, designa
l'illustre Numa: non solo conosce usi e costumi della gente
sabina; non contento, con la sua mente fervida aspira a cose
pi grandi, dedicandosi a studiare la natura.
Proprio questa passione l'indusse a lasciare Curi e la sua patria
per spingersi sino alla citt che aveva ospitato Ercole.
E quando chiese chi fosse stato a fondare in terra italica
quella citt greca, uno degli anziani che vivevano in quel luogo,
non digiuno di storia antica, cos gli rispose:

"Si dice che, con una moltitudine di buoi spagnoli, Ercole,
dopo un viaggio felice, giungesse dall'Oceano al capo Lacinio
e che, lasciata la mandria a vagare sui teneri prati,
entrasse nella casa ospitale del famoso Crotone,
placando col riposo sotto quel tetto l'immane sua fatica;
e che poi partendo dicesse: "Al tempo dei nostri nipoti,
qui sorger una citt". E la promessa si avver.
Nell'Argolide, infatti, nacque da Almone un certo Mscelo,
che fu in quel tempo la persona pi cara agli dei.
Una notte, mentre era immerso in un sonno profondo, Ercole,
chinandosi su lui, gli disse: "Lascia la tua patria, via,
e cerca del remoto sare la corrente ghiaiosa!".
E gli minaccia sciagure tremende se non avesse obbedito.
Dopo di che, sonno e dio armato di clava svaniscono insieme.
Il figlio di Almone si alza e ripensa in silenzio alla visione
appena avuta, combattuto a lungo dall'indecisione:
un nume gli ordina di andare, ma la legge vieta di partire
e per chi vuole cambiare patria vi  la pena di morte.
Nel mare aveva il sole immacolato nascosto il capo splendente
e una notte fittissima aveva levato il suo capo stellato:
riappare a Mscelo lo stesso dio che gli ordina la stessa cosa
e rincara la quantit delle minacce, se non obbedisce.
Sgomento, si accinge a trasferire in un'altra terra
la casa avita: un mormorio si diffonde per la citt.
L'accusa: disprezza la legge. E quando al termine dell'istruttoria,
senza bisogno di testimoni, viene accertato il crimine,
l'imputato in gramaglie, levando viso e mani agli dei, esclama:
"O tu, che con le dodici fatiche ti sei meritato il cielo,
aiutami, ti prego: se sono colpevole lo devo a te!".
Era costume antico usare sassolini bianchi e neri,
questi per condannare gli imputati, quelli per assolverli.
Anche allora la penosa sentenza fu emessa con questa regola,
e tutti i sassolini immessi nell'urna atroce furono neri.
Ma quando l'urna, capovolta, sparse i sassolini per il computo,
il colore di tutti si mut da nero in bianco,
e la sentenza, resa favorevole per provvidenza di Ercole,
mand assolto il figlio di Almone. Ringraziato l'Anfitrionade,
suo difensore, Mscelo col favore del vento
solca il mare Ionio e oltrepassa Taranto, fondata
dagli Spartani, Sibari, Vereto, citt salentina,
il golfo di Turi, Crmisa e le piane della Iapigia;
dopo aver percorso le terre che si affacciano sul litorale,
trova per volont del fato la foce del fiume sare
e da l, non lontano, il tumulo, sotto il quale riposano
le venerate ossa di Crotone. In quel luogo, come ordinato,
erige le mura della citt che trae il nome dal sepolto".
Queste le origini, come attesta sicura tradizione,
di quel luogo e di quella citt posta in territorio italico.

Qui viveva in volontario esilio, per odio verso la tirannide,
un uomo nativo di Samo, ma che era fuggito da quest'isola
e dai suoi despoti. Costui si alz con la mente sino agli dei,
pur cos remoti negli spazi celesti, e ci che la natura
nega alla vista umana, lo comprese con l'occhio dell'intelletto.
E dopo aver sviscerato ogni cosa col pensiero e attento studio,
insegnava alla gente, e a schiere di discepoli, che silenziosi
pendevano dalle sue labbra, spiegava i princpi
dell'universo, il senso delle cose e l'essenza della natura,
di dio, come si forma la neve, qual  l'origine dei fulmini,
se  Giove o il vento a provocare i tuoni squarciando le nubi,
che cosa scuote la terra, per quale legge vagano le stelle,
e ogni altro mistero. Per primo biasim che s'imbandissero
animali sulle mense; per primo, ma rimase inascoltato,
schiuse la sua bocca a questo discorso pieno di saggezza:

"Evitate, mortali, di contaminare il corpo con vivande
nefande. Ci sono i cereali, i frutti che piegano
col loro peso i rami e i turgidi grappoli d'uva sulle viti.
Ci sono erbe saporite ed altre che si possono rendere
pi gradevoli e tnere con la cottura. E poi non vi si nega
il latte o il miele che conserva il profumo del timo.
La terra vi fornisce a profusione ogni ben di dio per nutrirvi
e vi offre banchetti senza bisogno d'uccisioni e sangue.
Con la carne placano la fame gli animali e neppure tutti:
cavalli, greggi e armenti vivono d'erba.
Solo quelli d'indole feroce e selvatica,
le tigri d'Armenia, i collerici leoni
e i lupi, gli orsi gustano cibi lordi di sangue.
Ahim, che delitto infame  ficcare visceri nei visceri,
impinguare un corpo ingordo rimpinzandolo con un altro corpo,
mantenersi in vita con la morte di un altro essere vivente!
Fra tutte le risorse che partorisce la terra, la migliore
d'ogni madre, altro davvero non ti piace se non sbranare
con ferocia carni straziate, rinnovando gli usi dei Ciclopi?
Solo uccidendo un altro essere potrai forse placare
il languore del tuo ventre vorace e sregolato?
Eppure quell'antica et, che abbiamo chiamata dell'oro,
era felice dei frutti degli alberi e delle erbe che produce
la terra, e non contaminava la bocca col sangue.
Gli uccelli allora battevano le ali tranquilli nell'aria,
senza timore la lepre vagava in mezzo ai campi
e il pesce, per sua ingenuit, non si ritrovava appeso all'amo:
il mondo, senza insidie, senza alcun inganno da temere,
era pervaso di pace. Ma poi un individuo sciagurato,
chiunque sia stato, invidioso del vitto dei leoni,
cominci a inghiottire nell'avido ventre cibi di carne
e apr la strada al crimine. All'inizio, credo, il ferro
si macchi e s'intiepid del sangue d'animali feroci;
doveva bastare: uccidere bestie che cercavano
di sbranarci non , lo riconosco, un'empiet.
Ma se era giusto ucciderle, non dovevamo poi nutrircene.
Da l lo scempio si spinse ben oltre: la vittima che per prima
merit di morire pare fosse il maiale, perch col grugno
sconvolgeva i seminati annullando la speranza di un'annata;
poi, perch brucava le viti, fu immolato sull'ara di Bacco
per punizione il capro: a entrambi nocque il loro fallo.
Ma voi che male fate, pecore, placide bestie nate
per servire l'uomo, che nttare portate nelle gonfie poppe,
che donate la vostra lana per le nostre morbide
vesti, che pi utili ci siete vive che morte?
Che male ci ha fatto il bue, animale incapace di frode e inganni,
innocuo, semplice, nato solo per lavorare?
Un bell'ingrato, indegno persino del dono delle messi,
chi ha il coraggio d'uccidere il suo aiutante appena liberato
dal peso del curvo aratro, chi tronca con la scure
quel collo corroso dalla fatica, grazie al quale tante volte
ha rianimato il duro suolo e immagazzinato raccolti.
E non bast che si accettasse un tale scempio: nel misfatto
si coinvolsero persino i numi, con l'idea che gli esseri
celesti godessero per la morte del laborioso giovenco.
La vittima senza macchia e bellissima d'aspetto
(guai essere troppo belli!), ornata tutta di bende e d'oro,
e posta di fronte all'altare, ascolta ignara le preghiere,
si vede collocare in fronte, fra le corna, il farro
che lei stessa ha fatto crescere, e colpita tinge di sangue
la lama, che forse ha intravisto in uno specchio d'acqua.
E subito vengono esaminati i visceri, estratti dal petto
ancora palpitante, per scrutarvi le intenzioni degli dei.
E voi (tanta  nell'uomo la bramosia di cibi vietati)
osate cibarvene, genia di mortali? No, non fatelo,
vi supplico, ascoltate attentamente i miei ammonimenti,
e quando al vostro palato offrite membra di buoi sgozzati,
sappiate e abbiate coscienza che state mangiando i vostri coloni.
E poich  un dio a muovere le mie labbra, questo dio che muove
le mie labbra io lo seguir devotamente, e aprir la mia Delfi
e il cielo stesso, sveler i responsi della sapienza divina.
Grandi cose canter, cose mai indagate dall'intelletto
degli avi e rimaste nell'ombra. Giusto  spaziare fra gli astri
sublimi, giusto sollevarsi da terra, da questi luoghi inerti,
e portati dalle nubi, posarsi sul dorso forte di Atlante,
guardando di lass gli uomini che in lontananza, senza ragione,
vagano inquieti, intimoriti dalla morte,
e cercare di esortarli, spiegando le regole del destino.
O stirpe sbigottita dal terrore di una morte gelida,
perch temete lo Stige, le tenebre, nomi privi di senso,
nutrimento di poeti, pericoli di un mondo immaginario?
I corpi, dissolti dalle fiamme del rogo o dai guasti del tempo,
non sono pi in grado di soffrire, questo  certo.
Le anime invece non muoiono e sempre, lasciata l'antica sede
e accolte in un nuovo corpo, vi si insediano e continuano a vivere.
Io stesso, ricordo, al tempo della guerra di Troia
ero il figlio di Panto, l'Euforbo che un giorno fu trafitto
in pieno petto dall'asta violenta del minore degli Atridi:
nel tempio di Giunone ad Argo, dove regna Abante, tempo fa
ho riconosciuto lo scudo che allora armava il mio braccio.
Tutto si evolve, nulla si distrugge. Lo spirito vaga
dall'uno all'altro e viceversa, impossessandosi del corpo
che capita, e dagli animali passa in corpi umani,
da noi negli animali, senza mai deperire nel tempo.
Come la cera duttile si plasma in nuovi aspetti,
non rimanendo qual era e senza conservare la stessa forma,
ma sempre cera , cos, vi dico, l'anima
 sempre la stessa, ma trasmigra in varie figure.
Dunque, perch la piet non sia vinta dall'ingordigia del ventre,
vi ammonisco, evitate d'esiliare con strage nefanda l'anima
di chi pu esservi parente, e che di sangue si alimenti il sangue.
E poich ormai mi sono inoltrato su questo vasto mare e al vento
ho spiegato le vele: in tutto il mondo non v' nulla che persista.
Tutto scorre, ogni apparizione ha forma effimera.
Lo stesso tempo fugge con moto incessante,
non altrimenti del fiume: come il fiume infatti neppure l'ora
pu fermarsi nella fuga, ma come dall'onda  sospinta l'onda
e quella che giunge  incalzata e incalza l'onda precedente,
cos svanisce e nello stesso istante ricompare il tempo,
rinnovandosi di continuo: ci che  stato si dissolve,
ci che non esisteva avviene, e ogni momento si ricrea.
Tu vedi come al termine le notti tendano verso la luce
e come lo splendore del sole succeda al buio della notte.
Anche il colore del cielo non  il medesimo, quando ogni cosa
giace stanca nel sonno e quando sorge splendente Lucifero
sul suo bianco destriero; ed altro  ancora quando, all'alba,
l'Aurora tinge il mondo prima d'affidarlo al Sole.
E anche il disco di questo dio, quando al mattino sorge
rosseggia e rosseggia quando tramonta all'orizzonte;
ma al suo culmine  candido, perch l pi pura  la qualit
dell'aria e lontano pu sottrarsi alle esalazioni della terra.
N mai uguale a s stessa pu essere di notte
la luna: sempre pi piccola  oggi di domani
se  in fase crescente, pi grande se  in quella calante.
E poi non vedi che l'anno si snoda in quattro stagioni diverse,
come se cercasse d'imitare la nostra vita?
Tenero, come un bambino che succhi ancora il latte,
 l'anno a primavera: allora l'erba fresca e ancora elastica
 turgida, morbida, e incanta di speranze i contadini;
allora tutto fiorisce e del colore dei fiori sorride
la campagna in sboccio, ma nelle fronde ancora non c' forza.
Dopo primavera, l'anno invigorito si trasforma in estate
crescendo in baldo giovane: non c' infatti stagione pi robusta,
stagione pi feconda o ardente dell'estate.
E viene l'autunno che, perduto il fervore della giovinezza,
 maturo e mite, giusto in equilibrio fra un giovane
e un vecchio, con qualche capello bianco sparso sulle tempie.
Infine con passo incerto, senile e squallido, giunge l'inverno,
spoglio dei suoi capelli o, se qualcuno gliene rimane, canuto.
Anche il nostro corpo si modifica senza sosta,
continuamente, e domani pi non saremo ci che siamo stati
o che siamo. Passato  il tempo in cui, come semplice seme,
germe di nuova vita, alloggiavamo nel grembo materno.
La natura intervenne con mani sapienti: non permise
che il corpo racchiuso nel ventre teso della madre
soffocasse e da quella dimora lo fece uscire all'aria aperta.
Venuto alla luce, il bambino giace senza forze;
poi, come un animale, trascina il suo corpo a quattro zampe;
e a poco a poco, barcollando sulle gambe ancora un po'malferme,
riesce a drizzarsi, aiutando i muscoli con qualche sostegno.
Diventato agile e vigoroso, trascorre la giovinezza,
e quindi, passati anche gli anni della mezza et,
si avvia al tramonto lungo il cammino in declino della vecchiaia.
Questa corrode e distrugge il vigore dell'et
precedente: e Milone invecchiato piange al vedere flaccide
e cadenti le proprie braccia, che un tempo per la solidit
della massa muscolare assomigliavano a quelle d'Ercole.
E piange Elena, quando nello specchio scorge i segni del tempo,
chiedendosi come abbiano potuto rapirla due volte.
O tempo divoratore e tu, vecchiaia invidiosa,
tutto distruggete: dopo averla intaccata coi morsi degli anni,
a poco a poco ogni cosa consumate di morte lenta.
Neppure quelli che chiamiamo elementi rimangono immutati:
prestatemi attenzione, vi insegner per quali vicende passino.
Di quattro sostanze generatrici consta l'universo eterno:
di queste, due sono pesanti, terra ed acqua,
e per il loro peso sono trascinate in basso;
le altre due sono prive di peso e, se nulla le tiene premute,
tendono ad elevarsi, l'aria e, pi puro dell'aria, il fuoco.
Questi elementi sono separati nello spazio, e tuttavia
da loro nasce ogni cosa e in loro ritorna. La terra fondendosi
si liquefa in acqua, il liquido al tepore del vento
evapora in aria, e l'aria a sua volta, privata del peso,
balza verso l'alto e, rarefatta com', sprigiona fiamme.
Poi il percorso s'inverte e il processo si ripete in senso opposto:
il fuoco condensandosi si muta nell'aria che  pi compatta,
questa in acqua, e l'acqua coagulandosi forma la terra.
Nulla conserva il proprio aspetto e la natura,
che tutto rinnova, forgia da una struttura altre strutture;
e nulla, credetemi, in tutto l'universo si dissolve,
ma cambia assumendo nuovo aspetto; e noi nascere chiamiamo
l'avvio ad essere ci che non si era e morire
cessare d'esserlo. E malgrado questo si trasformi in quello
e quello in questo, l'insieme rimane sempre uguale.
Ed io propendo a credere che nulla conservi lo stesso aspetto
a lungo. E come dall'et dell'oro a quella del ferro  passato
il tempo, cos dei luoghi  mutato pi volte il destino.
Io ho visto farsi mare ci che un tempo era terraferma,
ho visto terre nascere dal mare, ho visto che lontano
dai flutti vengono alla luce conchiglie marine
e che si trovano antiche ncore in cima ai monti.
Cascate d'acqua hanno trasformato pianure in valli,
alluvioni hanno trascinato monti al mare,
e luoghi prima paludosi sono deserti di sabbia,
altri un tempo riarsi sono bagnati dal ristagno di paludi.
Qui la natura ha fatto scaturire nuove fonti,
l le ha chiuse, e quanti terremoti scotendo il cuore della terra
han fatto sgorgare fiumi, altrettanti li hanno interrati seccandoli.
Cos il Lico, inghiottito da una voragine del terreno,
rispunta pi lontano, rinascendo da un'altra sorgente;
cos il grande Erasino che, risucchiato dal suolo,
scorre impetuoso sottoterra, riappare poi nella piana d'Argo.
E in Misia il Caco, pentitosi, sembra, della sua fonte
e delle sponde che aveva, oggi segue diverso percorso.
E l'Amenano, che trascina sabbie di Sicilia,
a volte scorre, a volte, inaridita la sorgente, si prosciuga.
L'Anigro, un tempo potabile, oggi riversa un'acqua
che farai bene a non toccare, da quando i Centauri
(se non si deve negare fede ai poeti) in quel fiume lavarono
le ferite a loro inferte dall'arco di Ercole, armato di clava.
E ancora: l'pani, che nasce dai monti di Scizia,
ora dal sale amaro non ha forse guaste le sue acque dolci?
Antissa, Faro e Tiro in Fenicia erano un tempo lambite
tutte intorno dai flutti: di queste nessuna  oggi un'isola.
Gli abitanti di Leucade vivevano sul continente,
ora son circondati dal mare. Anche Zancle era unita all'Italia,
si dice, finch il mare non ne invase i margini
e, insinuandosi coi flutti, non ne isol la terra.
Se tu cercassi le citt dell'Acaia lice e Buri,
le troveresti sott'acqua: ancor oggi i marinai
sogliono mostrare le citt diroccate e le mura sommerse.
Vicino a Trezene, citt di Pitteo, si leva altissimo un colle
senza neppure un albero, un tempo pianura di campagna
e ora appunto colle: questo perch (e incute terrore raccontarlo)
la violenza selvaggia dei venti, chiusa in cieche caverne,
volendo erompere da qualche parte, dopo aver lottato invano
per godere di maggior libert nel cielo, visto che non c'era
in tutti quei sotterranei una fessura per dar sfogo alle raffiche,
tendendola gonfi la terra, come il fiato della bocca
gonfia una vescica o un sacco fatto con pelle
di caprone: gonfiato  rimasto questo luogo e ha l'aspetto
di un'alta collina consolidatasi col passare del tempo.
Bench moltissimi esempi visti o sentiti mi vengano in mente,
ne citer solo qualcuno. Che forse anche l'acqua
non mostra e assume nuovi aspetti? A mezzogiorno, Ammone,
la tua corrente  gelida, all'alba e al tramonto invece si riscalda.
Gli Atamani si racconta che accendano la legna fradicia
d'acqua, quando il disco della luna  ridotto al minimo.
I Cconi hanno un fiume che, attinto per bere, rende i visceri
di sasso, e riveste di marmo le cose con cui viene a contatto.
Il Crati e il Sibari, che delimita i nostri campi,
rendono i capelli simili all'ambra e all'oro.
E, cosa ancor pi stupefacente, vi sono acque in grado
di trasformare non soltanto i corpi, ma persino gli animi.
Chi non ha udito parlare della sinistra fonte di Salmcide
e dei laghi d'Etiopia? Se qualcuno vi si abbevera,
o impazzisce o cade in un sonno incredibilmente profondo.
Chiunque si disseti alla fonte di Clitorio,
detesta il vino e, fattosi astemio, apprezza soltanto l'acqua pura:
o perch in quella fonte v' un potere opposto al calore del vino
o perch, come dice la gente del luogo, il figlio di Amitone,
dopo aver sottratto alla pazzia con formule ed erbe
le figlie di Preto, gett in quell'acqua gli ingredienti adatti
a purgare le menti e nei flutti rimase l'avversione al vino.
Di effetto opposto  il fiume che scorre nelle contrade
dei Lincesti: chiunque ne gusti sorsate troppo abbondanti
vacilla sulle gambe come se avesse bevuto vino puro.
In Arcadia c' un lago infido, chiamato dagli antichi Feneo,
che di notte  bene temere per l'ambiguit dell'acqua sua:
bevuta di notte fa male, di giorno si beve senza danno.
Laghi e fiumi possono infatti avere propriet
diversissime. Ci fu un tempo in cui Ortigia vagava sul mare;
ora  ferma. La nave Argo temette a suo tempo le Simplgadi
che si scontravano fra loro squassate dalla furia dei flutti,
mentre ora restano immobili e resistono ai venti.
E l'Etna, che erutta fuoco dalle sue fornaci di zolfo,
non sar sempre in fiamme, n infatti lo fu sempre in passato.
Perch, se la terra  animata e vive avendo
in diversi luoghi spiragli che esalano fiamme,
pu ben mutare queste vie di sfogo e, ogni volta che s'agita,
chiudere queste caverne ed aprirne altre.
Se poi vi sono venti imprigionati nei recessi della terra
e questa s'infoca sotto il loro assalto che scaglia sassi
contro sassi e materia con in s i germi del fuoco,
quegli stessi recessi torneranno freddi al placarsi dei venti.
Se infine  la propriet del bitume a scatenare incendi,
o  lo zolfo giallo ad ardere con un filo di fumo,
 chiaro che quando la terra, consumate nel corso dei secoli
queste energie, non fornir pi cibo e alimenti grassi alle fiamme,
l'ingorda natura, venendole a mancare il nutrimento,
non regger alla fame ed esaurita lascer esaurire i fuochi.
Corre voce che a Pallene, nel paese degli Iperbrei,
la gente si ritrovi col corpo velato di leggere piume,
se nove volte s'immerge nella palude di Tritone.
Io per non ci credo. Si racconta che anche le donne di Scizia
ottengano lo stesso effetto ungendosi con liquidi incantati.
Ma se si deve dar fede a fenomeni provati,
non vedi come i corpi, che si decompongono col tempo
o si dissolvono al calore, poi si trasformino in tanti insetti?
Abbatti a scelta qualche toro e sotterralo in una fossa:
 risaputo, dai visceri imputriditi dappertutto nascono
le api, che amando i fiori si diffondono per la campagna,
come chi le ha generate, e operose pensano al futuro.
Dal bellicoso cavallo, sepolto in terra, nasce il calabrone.
Se al granchio dei litorali strappi le curve chele
e lo ricopri di terra, dalla parte sepolta
sbuca uno scorpione, che ti minaccia con l'uncino della coda.
E i bruchi campagnoli, che tessono bianchi filamenti
tra le frasche, come ben sanno i contadini,
mutano il loro aspetto in quello di farfalle mortuarie.
Il fango contiene germi che danno origine a verdi ranocchi,
e li genera mozzi, senza piedi; poi li fornisce di zampe
adatte al nuoto e, perch siano in grado di spiccare lunghi salti,
le zampe posteriori sono pi lunghe delle anteriori.
Un cucciolo non  quello appena partorito dall'orsa,
ma carne a stento viva:  la madre che gli plasma le membra
leccandolo e gli dona l'aspetto che lei stessa possiede.
Non vedi come le larve delle api che ci danno il miele,
celate in celle esagonali, nascono prive di estremit
e solo in seguito acquistano prima le zampe e poi le ali?
Se non lo sapessimo, chi potrebbe immaginare che dal tuorlo
dell'uovo nascono l'uccello di Giunone con un firmamento
di stelle sulla coda, quello che fa da armigero a Giove,
le colombe di Venere e ogni altra specie di uccello?
E v' chi crede che dentro il sepolcro, quando la spina dorsale
imputridisce, l'umano midollo si muti in serpente.
Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri;
l'unico a nascere riproducendosi da s  un uccello
che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive,
ma di lacrime d'incenso e stille d'amomo,
e quando giunge a cinque secoli di vita,
se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli,
col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame.
E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe
di nardo fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra,
vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi.
Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo
di fenice, che  destinato a vivere altrettanti anni.
E quando l'et gli ha dato le forze per reggere alla fatica,
libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido,
religiosamente prende con s la culla, sepolcro del padre,
e, giunto sull'alito dell'aria alla citt di Iperione,
davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.
Ma se in questi fenomeni c' qualcosa di strano, che stupisce,
anche della iena dobbiamo stupirci, che alterna i ruoli:
ora  femmina e si fa montare dal maschio, ora  maschio.
Cos pure di quell'animale, che si nutre d'aria e di vento,
e che qualunque cosa tocchi, in un attimo ne assume il colore.
L'India, vinta da Bacco, il dio dei pampini, gli don delle linci:
tutto ci che spurga dalle loro vesciche, si racconta,
si muta in pietre e si congela al contatto dell'aria.
Cos pure s'indurisce il corallo nell'istante in cui
viene toccato dall'aria: prima, sott'acqua, era un'alga flessuosa.
Finir il giorno e Febo immerger nelle profondit del mare
i suoi cavalli anelanti, prima ch'io possa parlando elencare
tutto ci che assume un nuovo aspetto. Mutano i tempi,
lo vediamo: cos in un luogo popoli diventano potenti,
in un altro decadono. Cos Troia fu grande per ricchezze
e uomini, e per un decennio pot versare un fiume di sangue:
ora, rasa al suolo, non mostra che antiche rovine
e, come uniche ricchezze, le tombe degli avi.
Famosa fu Sparta, potente la grande Micene,
e cos la rocca di Ccrope e quella di Anfone.
Sparta  terra desolata, l'altera Micene  caduta;
Tebe, la citt di Edipo, oltre il mito, che cos'?
e di Atene, la citt di Pandone, oltre il ricordo, cosa resta?
Ora, come  noto, fondata dai Troiani, sta sorgendo Roma,
che sulle rive del Tevere, nato in Appennino,
getta le fondamenta di un impero senza uguali.
Dunque, mentre cresce, anche Roma muta aspetto e un giorno
sar capitale del mondo intero. Cos affermano indovini
e oracoli, si dice; e a quel che rammento, gi leno,
figlio di Priamo, quando la sorte di Troia vacillava,
aveva detto a Enea, che piangeva, dubitando di salvarsi:
"Figlio di Venere, se ti son noti i presagi della mia mente,
credi, Troia non finir del tutto, perch tu ti salverai.
Un varco si aprir tra ferro e fuoco: partirai, portando in salvo
i Penati di Pergamo, e andrai vagando, finch
non troverai una terra straniera pi amica della tua patria.
E anche vedo che i nipoti dei Frigi dovranno fondare
una citt, come nessuna esiste, esister od  esistita.
Nei secoli, diversi condottieri la renderanno potente,
ma chi la far signora del mondo sar un uomo della stirpe
di Iulo; e quando se ne sar avvalsa la terra, di lui godranno
le dimore celesti, perch il cielo sar la sua meta".
Ci che leno predisse ad Enea, perch portasse con s i Penati,
memore lo riporto, e perci mi rallegro che sorgano mura
della mia gente e che i Pelasgi abbiano vinto a vantaggio dei Frigi.
Ma per non galoppare troppo lontano, dimenticando
la meta: il cielo e tutto ci che sotto il cielo esiste
cambia aspetto, e cos la terra e tutto ci che sulla terra esiste;
anche noi, come parte del mondo, che non siamo soltanto corpo,
ma anime alate, e possiamo trovar ricetto in animali
selvatici o nasconderci nel corpo di quelli domestici.
Difendiamo e rispettiamo quei corpi che potrebbero ospitare
l'anima di genitori e fratelli, di persone
unite a noi da qualche vincolo, o in ogni caso d'esseri umani;
non imbandiamo carni che ricordino quelle di Tieste.
Che malvagia abitudine contrae, come si dispone a versare
sangue umano, l'infame che col ferro squarcia
la gola a un vitello senza scomporsi ai suoi muggiti!
o che ha il coraggio di sgozzare un capretto che manda
vagiti come un bambino, o di cibarsi di un uccellino
che lui stesso ha imbeccato! Quanto ci vuole ancora
per giungere a un delitto vero? Da qui dove si pu arrivare?
Che il bue ari, e se muore sia colpa di vecchiaia;
che la pecora ci fornisca le armi contro i brividi di Borea;
che le caprette ci offrano da mungere le poppe gonfie.
Eliminate reti, cappi, lacci e ogni altra trappola!
Non ingannate gli uccelli con rami spalmati di vischio,
non tendete tranelli ai cervi con spauracchi di piume,
non celate adunchi ami con esche ingannatrici.
Uccidete gli animali nocivi, ma uccideteli soltanto;
astenetevi dal mangiarli e gustate solo cibi incruenti".

Indottrinato da questi ed altri discorsi, si racconta
che Numa tornasse in patria e che, sollecitato da tutti,
prendesse nelle sue mani le redini del popolo laziale.
Felicemente sposato a una ninfa e guidato dalle Camene,
insegn i riti sacrificali e convert all'arte
della pace una gente avvezza a combattere con ferocia.
Quando poi, vecchissimo, giunse al termine della vita e del regno,
piansero la sua morte tutte le donne del Lazio,
il popolo e gli anziani. E la moglie, lasciata la citt,
and a nascondersi nelle fitte selve della valle di Aricia,
disturbando con i suoi gemiti e i suoi lamenti il culto di Diana
importato da Oreste. Oh quante volte le ninfe di boschi e laghi
la esortarono a non farlo, pronunciando parole di conforto!
Quante volte l'eroe, figlio di Teseo, le disse, mentre piangeva:
"Trattieniti, la tua sorte non  la sola che si debba piangere.
Guarda quanti casi d'altri sono simili: sopporterai meglio
anche il tuo. Volesse il cielo che l'esempio degli altri
fosse in grado di consolarti! Ma anche il mio va bene.
Se parlando sei venuta a sapere di un Ippolito
che mor per la credulit di suo padre e le menzogne
della scellerata matrigna, ti stupirai (e come provartelo?),
ma quell'Ippolito son io. Un giorno, dopo aver tentato invano
d'indurmi a violare il letto di mio padre, la figlia di Pasfae,
sovvertendo la colpa, m'accus, sciagurata, d'aver voluto
ci che lei voleva (pi per timore di un'accusa o per l'offesa
del rifiuto?), e mio padre mi cacci dalla citt senza ragione,
maledicendomi con invettive di fuoco mentre partivo.
Sul mio cocchio fuggivo verso Trezene, la citt di Pitteo,
e gi stavo percorrendo la costa di Corinto,
quando il mare s'ingross e vidi un'enorme quantit d'acqua
incurvarsi e crescere come una montagna,
prorompendo in muggiti e fendendosi sulla cima.
Dallo squarcio dei flutti balz fuori un toro con le corna,
che ergendosi nell'aria trasparente sino al petto,
vomit parte del mare dalle narici e dalle fauci aperte.
Ai miei compagni gel il cuore; io rimasi imperterrito,
preoccupato com'ero dell'esilio. Quand'ecco che d'impeto
i cavalli volgono il muso al mare e, con le orecchie ritte,
s'imbizzarriscono atterriti dal mostro e lanciano a precipizio
il cocchio verso l'alta scogliera. Invano io mi sforzo
di frenarli col morso cosparso di bianca bava
e rovesciato indietro tiro al limite le redini.
La furia dei cavalli si sarebbe smorzata ai miei sforzi,
se una ruota, l dove gira senza fine intorno all'asse,
urtando un tronco, non si fosse sconnessa andando in frantumi.
Fui sbalzato dal carro, e tu allora avresti visto, avvinto com'ero
alle redini, le mie viscere frementi trascinate al suolo,
i muscoli impigliati negli sterpi, le membra in parte travolte,
in parte abbandonate indietro, ed ossa fratturate che emettevano
sordi rumori, l'anima stanca che spirava, non una parte
del corpo che potessi riconoscere, tutto un'unica piaga.
E tu, o ninfa, puoi od osi paragonare la tua sciagura
alla mia? Io poi ho visto i regni privi di luce
e ho risanato il mio corpo straziato nell'onda del Flegetonte.
Se ho riavuto la vita,  stato solo per il potere di un farmaco
del figlio di Apollo. E quando mi fu resa, malgrado le proteste
di Dite, grazie ad erbe portentose e all'arte della medicina,
Diana, perch riapparendo non suscitassi invidia
per un simile dono, mi copr con una densa nube,
e perch vivessi tranquillo mostrandomi senza noie,
mi accrebbe gli anni e mi diede un volto irriconoscibile.
A lungo fu incerta se mandarmi a vivere a Creta
oppure a Delo; ma scartate sia Delo che Creta,
mi port qui, e qui m'ingiunse d'abbandonare il mio nome,
che avrebbe potuto ricordare i cavalli, dicendomi: "Tu,
che ti chiamavi Ippolito, d'ora in poi sarai Virbio".
Da allora io vivo in questo bosco; divinit minore, mi celo
all'ombra della mia potente signora e mi annovero fra i suoi".

Le sciagure altrui non valsero tuttavia ad alleviare
il dolore di Egeria. Distesa sulla terra ai piedi di un monte,
lei si sciolse in lacrime, finch la sorella di Febo, commossa
dal cordoglio che l'affliggeva, trasform il suo corpo in una fresca
sorgente, dissolvendo le sue membra in una corrente perenne.
Quel prodigio impression le ninfe, e lo stesso figlio
dell'Amazzone rimase stupito, come quell'etrusco
che arando vide fra i campi una zolla portentosa
prima muoversi da sola, senza che alcuno la spostasse,
poi assumere forma d'uomo, perdendo quella di zolla,
e schiudere le labbra appena nate per rivelare il destino:
gli indigeni lo chiamarono Tagete e fu il primo ad insegnare
il modo di prevedere il futuro alla gente d'Etruria.
O si stup come Romolo il giorno in cui vide improvvisamente
coprirsi di fronde un'asta infissa sul colle Palatino,
un'asta retta da nuove radici, non da un ferro spinto in terra,
che ormai non pi arma, ma pianta dai rami flessibili,
offriva un'ombra inaspettata alla gente allibita.
O come Cipo, quando nell'acqua del fiume vide le sue corna.
E le vide davvero, ma credendo che fosse un inganno
di rifrazione, si port pi volte le dita alla fronte
e tocc ci che vedeva. Allora smise d'incolpare la vista
e fermatosi (annientato il nemico, ritornava vittorioso),
sollev gli occhi e le braccia al cielo, esclamando:
"Qualunque evento annunci questo prodigio, o celesti,
se  lieto, lo sia per la mia patria e per il popolo di Quirino,
se  minaccioso, lo sia per me!". E su un altare erboso,
fatto di verdi zolle, bruci profumi per placare gli dei,
vers vino dalle coppe e, sacrificate alcune pecore,
ne consult i visceri palpitanti per carpirne il vaticinio.
Un indovino etrusco a sua volta, appena li vide,
vi lesse l'annuncio non ancora ben chiaro
di grandi avvenimenti. Ma quando lev il suo acuto sguardo
dalle fibre degli animali alle corna di Cipo:
"Salve, o re!" esclam. "A te, proprio a te e alle tue corna,
o Cipo, obbediranno questo luogo e le citt del Lazio.
Non indugiare dunque, affrttati a varcare le porte che a te
si spalancano. Cos comanda il destino. E accolto in Roma,
sarai re, per tutta la vita senza traumi ne terrai lo scettro".
Cipo arretr e, distogliendo con aria incupita lo sguardo
dalle mura dell'Urbe, grid: "Via, via da me, via questi presagi!
Me ne scampino gli dei! Molto pi giusto se finir
la mia vita in esilio, piuttosto che essere re sul Campidoglio".
Subito convoc il popolo e l'austero Senato,
ma nascondendosi prima le corna con fronde d'alloro
in segno di pace, e salito su un terrapieno fortificato
dai soldati, dopo aver invocato per rito gli antichi dei:
"Qui c' un uomo," disse, "che, se dalla citt non lo bandite,
sar re. Non vi indicher chi sia col nome, ma con un dettaglio:
reca corna sulla fronte. L'indovino ci avverte
che se entrer in Roma, promulgher leggi di schiavit.
In verit avrebbe gi potuto irrompere per le porte aperte,
ma glielo ho impedito io, bench non vi sia nessuno pi di lui
legato a me. Tenetelo lontano voi dalla citt, Quiriti;
se poi vi parr degno, stringetelo in pesanti catene,
o eliminate l'incubo uccidendo il tiranno imposto dal fato".
Dalla folla si lev un mormorio, come quello che nasce
in cima alle pinete, quando dentro vi spira impetuoso l'Euro,
o come quello che fanno i flutti del mare,
se li si ascolta da lontano. Ma fra il confuso vociare
della gente in subbuglio, una voce sovrasta le altre:
"Chi  costui?". E si guardano le fronti, cercando le corna.
E allora Cipo: "Eccovi colui che cercate!"
e toltasi dal capo la corona, contro il parere del popolo,
mostra le tempie su cui spiccano due corna.
Tutti abbassarono gli occhi, mandando un gemito;
con disappunto (chi poteva sospettarlo?) videro quel capo
cos degno di rispetto e, non tollerando a lungo che restasse
privo d'onore, di nuovo gli imposero una solenne corona.
E poich t'era vietato entrare dentro le mura, o Cipo,
i maggiorenti t'assegnarono in premio tanta campagna,
quanta a forza di buoi col solco di un aratro
ne potessi cingere dal sorgere al calare del sole.
E sulle porte di bronzo scolpirono corna che delle tue
hanno il favoloso aspetto, per serbarne nei secoli il ricordo.

Ed ora, o Muse, dee che assistete i poeti, rivelatemi,
voi che sapete e ricordate tutto dei tempi pi antichi,
come avvenne che l'isola lambita dal profondo Tevere
associ ai culti della citt di Romolo quello di Esculapio.
Tremenda peste aveva un tempo contaminato l'aria del Lazio
e illividiti dal morbo corpi esangui funestavano il luogo.
Quando si vide, allo stremo dei lutti, che a nulla giovavano
i tentativi umani, a nulla l'arte della medicina,
si chiese aiuto al cielo, andando a Delfi, che si trova
al centro del mondo, per pregare l'oracolo di Febo,
affinch rimediasse con responso salutare alla sciagura
e ponesse fine al flagello d'una citt cos grande.
Il luogo, e il lauro e la faretra che lo stesso nume porta,
tremarono all'unisono e dalle profondit del santuario
il tripode si mise a parlare, riempiendo i cuori di sgomento:
"Ci che qui cerchi, o Romano, devi cercarlo in luogo pi vicino:
cercalo allora in luogo pi vicino. Per ridurre i lutti
non avete bisogno di Apollo, ma del figlio di Apollo.
Andate con buoni auspici e chiamate nostro figlio".
Il Senato, quando apprese il responso, con giudizio
indag per sapere in quale citt vivesse il figlio di Apollo;
poi col favore del vento invi suoi messaggeri ad Epidauro.
E questi, una volta approdati con la nave,
si presentarono al Consiglio della citt greca,
pregando gli anziani di concedere il dio, che venendo in Ausonia,
avrebbe posto fine ai loro lutti: cos affermava l'oracolo.
Molteplici e discordi furono i pareri: per alcuni
non si doveva negare l'aiuto, ma i pi raccomandano
di serbare e di non lasciar partire il loro sostegno divino.
Mentre vige l'incertezza, il crepuscolo spegne l'ultima luce
e l'ombra stende le tenebre sull'orbe terrestre,
quando in sogno, davanti al tuo letto, t'apparve,
o Romano, il benefico dio, ma con l'aspetto che suole avere
nel tempio. Tenendo nella sinistra un rustico bastone,
con la destra si lisciava la lunga e folta barba
e con animo sereno pronunciava queste parole:
"Non temere, verr, e lascer la mia immagine.
Osserva attentamente il serpente che si avvolge con le sue spire
sul mio bastone: guarda come  fatto, per poterlo riconoscere.
In lui mi trasformer, ma sar pi grande e avr quell'imponenza
che si addice ad una divinit quando si trasforma".
Subito disparve con la voce il dio, con la voce e il dio il sonno,
e alla fuga del sonno segu il giorno che infonde la vita.
L'aurora aveva volto in fuga i fuochi delle stelle:
i dignitari, incerti sul da farsi, si radunano nel tempio
oracolare e pregano il dio, chiesto dai Romani, d'indicare
lui stesso con un segno divino in quale luogo volesse vivere.
Non hanno ancora finito, che il dio in forma di serpente
irto di grandi creste d'oro, si preannuncia con sibili
e giunto l fa tremare la propria statua, gli altari e le porte,
il pavimento di marmo e il soffitto rivestito d'oro;
poi si ferma al centro del tempio, sollevandosi con tutto il petto,
e volge intorno gli occhi che lampeggiano di fuoco.
Trema atterrita la folla. Il sacerdote, con la candida chioma
cinta da una benda bianca, riconosce il nume ed esclama:
"Ecco,  il dio, il dio! Pregate compunti e in silenzio, voi tutti
che assistete! Che la tua apparizione, o magnifico,
ci sia di giovamento! Soccorri le genti che ti onorano!".
E tutti i presenti venerano il dio che si  rivelato, tutti
ripetono le parole del sacerdote; ed anche i discendenti
di Enea tributano con voce accorata il loro devoto omaggio.
Acconsente a seguirli il dio e come conferma d'assenso
agita le creste e ripete i suoi sibili vibrando la lingua.
Scivola poi lungo la lucida gradinata e, prima d'andarsene,
si volge indietro a guardare i suoi antichi altari e saluta
il tempio che per tanto tempo  stato la sua sede.
Quindi immenso striscia sul suolo coperto da un lancio
di fiori e snodando le sue spire attraversa la citt,
dirigendosi verso il porto protetto dal bastione di un molo.
Qui si arresta e sembra che, sereno in volto, prenda congedo
dalla schiera dei fedeli e ringrazi la folla che l'ha seguito;
poi adagia il suo corpo sulla nave romana: ne avverte questa
il sacro peso e la chiglia si abbassa gravata dal nume.
Felici i discendenti di Enea sacrificano sul lido un toro
e, inghirlandata la nave, ne sciolgono gli ormeggi.
Una brezza leggera sospinge il vascello. Il dio sovrasta tutti
e appoggiando il suo collo all'ansa della poppa, guarda scorrere
l'acqua azzurra. Attraversato con zefiri discreti
il mare Ionio, al sorgere del sesto mattino, la nave
entra in acque italiane, oltrepassa il capo Lacinio, reso noto
dal tempio di Giunone, e il golfo di Squillace;
lascia la Iapigia ed evita a forza di remi gli scogli
di Anfriso sulla sinistra, sulla destra i dirupi di Celenna,
e costeggia Romezio, Caulone e Naricia;
supera il mare siciliano nello stretto del Peloro,
i domini del figlio d'Ippota, le miniere di Tmesa,
e punta verso Leucosia e i roseti della mite Pesto.
Quindi rasenta Capri, il promontorio di Minerva,
i colli lussureggianti di viti di Sorrento,
la citt di Ercole, Stabia e Partenope,
nata per la vita oziosa, e poi Cuma col tempio della Sibilla.
Da l raggiunge le sorgenti termali e Literno dove abbonda
il lentischio, il Volturno che molta rena trascina
con i suoi gorghi, Sinuessa invasa da bianche colombe,
la malsana Minturno; la citt dov' sepolta la nutrice,
la dimora di Antfate, Tracante serrata dalla palude,
la terra di Circe ed Anzio col suo lido compatto.
Qui veleggiando i marinai accostano la nave
(il mare era ormai agitato); il dio dispiega le sue spire
e, scivolando con fitte curve e grandi volute,
entra nel tempio del padre, vicino alla spiaggia dorata.
Placatosi il mare, il dio di Epidauro lascia gli altari paterni
e, goduta l'ospitalit del nume a cui  legato,
strisciando con un crepitio di squame, solca la rena del lido,
sale lungo il timone della nave e appoggia il capo
in cima alla poppa, finch non giunge a Castro,
alla sacra dimora di Lavinio e alle foci del Tevere.
Una marea di gente accorre a frotte per riceverlo:
donne, uomini, con le vergini che custodiscono i tuoi fuochi,
Vesta troiana, salutano il nume con grida di giubilo.
E man mano la nave risale veloce la corrente,
da file di altari eretti lungo le sponde
crepita l'incenso e spande nell'aria il suo profumo,
mentre vittime trafitte riscaldano i coltelli immersi in gola.
Entrata la nave nella citt di Roma, che  a capo del mondo,
il serpente si drizza e, attorcigliato in cima all'albero,
muove intorno il collo per cercarsi il luogo pi adatto.
C' un punto dove il corso del fiume si biforca in due rami:
Isola  chiamato; la terra  in mezzo e il Tevere
vi protende tutt'intorno due braccia uguali.
Qui il serpente, figlio di Febo, sbarca dalla nave
dei Romani e, riassunto l'aspetto divino, pone fine
ai lutti, risanando con la sua presenza l'Urbe.

Nei nostri templi per questo nume giunse come un dio straniero:
Cesare invece  dio nella propria citt. Eccelso in guerra,
eccelso in pace, non tanto per guerre trionfali,
per l'opere compiute in patria o la fulminea gloria che ne ottenne,
ma in grazia della sua progenie fu mutato in nuovo astro,
in stella cometa. Fra le gesta di Cesare nessuna infatti
 maggiore dell'esser stato padre di Ottaviano.
Aver domato i Britanni circondati dal mare,
aver spinto a vittoria le navi nelle sette foci del Nilo
dove cresce il papiro, aver soggiogato al popolo di Quirino
i Nmidi ribelli, Giuba re del Cnife e il Ponto arrogante
per la fama dei Mitridati, aver meritato tanti trionfi
e averne celebrati alcuni, tutto ci vale forse di pi
dell'aver generato un uomo cos grande? Dandogli il governo
del mondo, o celesti, avete pi che favorito il genere umano.
Ma perch Augusto non fosse disceso da stirpe mortale, Cesare
dio doveva essere fatto. Quando l'aurea madre di Enea
se ne rese conto e insieme vide che a Cesare pontefice
si preparava con una congiura armata una tragica morte,
impallid e, rivolgendosi a tutti gli dei che incontrava:
"Guardate," diceva, "che insidia tremenda si sta tramando,
con che perfidia si attenta all'unico discendente
di Drdano, della stirpe di Iulo, che mi resta!
Possibile che solo io debba essere afflitta da queste angosce?
Ora mi ferisce l'asta del figlio di Tideo, re dell'Etolia,
ora mi sgomentano le mura di Troia lasciata indifesa;
poi devo vedere mio figlio errare senza tregua
in preda al mare, penetrare nel regno silenzioso dei morti,
combattere con Turno o meglio, a dire il vero,
con Giunone. Ma perch ricordare le antiche sciagure
della mia stirpe? Non ha senso, quando una nuova minaccia
incombe. Spade scellerate, vedete, contro di me si appuntano:
arrestatele, vi prego, impedite il misfatto! non estinguete
le fiamme di Vesta, lasciando uccidere il suo sacerdote!".
Di questi lamenti a vuoto disperata Venere il cielo
riempie e commuove gli dei, che, se non possono infrangere
i ferrei decreti delle vetuste sorelle, inviano per
segni premonitori e indubitabili dell'imminente lutto.
Strepito d'armi tra nuvole cupe e terribili squilli
di trombe e di corni in cielo, si dice che abbiano annunciato
l'empio delitto. Anche l'aspetto desolato
del sole non porgeva che livida luce alla terra sgomenta.
Pi volte si videro balenare torce in mezzo agli astri,
pi volte tra scrosci di pioggia caddero gocce di sangue.
Grigio e col volto macchiato di fosca ruggine
era Lucifero, macchiato di sangue il carro lunare.
In mille luoghi il gufo infernale lanci il suo grido di sventura,
in mille luoghi lacrim l'avorio, e si racconta
che nei boschi sacri si udirono canti e parole minacciose.
Nessuna vittima promette bene, i visceri e il lobo del fegato
trovato reciso ammoniscono che incombono gravi tumulti.
E nel Foro, intorno alle case, intorno ai templi degli dei,
si racconta che di notte ululassero i cani e vagassero
le ombre mute dei morti, che l'Urbe fosse scossa da terremoti.
Ma i presagi degli dei non valsero a sventare le insidie,
ad arrestare il corso del destino: con le spade sguainate
viene profanato un tempio; fra tutti i luoghi di Roma, nessuno
sembra pi adatto della Curia al delitto, al turpe omicidio.
Allora s, con entrambe le mani si percuote il petto Venere
e pensa di occultare il discendente di Enea dentro quella nube,
con la quale un tempo Paride fu sottratto al minaccioso Atride
ed Enea pot evitare la spada di Diomede.
Ma suo padre cos le parla: "Figlia mia, vorresti tu da sola
mutare l'immutabile destino? Vai pure nella dimora
delle tre sorelle: vi scoprirai l'archivio del mondo, un'immensa
costruzione fatta di bronzo e di solido ferro,
che indistruttibile ed eterna, non teme n le scosse del cielo,
n la collera dei fulmini o qualunque altra rovina.
L su metallo inalterabile troverai inciso il destino
della tua stirpe. Io l'ho letto, l'ho in mente ed ora
te lo riferir, perch tu pi non debba ignorare il futuro.
Quest'uomo, Venere, per cui t'angosci, ha compiuto il suo tempo,
ha consumato gli anni che doveva trascorrere sulla terra.
Tu e suo figlio (che ereditando il nome, sosterr da solo il peso
affidatogli e che, intrepido vendicatore del padre ucciso,
avr noi al suo fianco in guerra), tu e il figlio suo farete s
che salga in cielo come nume ed abbia un suo culto nei templi.
Per opera sua diroccate, le mura di Modena assediata
chiederanno la pace; Farsaglia subir la sua forza,
in Emazia nuovamente sar bagnata di sangue Filippi
e un grande nome sar sconfitto nelle acque di Sicilia.
Mal confidando nelle sue nozze, cadr la consorte egiziana
di un condottiero romano, dopo aver minacciato invano
di asservire alla sua Canopo il nostro Campidoglio.
Ma perch enumerarti i paesi stranieri e i popoli che vivono
ai due estremi dell'Oceano? Ogni luogo abitabile
della terra sar suo; anche il mare gli sar soggetto.
Donata la pace al mondo, rivolger la mente a regolare
la vita civile, ed emaner leggi giustissime.
Col suo esempio discipliner i costumi e, guardando all'et
futura e alle generazioni che verranno,
disporr che il figlio avuto dalla augusta consorte
porti il proprio nome, con l'impegno di proseguirne l'opera;
poi, solo quando in vecchiaia avr raggiunto l'et di Nstore,
salir nel cielo stellato fra gli astri dei suoi parenti.
Ma intanto, rapita l'anima da questo corpo trafitto,
fanne una stella, perch dall'alto della sua eccelsa dimora
il divo Giulio contempli in eterno il nostro Campidoglio e il Foro".
Aveva appena terminato di parlare, che la grande Venere,
invisibile a tutti, si ferma in mezzo alla sala del Senato e
dal corpo del suo Cesare sottrae l'anima appena liberata,
perch non si perda nell'aria, e la porta in cielo fra gli astri.
E mentre la portava, avvertendo che s'illuminava di fuoco,
la sciolse dal suo seno. L'anima vola pi in alto della luna
e, trascinandosi dietro lungo lo spazio una coda di fiamma,
brilla, s, come stella, ma, vedendo i meriti del figlio, ammette
che sono maggiori dei suoi e gioisce che lui la vinca.
E sebbene Ottaviano vieti che le sue gesta siano anteposte
a quelle del padre, la fama, che  libera e non accetta ordini,
suo malgrado le antepone, confutandolo almeno in questo.
Cos cede di fronte ai meriti del grande Agamennone Atreo,
cos Teseo vince Egeo e Achille Peleo.
Insomma, per usare esempi ancor pi degni,
cos Saturno  inferiore a Giove. Giove controlla
la citt celeste e gli altri due regni del mondo triforme;
la terra soggiace ad Augusto: entrambi sono padri e guide.
O dei, compagni di Enea, che impediste al ferro e al fuoco
di prevalere; di Indgeti e tu, Quirino, padre di Roma;
tu, Marte Gradivo, padre dell'invitto Quirino,
e tu, Vesta, venerata tra i Penati dei Cesari;
tu, Febo, nume tutelare dei Cesari insieme a Vesta,
e tu, Giove che domini dall'alto la rupe Tarpea,
e voi, quanti altri di al poeta  lecito invocare, vi supplico:
lontano sia quel giorno, e ben oltre il tempo della mia vita,
in cui Augusto, lasciato il mondo che ora governa,
salir al cielo e anche di lontano esaudir chi l'invoca.

Ormai ho compiuto un'opera che n l'ira di Giove, n il fuoco
o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere.
Quando vorr, venga pure quel giorno, che solo sul corpo
ha potere, e ponga fine al corso della mia vita incerta:
con la parte migliore di me stesso voler in eterno
ben oltre gli astri e il nome mio indelebile rimarr.
E ovunque su terre assoggettate si estende il potere di Roma,
la gente mi legger e, se qualche verit  nel presentimento
dei poeti, di secolo in secolo per la mia fama vivr.
...
.
...
FINE.